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Sul tavolo, nella stanza del Nucleo investigativo dei Carabinieri in via della Moscova a Milano, il maggiore Antonio Coppola dispone una fila di penne colorate. Verde scuro, rossa, fucsia, lilla, rosso, e dice «una è Cosa nostra catanese, i Mazzei.Questa è la locale di Legnano-Lonate Pozzolo, la ’ndrangheta. Poi i napoletani dei Moccia e dei Senese. Qui Palermo, qui Trapani, qui Melito Porto Salvo».
Le penne non servono a scrivere, ma a spiegare. Servono a raccontare come le tre grandi mafie italiane, storicamente nemiche, abbiano imparato a sedersi allo stesso tavolo. Non una super-mafia, insiste, «ma un consorzio di scopo: un’alleanza per fare soldi».
Il maggiore parla lentamente, con tono asciutto ma sorvegliato, come chi sa che dietro ogni parola ci sono mesi di indagini, intercettazioni, uomini appostati per ore. Sullo sfondo, il brusio del comando provinciale e il traffico che sale da corso Garibaldi. Milano scorre là fuori, indaffarata e ignara. Dentro, il racconto di una metamorfosi.
«Noi stiamo insieme perché dobbiamo fare soldi», intercettano i carabinieri tra i vertici del cartello, dopo un incontro riservato. È la frase-chiave di Hydra, l’inchiesta che ha svelato come Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra abbiano smesso di spararsi per spartirsi i profitti.
Tutto inizia da un vuoto. La scomparsa di Gaetano Cantarella, uomo dei Mazzei, è la scintilla. «Una lupara bianca classica», ricorda Coppola. «Quel delitto ci ha aperto gli occhi su un sistema inedito: un’alleanza fluida, capace di far convivere mondi criminali diversi». Da quel momento, il lavoro del Nucleo investigativo si intreccia con quello della Procura di Milano, in un mosaico di appostamenti, tracciamenti, ricostruzioni societarie, fino a disegnare la mappa di un potere che non si vede ma condiziona tutto.
«All’inizio sembrava la solita indagine d’area», spiega. «Ma più scavavamo, più emergeva una logica nuova. Nessuno cercava il controllo del territorio: cercavano il controllo dell’economia».
Le mafie di oggi non impongono più il pizzo: propongono partnership. Non sparano per conquistare quartieri: entrano nei consigli di amministrazione. «Le armi sono diventate le fatture, le partite Iva, i cassetti fiscali gonfiati. È un sistema che produce denaro dal nulla e droga il mercato legale. È come se lo Stato pagasse un pizzo involontario».


L’indagine Hydra ha documentato decine di aziende fittizie create per generare crediti d’imposta falsi, poi ceduti a imprenditori in difficoltà. «Ti servono centomila euro per chiudere un debito col fisco? Ti do centocinquantamila di credito, a metà prezzo. E tu accetti. Perché salvi la tua azienda, la tua famiglia, i tuoi dipendenti», racconta il maggiore. «Ma così entri nel sistema. Diventi parte della macchina».
Nel suo racconto, la Lombardia appare come una terra di mezze luci: operosa, colta, produttiva, ma attraversata da un’infiltrazione che non ha bisogno di minacce. Qui non ci sono pistole, ma bonifici; non ci sono cadaveri in strada, ma società che nascono e muoiono in due anni. «Le chiamano “lavanderie”, ma in realtà sono fabbriche di denaro. Non lavano: moltiplicano».
Intorno, si muove la zona grigia: notai, commercialisti, consulenti, funzionari pubblici. «È il capitale sociale della mafia», spiega Coppola. «Gente che non spara, ma apre porte, agevola pratiche, chiude un occhio. È la rete che tiene in piedi tutto il sistema».


Tra i nomi che compaiono nel fascicolo ci sono quelli di sempre: i Mazzei di Catania, i Fidanzati di Palermo, i Pace di Trapani, i Senese di Roma, la locale di Legnano-Lonate Pozzolo. E sopra tutti, Paolo Parrino, trapanese, imparentato con i Messina Denaro, “punto di raccordo” — scrivono i magistrati — tra il sistema lombardo e il boss di Castelvetrano. Ma non è una piramide. «La parola “super-mafia” è sbagliata concettualmente», dice Coppola. «Non c’è una cupola che comanda. È una federazione di interessi. Ognuno risponde ai propri capi nei territori d’origine, ma qui si lavora insieme». Si sostengono a vicenda anche con la “bacinella”, la cassa comune che finanzia le famiglie dei detenuti. «Un calabrese pagava gli avvocati di un napoletano. Perché? Perché domani toccherà a lui, e gli altri faranno lo stesso». La forza di questo patto è la liquidità. «Portano soldi veri, accumulati con lo spaccio, le estorsioni, i traffici di carburanti. Qui li fanno fruttare. E quando immetti denaro sporco nel mercato, dopi l’economia, alteri la concorrenza, distruggi chi rispetta le regole».
Milano, in questo quadro, è un laboratorio perfetto: cosmopolita, ricca, apparentemente immune. «Non puoi pensare a un controllo del territorio come a Reggio Calabria o a Partinico», spiega. «Qui il controllo è invisibile. È economico, finanziario, relazionale».
Gli agenti del Nucleo lo vedono nei poli della logistica, negli appalti, nei subappalti di cooperative che cambiano nome ogni anno. «Un caporalato 2.0», lo chiama il maggiore. «Le stesse logiche dei campi agricoli del Sud, ma dentro i magazzini della Pianura Padana».
E non è un caso isolato. «Abbiamo visto modelli simili a Roma, nell’operazione Assedio, e ne vedremo altri a Torino, Bologna, Genova. È una forma di mafia che si adatta alle metropoli: silenziosa, liquida, trasversale». A sentirlo parlare, si capisce che la sua battaglia non è solo giudiziaria, ma anche culturale. «L’assenza di sangue non significa assenza di violenza. È solo un altro modo di uccidere: si uccide la fiducia, la giustizia, la concorrenza, la speranza. Ogni euro sottratto alla collettività è una ferita aperta».


Il suo sguardo si ferma sulle penne. «È questa la Milano che vediamo dal nostro osservatorio. Una città dove il controllo non si impone col terrore, ma con l’apparenza. Dove la pace criminale non è un bene, ma una strategia d’affari».
Fuori, il traffico della Moscova non si ferma. Dentro, i carabinieri continuano la loro opera certosina: a leggere intercettazioni, a ricostruire società, a inseguire fili di denaro che si perdono nei labirinti fiscali. «Le mafie si evolvono, noi dobbiamo farlo più in fretta», conclude Coppola, prima di alzarsi e riordinare le penne sulla scrivania. Verde, rosso, lilla, fucsia. Ogni colore una storia, un clan, una testa del mostro. Eppure, più il tempo passa, più quel mostro sembra moltiplicarsi in silenzio, come un virus che non fa rumore ma corrode tutto. «Non è finita», dice il maggiore. «Cambieranno i nomi, cambieranno i capi. Ma il sistema resterà, finché non capiremo che la mafia non vive solo dove spara. Vive dove le conviene».
Poi si ferma un istante. «E dove non la si vuole vedere». Una per ogni testa dell’Hydra mitologico.




