La notizia è questa: una ragazza di tredici anni ha ottenuto la rettifica del sesso anagrafico, da femminile a maschile. Percorso psicoterapico seguito con costanza, terapie ormonali avviate, piena consapevolezza dell’incongruenza tra corpo e identità, dicono la sua famiglia e i suoi avvocati. Il tribunale ha preso atto e ha deciso. Tutto regolare. Tutto legale. Tutto molto adulto. E tutto molto inquietante.
Intendiamoci: il punto non è – conviene dirlo subito, per evitare equivoci – il cambio di genere. Il problema sta tutto in quell’aggettivo che accompagna la decisione: irreversibile. E nel sostantivo che la giustifica: minore. Viviamo in un’epoca in cui l’adolescenza, a sentire psicologi e pedagogisti, si allunga, si dilata, scivola ben oltre i diciotto anni. Ragazzi fragili, incerti, protetti. Spesso in difficoltà quando si tratta di scegliere una facoltà, un lavoro, una direzione, un progetto di vita, un compagno o una compagna. Bisognosi di un accompagnamento, di reti di sicurezza, per quella che don Antonio Mazzi, che di adolescenti se ne intende, ha definito l’età più importante e complessa della vita, non certo un’infanzia prolungata bensì una trasformazione verso l’età adulta.
Poi, d’un tratto, succede il miracolo giuridico: a tredici anni diventano maturi. Lucidi. Definitivi. Se è così, allora prendiamoci sul serio. Se un tredicenne è ritenuto capace di prendere decisioni irreversibili e profonde sul proprio corpo e sul proprio destino, sula propria personalità, perché non mandarlo a votare? Perché non dargli la patente? Perché non affidargli un’azienda, un mutuo, un contratto da firmare senza clausole di salvaguardia?
E spingendo il ragionamento fino all’estremo, perché non riconoscergli anche la piena disponibilità della propria vita, compreso il diritto di rinunciarvi? È qui che qualcosa non torna. Non per ideologia. Non per cattiveria. Ma per semplice logica, anzi potremmo spingerci a chiamarlo buon senso.
Un tredicenne può essere sincerissimo nel suo sentire. Può soffrire davvero. Può vivere un disagio autentico e lacerante. Va seguito, protetto e accompagnato. Ma non può essere maturo come un adulto. Non lo è per definizione. Non lo è perché la sua personalità, che si affaccia sulla porta dell’adolescenza, è ancora in formazione. Non lo è perché la sua identità è, per natura, mobile, contraddittoria, in costruzione. Oggi si sente una cosa, domani potrebbe essere un’altra dopo un percorso che contempla il periodo più affascinante della vita, «gli anni in tasca», li definiva il cineasta Truffaut. È il rischio, la complessità e insieme la ricchezza di quell’età. Altrimenti perché diavolo esisterebbero i tribunali dei minori? Può davvero essere così consolidata un’identità di genere al punto di stabilire un intervento per il cambio di gender, stabilendo una rettifica del suo stato anagrafico?
La domanda allora non è se quel ragazzo abbia diritto ad essere ascoltato. Certo che sì. La vera domanda è se gli adulti stiano ancora facendo gli adulti. Se sappiano ancora dire una parola impopolare ma necessaria: aspetta. Aspetta di crescere. Aspetta di cambiare idea. Aspetta di diventare davvero padrone di te stesso.
Perché proteggere un minore non significa assecondarlo sempre. Significa anche mettere un limite, assumendosi il peso di una responsabilità che oggi sembra fuori moda. Il paradosso di questa vicenda è tutto qui: nel nome della tutela si rinuncia alla tutela. Nel nome della libertà si consegna a un ragazzo una decisione che forse neppure un adulto riuscirebbe a portare senza esitazioni. La sentenza è stata definita storica dagli avvocati della famiglia. Può darsi. Ma la storia, si sa, giudica sempre dopo. E spesso non farà sconti su una giustizia che pur nel rispetto che si deve ad ogni sentenza, a noi è parsa immatura.