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Dan Peterson, storico allenatore di basket, in una foto d'archivio negli studi di Caterpillar radioDue
Lo è Dan Peterson, per la pallacanestro e non solo. Ma invece di dire: «Io sono leggenda», lascia partire un elenco di ringraziamenti lungo come la vita che comincia con «insegnanti e allenatori» e finisce, ma solo perché lo fermiamo, con «mia moglie Laura». La sintesi, sulla soglia dei 90 anni, il 9 gennaio, dice più della sfilza di nomi: «A ogni passo c’è qualcuno che ti dà qualcosa di importante. Sono in debito con tantissime persone, nel basket, ma anche fuori, in Tv, nella pubblicità, dove mai avrei immaginato: senza opportunità e senza fiducia non si va da nessuna parte».
Dan Peterson a che punto stava, come allenatore, tra il “duro” Ettore Messina e il “pacato” Carlo Ancelotti?
«Io non sono stato un grande giocatore ed è stata la mia fortuna: ammiravo i miei giocatori perché sapevano fare quello che a me non sarebbe riuscito, sono grato a loro e alla Nazionale cilena che ho allenato nel 1972-73 e che mi ha fatto da ponte con l’Europa. Quando fai l’allenatore devi essere esigente e al tempo stesso ispirare fiducia, penso di essere stato a metà tra Messina e Ancelotti, più verso Ancelotti. Il Brasile ha fatto bingo prendendolo: già quando giocava era un coltellino svizzero che sistemava tutti i problemi. Oggi allena così».
L’accento americano è natura o vezzo?
«(Ride): in Cile nessuno capiva dal mio accento in spagnolo che ero americano. In italiano per pigrizia non l’ho curato. Quando commentavo l’Nba in Tv, però, mi facevano capire che piaceva che esagerassi un po’».
Nba vs Europa, è davvero un altro basket?
«In Nba, il pubblico partecipa allegramente. Se vedi Serbia-Montenegro, invece, c’è un clima da guerra termonucleare. In Europa il gioco è più corale, in Nba più individuale. Mi diverte di più il basket europeo, dove gli arbitri sono più rigorosi e si gioca a tutto campo, mentre in Nba si cercano solo tiro da tre e schiacciate, il palleggio-arresto-e-tiro di Larry Bird non si vede quasi più»


Ha lasciato il campo a 51 anni, lo rifarebbe? «No. Con l’Olimpia ero in cima (tre scudetti, Coppe Italia, due Coppe Europa) non volevo sentir dire: “Peterson è esaurito, ha perso perché fa pubblicità in Tv”. Per non tenere la società in ostaggio, ho deciso in fretta. Se mi fossi preso una vacanza, forse avrei continuato. Ho fatto pace con me stesso nel 2010, quando ho accettato di rientrare per l’Olimpia in difficoltà: lì ho ricucito lo strappo nel mio cuore. Avevo amato la squadra dei Meneghin, D’Antoni, Gallinari (padre). Non ero sicuro di saper ricreare quel rapporto con altri e invece ha funzionato di nuovo con la squadra di Mordente e Mancinelli».


Con la città di Milano che rapporto ha?
«Sono innamorato del quartiere Brera, del Duomo, dei palazzi liberty, di City life, stiupèndo! Non è vero che c’è poco verde. Penso che uno spettacolo alla Scala sia un’esperienza da fare una volta nella vita. Ci sono arrivato nel 1978 e considero Milano la New York d’Europa. Io mi affeziono, sono orgoglioso dei miei posti: se dovessi tornare a vivere negli Stati Uniti andrei a Evaston (Chicago) dove sono cresciuto. A Milano sono rimasto perché Laura, con cui sono felicemente sposato, lavorava qui, in America torno per vedere i miei quattro figli con cui sono sempre in contatto grazie alla tecnologia».
Internet ha davvero accorciato le distenze per chi ha pezzi di famiglia lontano?
«Moltissimo, e poi in fondo da Milano a New York sono 7-8 ore di volo, ci vuole più tempo ad andare in treno a Bari: sfrutto tutta la tecnologia possibile, e questo aiuta. Ii miei figli sono bravi mi rispondono sempre. Se mi trovo in difficoltà con qualche diavoleria informatica chiedo al più piccolo che lavora nell’ambito della tecnologia, ha 48 anni. Al più grande chiedo per avere aiuto con le ricerche, lui è laureato in chimica e fisica all’università del Tennesee: io dico che è un Csi (investigatore della scena del crimine ndr) ma lui mi sgrida quando mi sente dire così: “Non dire che sono un Csi, sono un semplice chimico”. Il suo lavoro è fare test di laboratorio per Aids, Covid e droga. Mia figlia ha tre lauree: botanica, scienze marine e biologia marina, è un’esperta di alghe ogni tanto mi dice il sette per cento delle alghe è nocivo e io prendo paura. Siamo sempre in stretto contatto».
Ha parlato della Scala, è appassionato d’opera?
«Una storia buffa: Angelo Cattaneo, massaggiatore dell’Olimpia, ai primi anni Ottanta, mi ha detto in allenamento: “Coach, dobbiamo completare la tua crescita culturale” (Peterson ha una laurea in Educazione e un master in Business dello sport) . “Catteneo, che dici?”. La verità è che amava l’opera e sapendo che a capo della biglietteria della scala c’era una ex cestista, pensava: se chiama Peterson due biglietti glieli trova di sicuro e l’altro sarà per me. Mi ha martellato finché non ho ceduto e abbiamo visto Simon Boccanegra, ci ho preso gusto. Una volta, doveva cantare Pavarotti e la sera prima lo avevano fischiato. Io pensavo: oddio, sarà timido, abbattuto… Pavarotti è entrato in scena aprendo una porta con un gesto da far saltare i cardini, con una camminata risolutissima, bom bom bom, un sorriso da qui a qui. Sembrava dire: io sono Pavarotti, spacco il mondo. Ha fatto una prestazione da standing ovation».
La sua musica però è un’altra. Suona ancora la chitarra?
«Sono fuori allenamento, ho paura di sbagliare. Faccio solo accordi, non sarei più in grado di fare un arpeggio con il plettro. Amo quasi tutta la musica, soprattutto folk, bluegrass, rock, country, sono stato a Nashville la Scala del country a vedere Bill Monroe: la perfezione. Sono geloso dell’abilità dei grandi chitarristi, se li vedo poi sto male per una settimana. Ho trovato su youtube un video su come fare l’attacco di Lovesick blues di Hank Williams. Ho preso la chitarra e provato con grande fatica: ma il sogno non muore mai, dentro di me c’è sempre la speranza che un giorno sarò bravo come Eric Clapton».
A proposito di perfezione, esiste il canestro perfetto?
«Nello sport, più che la perfezione, conta fare il numero minimo di errori, da allenatore guardo il gioco in modo critico, ma ho sempre l’applauso pronto per chi gioca con semplicità ed efficacia. Con Bologna e Milano sono coinvolto, se giocano contro non dovrei guardare, ma amo troppo il basket e voglio vedere tutto».


Com’è avere un papa concittadino?
«Io sono protestante ma molto orgoglioso di Leone XIV, sono un suo grande tifoso: è cresciuto a un’ora da dove sono cresciuto io, in un sobborgo a sud di Chicago, io sono nato nel primo sobborgo a nord, per questo a baseball io tifo per i Cubs, lui per i White Sox. Mia moglie è cattolica e sogna un’udienza con lui. Siccome ho capito che è spiritoso, se mai mi capitasse, dovrò dirgli: “Santità, mi dispiace un mondo, ma ha proprio sbagliato squadra”, sia chiaro sempre con grande affetto. E poi gli racconterei che mio padre portava me e mio fratello a vedere i Cubs, che a noi piacevano perché all’epoca erano più forti, solo dopo abbiamo scoperto che lui era un tifoso dei Sox clandestino: in tutte le famiglie c’è una pecora nera. Dalle mie parti tifosi dei Cubs hanno noleggiato un gigantesco pannello lungo l’autostrada, ci hanno messo la foto del Papa con scritto “White Sox, neanche un papa da Chicago riesce a salvarli”, per quanto sono messi male».
Ha detto: “Se hai fatto la gavetta apprezzi di più i risultati”. Qual è il risultato che ha apprezzato di più?
«Ho allenato l’Accademia navale, dove si poteva entrare se non si superava il metro e 92, abbiamo giocato e vinto partite nelle quali il più alto del mio quintetto base era più basso del più basso degli avversari: quando vinci partite così dove si va oltre perché ognuno dà il massimo il livello non conta. E poi ho avuto la soddisfazione di vedere uno dei miei diventare il miglior giocatore della storia dell’accademia navale fino all’ingresso di Dave Robinson che poi ha battuto tutti i record. Il Cile con l’Uruguay aveva giocato 14 partite perdendole tutte, noi ne abbiamo giocate quattro in quattro mesi e vinte tutte, poi il Cile non ha più battuto l’Uruguay per 50 anni. Con la Virtus lo scudetto a Varese nel 1972, lo scudetto di Milano nell’82 contro Pesaro che all’andata durante la stagione ci aveva battuti 110-65 punti. E poi il grand slam con Milano 1986/87: ci serviva una differenza di 32 punti con l’Aris, per passare il turno e andare al girone finale, abbiamo vinto di 34: la partita più importante della mia carriera. Fuori campo mi hanno eletto nella hall of fame della Fiba, abbiamo fatto la cerimonia qui a Milano, una cosa davvero emozionante un grande onore».


Dan Peterson con la sciarpa dell'Armani personalizzata
Che sport consiglierebbe a un nipote bambino?
«Non mi pi mi piace che scelgano i genitori: penso che soprattutto da piccoli sia giusto far assaggiare più di uno sport e che si rispettino i desideri dei bambini, non c’è fretta di specializzarsi: un po’ di calcio, un po’ di pallavolo, un po’ di atletica. Sono nato e cresciuto a 400 metri dal lago Michigan, mio padre ha voluto che sia io sia mio fratello imparassimo presto a nuotare, penso sia molto importante perché salva la vita. Finché si è bambini lo sport deve essere solo divertimento, ci sono genitori che pensano lo iscrivo a tennis perché diventerà Jannik Sinner e diventerò ricco».
Esiste questo rischio?
«Altroché ma non è una buona idea».




