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C’è un momento, nella storia millenaria di un'istituzione come la Chiesa, in cui la scelta di un nome non è solo un atto personale o simbolico, ma una dichiarazione di intenti, un manifesto programmatico, un sigillo del proprio magistero petrino. È quello che è accaduto con l’elezione al soglio pontificio di Robert Francis Prevost, che ha scelto di chiamarsi Leone XIV. Non è una scelta casuale, e non lo è mai stata nella storia della comunità dei fedeli: i nomi papali portano con sé eredità precise, evocano modelli, scuole di pensiero, stagioni della Chiesa e del mondo. Nel caso di Leone XIV, il riferimento è diretto, dichiarato, esplicito: Leone XIII, al secolo Vincenzo Gioacchino Pecci, autore nel 1891 della celebre enciclica Rerum novarum, promulgata proprio il 15 maggio 1891, 134 anni fa. E qui conviene fermarsi un momento. Perché, come sanno bene gli storici, non si capisce mai il presente se non si ha la pazienza di tornare indietro, nel tempo e nei contesti.
Alla fine dell’Ottocento l’Europa non è solo un continente: è un laboratorio in piena ebollizione. Gli imperi coloniali sono nel pieno della loro espansione, l’Unità d’Italia è stata fatta da poco, il papato ha perso il potere temporale dopo la breccia di Porta Pia nel 1870, e papa Pio IX si è ritirato simbolicamente entro le mura vaticane, proclamandosi “prigioniero”. Ma fuori da quelle mura, la storia corre veloce. Si sta compiendo la Seconda rivoluzione industriale: nascono le grandi acciaierie, si diffondono l’elettricità, il telegrafo, i trasporti. Le città si gonfiano, le campagne si svuotano, gli operai si riversano nelle fabbriche, spesso in condizioni disumane. Le donne guadagnano la metà del già misero salario degli uomini, i bambini, che affollano gli opifici attaccati ai telai anziché andare a scuola, la metà di quello delle donne. Pio IX è considerato un tradizionalista, dopo le iniziali aperture che avevano entusiasmato i risorgimentali. A lui si attribuiva la battuta (probabilmente mai detta, ma significativa del clima) "chemin de fer, chemin d'enfer", che paraganova lo sviluppo delle ferrovie al diavolo.
È in questo contesto che il pontificato di Leone XIII, successore di Pio IX, si rivela straordinariamente moderno, nel senso storico del termine. Perché moderno, in quegli anni, non è una parola rassicurante: è il segno di un’epoca turbolenta, segnata da profonde ingiustizie sociali, da una crescente spaccatura tra classi e dalla diffusione di ideologie che mettono in discussione l’ordine costituito. Il socialismo, l'anarchia, il marxismo fanno proseliti fra le masse operaie, mentre la Chiesa, per secoli alleata dei troni, rischia di restare tagliata fuori da quella che sta diventando la vera questione epocale: la questione sociale.
Ecco allora che arriva la Rerum novarum, che non è solo un documento dottrinale, ma una vera e propria irruzione della Chiesa nella modernità. È un’enciclica che, per la prima volta, affronta il problema della dignità del lavoro in termini nuovi, chiari, coraggiosi. Leone XIII non si limita a constatare: prende posizione. Denuncia lo sfruttamento, rivendica il diritto a un giusto salario, riconosce la legittimità delle associazioni operaie. In sostanza, afferma un principio che oggi ci sembra ovvio, ma che all’epoca era rivoluzionario: il lavoratore non è una merce.
E attenzione: non si tratta di un’apertura al socialismo. Al contrario, Leone XIII, il papa che compare per la prima volta in un filmato nella storia della Chiesa (e tra i primi nella storia del cinema dai tempi dei fratelli Lumière) propone una terza via tra il socialismo rivoluzionario e il liberismo sfrenato, fondata sulla dottrina sociale della Chiesa. Ogni uomo, scrive, ha una dignità che non può essere calpestata da alcun contratto economico. È un principio che mette il bene comune davanti al profitto individuale, la solidarietà davanti alla lotta di classe. E lo fa proteggendo la proprietà privata, ma solo nella misura in cui serve a costruire una società giusta, senza eccessi che portano alla prevaricazione.
Da quel momento, la Rerum novarum diventa la pietra angolare di un edificio destinato ad ampliarsi nei decenni: Quadragesimo anno di Pio XI, Mater et magistra e Pacem in terris di Giovanni XXIII, Laborem exercens e Centesimus annus di Giovanni Paolo II, Caritas in veritate di Benedetto XVI, fino alla Laudato si’ e Fratelli tutti di papa Francesco. Tutti testi che affondano le radici in quell’enciclica del 1891.
Ed è per questo che oggi, nel XXI secolo, papa Prevost-Leone XIV guarda a Leone XIII come a una stella polare. Perché anche oggi siamo dentro una rivoluzione, diversa ma altrettanto dirompente: la rivoluzione digitale, l’automazione, l’intelligenza artificiale. E di nuovo, come nel 1891, assistiamo alla nascita di nuove forme di sfruttamento: i rider, i lavoratori dei magazzini automatizzati, i precari invisibili, spesso privi di tutele e diritti. Cambia il lessico, ma non la sostanza: la persona viene trattata come una funzione, una risorsa da attivare o licenziare a seconda delle esigenze del mercato.
In passato, era la manodopera delle tessiture di Manchester. Oggi è il lavoratore globale, che può essere “sloggato” da un algoritmo o licenziato con un tweet. Ma la questione resta la stessa: può una società considerarsi giusta se riduce l’uomo a merce?
Ecco allora il senso profondo della scelta di Leone XIV: un nome, sì, ma anche un programma. Un ritorno consapevole alla storia, non per nostalgia, ma per attingere da lì il coraggio e la visione necessari ad affrontare il presente, alla luce delle nuove sfide, a cominciare da quella posta dall'Intelligenza artificiale, come ha spiegato papa Prevost, e di quel capitalismo selvaggio che licenzia con una mail o con un tweet sulla base di un algoritmo.




