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Trovare un successore di Silvio Berlusconi è impresa piuttosto impegnativa, forse impossibile. Forse perchè il Cavaliere è stato interprete del suo tempo. Un tempo che non esiste più o quanto meno si sta dissolvemndo verso un'epoca diversa. Berlusconi non ha inventato la cultura popolare, ha capito che era cambiata, plastificata, travolta dall’urbanizzazione postmoderna e dalla civiltà dei consumi, dei brand della Coca Cola e del Moplen. Aveva capito i desideri del “corpaccione” del ceto medio, per dirla alla de Rita. Ho avuto la ventura di intervistarlo nel 1994 in via dell’Anima, al tempo della sua discesa in campo. La sera avrebbe dovuto sostenere il famoso duello con il leader del Centrosinistra Achille Occhetto arbitrato da Mentana. Dall’uscio socchiuso mi godetti lo spettacolo di Gianni Letta che gli faceva da sparring partner e lo apostrofava all’altro capo di un tavolo come un pugile: «Più incisivo qui! No, no più rapido. Se ti chiama miliardario gli rispondi comunista”. Si sa come andata a finire: Occhetto fu asfaltato e Berlusconi divenne premier. Nacque la Seconda Repubblica, di cui Silvio Berlusconi è l’eponimo riconosciuto. Il capo dello Stato Cossiga cominciò a picconare. Forza Italia andò a riempire il vuoto lasciato dai partiti tradizionali del pentapartito ormai logori caduti insieme al Muro di Berlino. Il resto lo fece Tangentopoli. La fine della guerra fredda aveva dissolto la paura del comunismo e del “salto nel buio”. Il politologo Giuliano Urbani gli diede una patina liberale, che non guasta, anche se il nuovo partito nato su un deserto lunare convogliò soprattutto i voti di democristiani e socialisti (ma anche dei comunisti delusi). Alla guida di Forza Italia, Berlusconi crea quattro governi e ricopre per tre volte la carica di Presidente del Consiglio: nell’anno 1994/1995, tra il 2001 e il 2006 e poi di nuovo tra il 2008 e il 2011. Nel 2013 poi l’ex premier vede cadere la sua carica di senatore a causa di una condanna definitiva per frode fiscale, ma torna ricandidabile nel 2018. Quattro anni dopo, coalizzato con i partiti Lega e Fratelli d’Italia, viene nuovamente eletto senatore.
Trent’anni anni dopo è ancora Letta il suo principale consigliere politico alla corte di questa vera e propria monarchia partitica che è Forza Italia. Uno dei pochi rimasti, insieme a Fedele Confalonieri e Adriano Galliani. Sarebbero senza dubbio loro i suoi veri eredi, il triumvirato che ha saputo interpretare al meglio il ruolo politico e aziendale (non si capisce Forza Italia se non si capisce la sua struttura di Partito Azienda, di ircocervo metà potere pubblico metà privato). Se non fosse per lo spiacevole dettaglio anagrafico che hanno la sua stessa età. Per loro è già pronto, come è noto, un loculo nella cappella circolare di Arcore disegnata dallo scultore Cascella. Quando parliamo dei suoi eredi politici dobbiamo dividerli in due categorie: quelli formalmente designati, da lui “adottati”, come facevano gli imperatori romani con i successori, e gli avversari che però si riteneva potessero strappargli l’impero. Della prima categoria il primo fu l’avvocato Vittorio Dotti, principe del foro milanese, poi finito nell’oblio politico insieme con il collega Raffaele Della Valle, anch’egli deluso dal Principe e tornato al suo studio legale. Un altro erede naturale è da considerarsi Gianfranco Fini, leader di una nuova destra post-missina, “sdoganata” da Berlusconi, poi spodestato dall’implacabile assorbimento del Cavaliere di tutto il Centrodestra, infine messo in croce dalla stampa berlusconiana per via delle vicende dell’appartamento di Montecarlo. Tra i designati vanno annoverati l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini e soprattutto Angelino Alfano, il delfino per eccellenza, poi liquidato dal leader della Casa della libertà perché – a suo dire – non aveva il “quid”. E ancora vai a sapere cosa ci dovesse essere dentro questo quid.
Se dal “delfinario” berlusconiano ci spostiamo all’esterno, ai suoi rivali, allora troviamo certamente la stella cadente della politica italiana, quel Matteo Renzi che con il Patto del Nazareno – l’accordo politico per l’elezione del capo dello Stato che tira fuori dall’angolo Berlusconi, devastato da inchieste giudiziarie, compromesso nell’immagine dallo “sventolio di mutande” e sospeso dall’incarico di senatore - compie il suo capolavoro politico, prima di avviarsi lentamente e inesorabilmente al declino. Renzi, grande comunicatore, non ha mai nascosto di voler ereditare i voti in libera uscita di Silvio. Voti costituiti da un magma di borghesi, casalinghe (il nocciolo duro di Forza Italia checché se ne dica), piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, pensionati, partite Iva e operai sempre più scontenti per la crisi. Troveranno un approdo nella Lega lepenista dell’altro Matteo, il leader di “Felpa Italia” Salvini, anch’egli indicato come erede, ma ultimamente in crisi. Tra gli “aziendalisti” si è parlato anche dell’imprenditore Urbano Cairo, uno dei suoi ex manager in Fininvest, oggi proprietario del Corriere della Sera. Non pare però che il soggetto abbia intenzione di scendere in campo. Restano i colonnelli del cerchio berlusconiano, i Toti, i Tajani, i Brunetta, ma chi di loro ha il quid?
E allora l’erede di Silvio Berlusconi, semmai ci sarà, proprio per la natura di partito-azienda della sua creatura politica, non può che venire dalla sua progenie: Marina, Silvio o un altro dei suoi figli. La faccenda insomma è assimilabile a una questione dinastica (soprattutto dal "popolo", cui piacciono le dinastie): un membro della “gens” berlusconiana che ne continui l’opera. Ma forse l’avventura politica della creatura di Berlusconi si concluderà con Berlusconi, mentre ai suoi aspiranti epigoni non resterà che rassegnarsi. O divorarsi tra di loro in una lotta di successione.




