«La liberalizzazione delle aperture doveva servire a sostenere i consumi dopo gli anni del ristagno. Ma ciò non è avvenuto e a pagarne i costi sono stati i lavoratori e le piccole imprese». Alessio Di Labio, 45 anni, è segretario nazionale Filcams-Cgil, la Federazione italiana dei lavoratori del commercio, turismo e servizi, aderente alla Cgil.

Con le aperture domenicali non sono aumentati i consumi?

«Non proprio, anche perché negli anni il potere di acquisto degli italiani si è eroso. Semplicemente si sono redistribuiti su sette giorni, polarizzandosi nel fine settimana. La scarsa convenienza delle aperture domenicali è riconosciuta anche da una parte consistente delle imprese della grande distribuzione. Questo modello non serve all’economia e toglie valore sociale alle festività religiose e civili».

A chi giova, quindi, la liberalizzazione delle aperture?

«Alle grandi multinazionali, che hanno mangiato quote di mercato. Non a caso il settore si è avvitato. Per le piccole aziende è insostenibile stare al passo con le aperture 365 giorni l’anno e il conseguente aumento dei costi a loro carico. La liberalizzazione ha accelerato un processo già in atto, lo svuotamento dei negozi di prossimità, tant’è che molti hanno chiuso. È ora che il solo obiettivo del profitto per pochi ceda il passo alla tutela del benessere dei lavoratori».

Servizi primari a parte…

«Per le strutture sanitarie o della ristorazione e del turismo, il discorso è a sé. Ma la spesa domenicale non è un servizio imprescindibile, la sua mancanza non sarebbe una privazione determinante per la cittadinanza».

Quali pesi ricadono oggi su lavoratori e lavoratrici?

«I lavoratori sono in balia delle esigenze di consumo, devono lavorare nei festivi visto che spesso i contratti prevedono di default i turni domenicali, anche se questo implica grandi privazioni personali. A conti fatti, si tratta di una falsa volontarietà al lavoro domenicale. E i guadagni sono irrisori: non c’è stato né incremento salariale né occupazionale: complice la polarizzazione dei consumi su alcuni giorni e alcune fasce orarie, sono aumentati i “part-time poveri” a 700-800 euro al mese».

Come sono retribuite le domeniche?

«Da contratto nazionale, il 30% in più. Lavorare una domenica ogni tanto sarebbe sostenibile sia per i lavoratori che per le imprese, viceversa diventa un costo economico e umano».

Magari a qualche lavoratore interessa arrotondare lo stipendio…

«Forse agli studenti, ma sono una porzione minima di lavoratori, che appena cambia la propria condizione di vita si rende conto di ciò che implica lavorare nei festivi».

Come si è arrivati a questo punto?

«In un contesto di grande concorrenza, le imprese hanno iniziato a tenere aperto sempre, e non soltanto quando è davvero utile. Oggi è una giungla. Prima del decreto Salva Italia le aperture domenicali erano concertate con le Regioni, e i Comuni stabilivano un calendario di aperture a partire dalle esigenze del territorio. Grazie alla concertazione si trovava un equilibrio fra gli interessi delle imprese, del tessuto sociale e dei lavoratori».

Qual è l’auspicio del sindacato?

«Tornare alla concertazione, con l’obiettivo di aprire solo quando serve. Dove riusciamo, generalmente nelle grandi imprese ma non nel commercio diffuso, già oggi proponiamo modelli organizzativi partecipati, in cui i lavoratori segnalano le disponibilità ai festivi, con programmazione a lungo termine. Il diritto a condizioni di lavoro dignitose e alla possibilità di una conciliazione equilibrata dei tempi di vita è centrale: servirebbe una norma nazionale. Non si può prescindere da una riflessione sulla liberalizzazione indiscriminata, il dibattito deve continuare». L.BEL.