Lo sgombero di piazza Indipendenza a Roma, l’azione di forza con il suo carico di degenerazioni (dalla frase fuori controllo dell’agente che parla di spaccare braccia alla bombola di gas gettata dalla finestra dagli occupanti) è solo l’ultima faccia di una vicenda, protratta nel tempo, con diversi attori e responsabilità, che sarebbe un errore di prospettiva valutare soltanto a partire dalla fine. Lo sgombero infatti è stato solo l'esito, traumatico, di un problema sorto molto prima.

Tutto è cominciato il 12 aprile del 2013 quando il palazzo di via Curtatone a Roma, oltre 30.000 metri quadrati costruito nel secondo dopoguerra, vincolato dalla Sovrintendenza per il suo valore architettonico, è stato occupato: centinaia di migranti – un centinaio stabili ma numeri arrivati secondo le ricostruzioni a sfiorare il migliaio – per lo più regolari, alcuni con famiglia e bambini, molti dei quali con lo status di rifugiati o richiedenti asilo vi hanno trovato una sistemazione di fortuna, illegale e rischiosa, oggetto di ripetute segnalazioni dei vigili del fuoco per il pericolo dovuto alla concentrazione di bombole, stufette, fornelletti a gas.

L’edificio era stato acquistato nel 2011 da Idea Fimit, una Società di gestione risparmio immobiliare per 75 milioni di euro con lo scopo aprirvi delle attività. Pochi giorni dopo l’occupazione abusiva la proprietà, fortemente danneggiata dalla situazione di illegalità, ha denunciato il fatto a tutte le autorità competenti e nel dicembre 2015 il Tribunale di Roma ha emesso un decreto di sequestro per il palazzo. Non solo, l’immobile rientrava nella lista di priorità stilata dall’ex Commissario Francesco Paolo Tronca nell’aprile del 2016: 16 su un centinaio di edifici occupati a Roma. C’era tutto il tempo di prevedere uno sgombero.

Eppure quando il 19 agosto scorso le forze dell’ordine hanno fatto uscire gli occupanti (al momento circa 400), lasciando un centinaio di persone riconosciute dal censimento preventivo come più fragili (bambini, anziani, disabili) autorizzate provvisoriamente a rimanere al primo piano del palazzo, in attesa di trovar loro sistemazione alternativa, il Comune non si è fatto trovare pronto.

Risultato: la tensione è esplosa, non subitissimo, ma nei giorni successivi allo sgombero, quando persone sgomberate dal palazzo– si sono fatti numeri dai 30 al centinaio – in mancanza di un piano “b”, o nella speranza di rientrare a prendere cose rimaste dentro, si sono accampate di fronte su piazza Indipendenza. Cinque giorni in strada: insostenibili dal punto di vista igienico, di ordine pubblico e di sicurezza, per gli interessati e per la città.

Intanto, ormai in piena emergenza, si cercava con il Comune una soluzione abitativa alternativa per gli sfollati che ne avevano diritto, in un tiraemmolla di proposte e rifiuti, culminati nello sgombero della piazza del 24 agosto, con le tensioni passate alla cronaca.

Le ultime notizie parlano di un’intesa che si sarebbe trovata tra Comune di Roma e la Società Sea che gestisce l’immobile sgomberato per sistemare provvisoriamente una quarantina di persone, le più fragili, in alloggi in provincia di Rieti. Sarebbero stati concessi dalla Sea per sei mesi senza oneri per l’amministrazione comunale. Ma la situazione è ancora in fieri.

Dopo quattro anni si resta a chiedersi se la situazione, che com'era non poteva rimanere, non si potesse governare per la via amministrativa, di giorno in giorno con le azioni necessarie da parte di ciascuno, senza lasciarla degenerare in attesa della magistratura e delle forze dell'ordine: senza arrivare a Piazza Indipendenza dove sempre prima o poi arriva l'illegalità trascurata e lasciata al suo destino.