di Arianna Monticelli

“La tua partenza non diventerà un’assenza”. La frase pronunciata dall’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, a febbraio 2021, durante i funerali dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio sembrò allora – a credenti e non – un sostegno per cercare di affrontare una perdita enorme e violenta. Oggi quelle parole appaiono con una chiarezza nuova: quella partenza non ha generato un vuoto ma una trasformazione, un’eredità di gesti condivisi, nel fare memoria di un uomo di pace e un diplomatico dalle doti non comuni.

Un momento della cerimonia in ricordo dell'ambasciatore Luca Attanasio a Limbiate (Monza e Brianza) dello scorso anniversario della morte (ANSA)

Sono passati cinque anni dall’uccisione dell’ambasciatore, da quel 22 febbraio 2021 in cui in un agguato nella Repubblica Democratica del Congo oltre a lui persero la vita anche il carabiniere che gli faceva da scorta, Vittorio Iacovacci e l’autista congolese, Mustapha Milambo. Al momento dell’assalto si trovavano insieme ad altre persone su un convoglio del World Food Programme delle Nazioni Unite, in viaggio su una strada nel nord Kivu, al confine con il Rwanda.

Luca Attanasio con una delle sue tre bambine

Attanasio aveva 43 anni ed era uno dei più giovani e brillanti diplomatici italiani. A Kinshasa lo aspettavano a breve la moglie Zakia Seddiki e le tre figlie piccole. A Limbiate (Monza e Brianza), la sua città d’origine, mamma Alida e papà Salvatore lo avevano sentito al telefono poche ore prima della tragedia. Il solito saluto mattutino prima di intraprendere quella che doveva essere un’altra lunga giornata di incontri e relazioni.

Quella frase di monsignor Delpini, anno dopo anno, si è rivelata nei fatti. Luca Attanasio non se n’è andato. Il suo esempio continua a far nascere azioni, scelte, progetti fatti dell’impegno di molti, che agiscono nel solco del suo modo di essere, nella vita e nel ruolo istituzionale. Il suo sguardo aperto al mondo e la capacità di costruire ponti continuano a generare incontri e ispirano percorsi. L’ambasciatore aveva portato una ventata di novità nello stile diplomatico, unendo la competenza e la serietà all’empatia e all’entusiasmo. Un uomo di dialogo, per una diplomazia vista come responsabilità che si esercita con umanità: capacità riconosciute da più parti. Il suo era un ruolo istituzionale di cui sentiva tutta l’importanza, ma anche un agire di prossimità, per i connazionali e per la gente del luogo, dal Marocco alla Nigeria, sino al Congo.

«Quando le persone lo chiamavano Eccellenza, lui sorrideva e rispondeva “sono Luca”, invitando tutti ad abbassare quelle barriere che spesso ostacolano il dialogo reale» ci racconta il papà Salvatore. Era il suo modo naturale di costruire relazioni concrete, con serietà ma senza formalismi. Mamma Alida ne ricorda la grande capacità di negoziazione: «Aveva una naturale capacità di ascoltare e trovare un punto d’incontro, anche quando sembrava difficile». Lo aiutavano l’intraprendenza innata, la preparazione coltivata con anni di formazione e studi e una grande fede.

Uno stile di vita che lo ha guidato sin da ragazzo, impegnato in oratorio e nel volontariato – nella parrocchia San Giorgio di Limbiate - e poi da studente, all’Università Bocconi di Milano e all’Ispi, Istituto per gli studi di politica internazionale, dove si preparò a muovere i primi passi nel mondo della diplomazia. Coltivava un legame profondo con Taizé – la comunità monastica ecumenica fondata da frère Roger in Francia. Da ragazzo ci tornava ogni volta che poteva: per nutrire la sua fede ma anche per respirare silenzio e preghiera che invitano alla condivisione tra popoli. I suoi genitori hanno voluto andare a Taizè nel 2022: vi hanno trovato tante testimonianze e una grande fotografia del figlio, che accoglie chi arriva.

Essere cittadino del mondo, curioso ed entusiasta, sempre pronto ad aprirsi e donarsi agli altri era il suo modo di agire quotidianamente, dagli amici di sempre alla Farnesina, da Limbiate a Kinshasa. Oggi nella capitale congolese opera don Francesco Barbieri, che a lungo ha svolto il suo ministero a Limbiate, dove conobbe Attanasio. Due anni dopo la scomparsa dell’ambasciatore, il sacerdote della Diocesi di Milano ha chiesto di poter fare un’esperienza fidei donum. La sua destinazione non è stata casuale. Dal 2023 don Barbieri è a Kinshasa, accanto a don Maurizio Canclini, nella Ong Cenacle che si occupa di diverse comunità e progetti per bambini con disabilità e di strada.

I bambini di strada nella megalopoli africana sono circa 45mila. L’ambasciatore Attanasio, appena arrivato in Congo, con la moglie si impegnò, sia nel ruolo di diplomatico che nel tempo libero, con progetti dedicati e sostenendo numerosi missionari. Nel 2017 nacque l’associazione Mama Sofia per iniziativa della moglie; lui ne era presidente onorario. Nel 2021 la vedova di Attanasio ha dato vita in Italia alla Fondazione Mama Sofia, impegnata in progetti in tutto il mondo, per la tutela di bambini e giovani in condizioni di difficoltà. In Congo l’impegno umanitario non si è mai interrotto e il lavoro che l’ambasciatore aveva tracciato è generativo. Aiutò molti giovani congolesi a terminare gli studi in Italia: oggi sono persone impegnate in diversi ambiti per il proprio Paese. È nata anche l’associazione Amici di Luca Attanasio: persone con esperienze e provenienze geografiche diverse che nel nome del diplomatico perseguono i principi costituzionali di uguaglianza, pace e pari dignità sociale. Collaborano con scuole e università per sensibilizzare i giovani e promuovere iniziative che mettono al centro il messaggio di pace e solidarietà tra i popoli.

L'Ambasciatore italiano Luca Attanasio con alcuni giovani congolesi (ANSA)

I genitori di Luca sono i primi che non si stancano mai di raccontare la vita del figlio nelle scuole, negli oratori, con le associazioni di tutta Italia che chiedono una testimonianza. In questo loro viaggio non possono evitare di parlare anche della loro ricerca di verità su quanto accaduto sulla strada per Goma. Condividono questo impegno con la famiglia del carabiniere Iacovacci e con realtà associative e semplici cittadini che si sono uniti in questi anni. Non credono alla versione dell’assalto di bande che imperversano in quella zona, che ha portato a Kinshasa alla condanna a morte - poi tramutata in ergastolo - di sei persone, in un processo alquanto lacunoso. A Roma, il procedimento si è invece chiuso con il “non luogo a procedere” per l’impossibilità di indagare due dirigenti del WFP dell’Onu – accusati dalla Procura di omicidio colposo - che hanno invocato l’immunità diplomatica. A novembre 2025 è stata presentata una proposta di legge per istituire una Commissione d’inchiesta parlamentare. Si attende la discussione in Senato, nella speranza di un reale impegno trasversale per conoscere la verità su quanto accaduto.

La targa dedicata a Luca Attanasio al Parco Ravizza a Milano (ANSA)

In tutta Italia continuano a moltiplicarsi luoghi e spazi dedicati all’ambasciatore: a Reggio Calabria c’è un ponte sul lungomare, ad Asiago un sentiero di pace nei luoghi segnati dalla guerra. Tra pochi giorni, a Cesano Maderno (Monza e Brianza) gli dedicheranno l’aula consiliare; a Cormano, alle porte di Milano, una piazza. Domani, domenica 22 febbraio, il segretario di Stato Vaticano, il cardinale Pietro Parolin, sarà a Limbiate per celebrare una messa nel giorno dell’anniversario dell’agguato. Sarà una giornata colma di eventi, che proseguiranno sino al mese di marzo, anche con il terzo anno del concorso fotografico in memoria: si chiama “Dialoghi” per richiamare uno dei valori principali della vita e dell’impegno di Attanasio, come uomo e come diplomatico.