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Contrordine economisti: i soldi fanno la felicità. Gli ultimi risultati della ricerca scientifica in campo finanziario dicono proprio questo. Ma non era il contrario? «Effettivamente», spiega lo psicologo Lorenzo Dornetti, direttore di Neurovendita Lab «uno dei pesi massimi delle neuroscienze, Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia nel 2022, nel 2010 aveva pubblicato un articolo in cui in sostanza dimostrava che oltre una certa soglia (100 mila dollari) non ci fosse più correlazione tra il livello di felicità e il denaro. In realtà dobbiamo fare un passo indietro rispetto alla metodologia. Che cosa significa rilevare la felicità? Si è dibattuto molto nella storia dell’Occidente su questo. Oggi si intende come il vissuto soggettivo di benessere. Molti studi hanno dimostrato il legame tra queste sensazioni e le emozioni: serenità, gioia, sorpresa... Si chiede alle persone di indicare come si sentono, se hanno avuto una prevalenza di emozioni positive o negative (rabbia, tristezza, paura) durante l’arco della giornata. Vengono fatte queste rilevazioni su campioni molto ampi di soggetti, con delle domande del tipo: “come ti sei sentito l’ora precedente?”. Anche Kahneman aveva usato una metodologia di questo tipo, a quel tempo legata agli sms. Matt Killingsworth, della Wharton School of Economics, un vero esperto della misurazione economica della felicità, e i suoi collaboratori hanno ideato delle app che consentono, attraverso dei tracciatori, di essere un po’ più precisi e soprattutto di fare queste rivelazioni su campioni molto più ampi. Tant’è che nel 2022 viene pubblicato uno studio che in sostanza conclude che denaro e felicità sono correlati».
Insomma, non c’è un “effetto tetto”.
«Non sempre. La cosa interessante è che i due studiosi, riconoscendo la validità dei rispettivi lavori hanno collaborato e nel 2023 sono giunti alla conclusione che l’effetto tetto esiste, ma solo per il 15 per cento della popolazione più infelice. Ma per la restante percentuale maggior denaro si associa a una esperienza emotiva di benessere. Resta il mistero della felicità. La psicologia cerca di essere una scienza quantitativa. La rivelazione della felicità con la domanda “come ti senti” - replicata su più soggetti - è molto affidabile perché va a rilevare una felcità di stato. Noi non siamo sempre felici e infelici ma abbiamo dei momenti».
Felicità a momenti, come recita la canzone di Tonino Carotone …
«È chiaro che quella tra felicità e denaro è una correlazione importante ma non è l’unica. I due fattori sembrano disgiunti sulla popolazione più infelice. Questo studio complica un po’ le cose nella percentuale della popolazione più infelice, le due variabili si disgiungono, per la popolazione che ha tassi medi di felicità le due variabili si tengono.
Ma quali conclusioni dobbiamo trarre da questo studio?
«Ci sono due approcci. Il primo è quello di prendere questi studi per quello che sono: cercare di usare la statistica e la tecnologia per cercare di dare risposte a quesiti che affondano le loro radici nel pensiero occidentale. L’altro tema è che il rapporto tra denaro e religione e dunque tra denaro e felicità, è molto complesso. Anche nella Bibbia ci sono ricompense giuste per chi è giusto. La felicità è più legata alla identità e alla creatività. La correlazione col denaro, pur se assodata, non è l’unica. In termini tecnici potremmo dire che ha una correlazione dello 0, 10, dunque è come se spiegasse il 10 per cento delle differenze tra le persone. Le due variabili sono correlate, ma non è detto che siano in una connessione di causa-effetto. Quello che possiamo dire è che c’è un legame tra quantità di denaro e i livelli di felicità, ma non che i soldi fanno la felicità. Ci sono studi che parlano della soddisfazione professionale, dell’amore, dei legami familiari».
Dunque dobbiamo leggere i dati per quello che sono …
«Leggiamo i dati per quello che sono: correlazioni probabilistiche e statistiche. Funzionano su popolazioni, non sul singolo. In popolazione si rileva una correlazione. Il fatto che ci sia una relazione tra denaro e livelli di felicità non deve stupirci. Se pensiamo a ciò che ci preoccupa nella vita il denaro entra: pensiamo ai viaggi, alla salute. Ma ci sono tanti altri temi che giocano un ruolo».
Significa che l’Occidente è più felice del cosiddetto Terzo Mondo?
«I livelli economici sono cresciuti in Occidente, ma non i livelli di felicità. Ma sono osservazioni non corroborate dai dati. Sono riflessioni. Ma quando vado a fare rilevazioni su tanti soggetti in momenti della giornata, diversi decine di migliaia di soggetti, una correlazione tra felicità e denaro c’è. Ci sono infelicità connesse al denaro ma questo dato non significa che il denaro sia l’unica variabile. Un lavoro soddisfacente, una mente che tiene conto della spiritualità o una famiglia che “tiene” spiega molto di più la felicità».
La visione di Dornetti è condivisa anche da Stefano Zamagni, docente di Economia all'Università di Bologna e padre degli studi sul Terzo Settore, nonché presidente della Pontificia Accademia delle Scienze. A condizione che ci si intenda sui termini.
«Come sempre in un dibattito scientifico bisogna prima intenderci sulle parole», commenta l’economista. «Se tu prendi la parola felicitò per significare utilità allora è tutto vero. Il punto è che l’ultilità e una cosa e la felicità è un’altra. L’utilità dipende dalle ricchezze accumulate, mentre la felicitò dipende dalla disponibilità di beni relazionali, dalle relazioni intersoggettive, dagli affetti che si stabiliscono tra la persona e il contesto di riferimento. Se aumenti il tuo reddito oltre una certa soglia per farlo devi tagliare le relazioni e quindi la tua felicità diminuisce».
Ma i ricchi non hanno di solito più relazioni dei poveri?
«Parliamo delle relazioni affettive non dei contatti. Le nuove tecnologie, i social eccetera sono utilissimi per procurarteli, ma si tratta di contatti, mentre la relazione interpersonale presuppone il contatto diretto e soprattutto lo scambio della parte affettiva di ciascuno di noi. Il supemanager non ha pià tempo di stare con i familiari per definizione, non è felice. Tanto è vero che Killingsworth avrebbe dovuto dire quello che l’associazione degli psicoterapeuti in America e altrove vanno dicendo da tempo. I pazioenti sono sempre persone ricche, alti dirigenti, supermanager che dopo un po’ non sanno cosa farsene dei soldi e dopo un po’ vanno in crisi»
In conclusione come dobbiamo valutare le ricerche di Killingsworth?
«In conclusione, se lo studioso avesse detto correlazione tra denaro è utilità sarebbe stato corretto. Però a una condizione: avrebbe dovuto avere il coraggio di dichiararsi come Bentham un utilitarista. Ma da Aristotele in avanti, passando per San Tommaso fino a Kahneman (che è uno psicologo, non un economista) è chiaro un concetto: dopo un po’ i soldi stufano. Ecco perché la curva della felicità ha un andamento parabolico, dapprima crescente e poi dopo una certa soglia decrescente. Quando il reddito è basso l’indicatore di felicità è basso (uno se non ha i soldi non mangia, non si cura, non può mandare i figli all'università) ma superando una certa soglia del reddito ulteriori aumenti dello stesso abbassano l’indicatore di felicità. Tanto è vero che il Paese più ricco al mondo, gli Usa, è quello che ha il pià alto numero di infelici, come documenta il Nobel Angus Deaton. Il cui ultimo libro si intitola Morti per disperazione. Disperazione significa perdere la speranza ma i poveri la speranza non la perdono, i poveri sperano sempre, hanno sempre una ragione di vita. Chi ha raggiunto il top invece non ha più una ragioen di vita: o si suicida o cade in depressione. Gli Usa hanno il più alto tasso di psicofarmaci e di suicidi al mondo».





