Sono quasi cinque anni da quel giorno che ha cambiato la vita della nostra famiglia e di tutti coloro che hanno conosciuto e amato Mario», dice Anna Motta, madre di Mario Paciolla, collaboratore delle Nazioni Unite, trovato impiccato il 15 luglio 2020 a San Vicente del Caguán, nel dipartimento amazzonico del Caquetá, Colombia. Mario aveva 33 anni, era un giornalista, ma si trovava nel Paese sudamericano come verificatore Onu degli accordi di pace tra Farc-Ep (Forze armate rivoluzionarie della Colombia - Esercito del popolo) e Governo colombiano insieme ad altri 200 operatori per monitorare il reinserimento degli ex guerriglieri nella società.

«La morte di mio figlio non è stata un atto volontario, ma qualcosa di molto più complesso», continua Anna. «Ci sono troppe incongruenze, troppi dettagli che sin dall’inizio non tornano, a cominciare dalla pulizia con la candeggina della scena del crimine, ordinata dall’ex militare Christian Leonardo Thompson Garzón, responsabile della sicurezza della missione di Mario, che ha fatto anche ritirare i suoi effetti personali, oltre al portatile, al mouse insanguinato e al telefono di servizio perché materiale ritenuto sensibile dall’Onu, e anche altri oggetti presenti che sono stati gettati nella discarica di San Vicente e mai più ritrovati. Tutto questo, prima che arrivasse la polizia investigativa. Quindi, credo che capire il movente e individuare le responsabilità sarà un percorso lungo, ma se per chiedere verità e giustizia per mio figlio dovrò arrivare in capo al mondo, io ci arriverò».

Manifestazione 'Insieme per Mario Paciolla', Napoli, 15 luglio 2025 (ANSA)

Come dichiara la seconda autopsia, svolta in Italia, il collaboratore Onu sarebbe stato strangolato e poi torturato. Le ferite trovate sui polsi gli sarebbero state inflitte, infatti, mentre era già agonizzante. Il suo corpo poi è stato appeso a un cappio, con i piedi che toccavano il pavimento, quindi il solco lungo il collo non sarebbe stato provocato da una sospensione volontaria bensì da una pressione diversa.

Anna riprende il filo del discorso dai giorni che precedono la morte di Mario: «Dopo la riunione del 10 luglio con la sua missione, era molto preoccupato. Prima di quella data non ci ha mai fatto trasparire nulla. Durante la pandemia ci sentivamo, di solito, ogni domenica in videochiamata, ma il sabato precedente la sua morte, l’11 luglio, ci chiamò a un orario insolito. Lo trovammo emaciato, impaurito, tanto che gli chiesi cosa fosse successo, e lui mi disse di avere avuto una discussione con i suoi capi, di voler chiudere definitivamente con la Colombia e con l’Onu e ritornare a Napoli. Aggiunse anche: “Ho paura che in qualche modo me la faranno pagare”. Dopo che staccammo, mi vennero tanti dubbi riguardo alle cose che ci aveva detto e che aveva fatto otto mesi prima quando era tornato per Natale, come il chiederci l’attivazione di una nuova rete domestica solo per lui o anche il fatto di essersi cancellato dai social. Così, presa dalla paura, gli mandai un messaggio chiedendo se fosse in pericolo di vita e lui mi rispose con un “no, mamma”. Probabilmente avrà voluto tranquillizzarmi, però io sono certa che mio figlio a quella riunione avrà detto, saputo o intuito qualcosa che lo ha portato alla forte preoccupazione prima della sua morte. La domenica poi ci risentimmo in videochiamata e mi disse che aveva ripreso a mangiare, quindi dedussi anche che non aveva mangiato dalla lite con i capi».

Manifestazione 'Insieme per Mario Paciolla', Napoli, 15 luglio 2025. ANSA/CESARE ABBATE
Manifestazione 'Insieme per Mario Paciolla', Napoli, 15 luglio 2025. ANSA/CESARE ABBATE
Manifestazione 'Insieme per Mario Paciolla', Napoli, 15 luglio 2025 (ANSA)

Mario Paciolla amava la vita, amava il suo lavoro. Aveva conosciuto la Colombia con Pbi (Peace Brigades International - Brigate internazionali di pace), che oggi è vicina ai suoi genitori. Mario era già lì da due anni quando le Nazioni Unite lo avevano ricontattato per chiedergli di collaborare. Quando papa Francesco fece visita al Paese, nel 2017, si era occupato dell’accoglienza del Pontefice con Pbi e altre organizzazioni per la sicurezza. Nel 2018 finì il suo lavoro con Pbi ed entrò nell’Onu, con un contratto che sarebbe scaduto il 20 agosto 2020. Ma aveva fretta di tornare a casa per proteggersi da qualcosa o da qualcuno e il 14 luglio acquistò il biglietto aereo per tornare in Italia, informando l’Ambasciata italiana di Bogotá. Dopo poche ore, però, la morte. Tutto ciò che accadde dall’acquisto del volo al momento della sua morte sono parole e pianti di disperazione con la sua ex ragazza, anche lei nell’Onu, alla quale Mario aveva confidato di temere che qualcuno a lui vicino volesse fargli del male. E così è stato.

La Procura di Roma ha chiesto per la seconda volta l’archiviazione del caso perché non ritiene che vi siano elementi sufficienti per definirlo omicidio, ma il Gip è in cerca di ulteriori indagini e ha respinto la richiesta. L’avvocata Emanuela Motta, che segue il caso insieme all’avvocata Alessandra Ballerini, ha dichiarato: «La posizione della Procura non è stata condivisa dalla famiglia di Mario per tanti motivi, dubbi scientifici e incongruenze ampiamente esposti al Gip di Roma».

«Il suicidio dichiarato dall’Onu è un grottesco tentativo di camuffare la realtà. Mario è stato ammazzato, tradito da qualcuno che gli stava vicino. Ecco perché non deve essere chiuso il caso», dice Simone Campora, 40 anni, amico e compagno di basket di Mario. «Mario aveva un talento innato nel legare con le persone. Il suo lavoro era il riflesso delle sue competenze umane. Lo trovavi laddove era richiesto, pronto a fare la sua parte. Ecco perché non deve essere chiuso il caso. Non solo per la necessità di verità e giustizia che merita la famiglia, ma anche perché tutto ciò che è stato trovato sulla scena del crimine risulta caotico e pieno di contraddizioni che lasciano pensare che chi si muove in quel modo è incompetente o, peggio, si sente intoccabile», conclude Simone, che insieme al collettivo “Giustizia per Mario Paciolla” e ai genitori del cooperante ha aperto un sito per condividere informazioni utili e aggiornamenti sul caso.

«Il sito mariopaciolla.org è nato per mettere ordine, dare voce e fare memoria su questa vicenda», spiega Erica Prisco, 46 anni, una delle attiviste del collettivo. «In questi cinque anni abbiamo raccolto documenti, testimonianze, articoli, interviste. Volevamo uno spazio di condivisione per dare continuità a una richiesta che non si può spegnere. Il sito non è un archivio, ma uno strumento di divulgazione per la creazione di una memoria sociale, nel ricordo di una persona che si è spesa fino alla fine per i diritti umani, ponendo al di sopra di sé una missione più grande».