Un finanziamento mancato, le dimissioni di due membri della commissione, polemiche sul piano politico e un esito sicuramente positivo: il documentario Giulio Regeni - Tutto il male del mondo torna nelle sale grazie all’iniziativa di Circuito Cinema.

Il manifesto del documentario

Prodotto da Fandango e Ganesh, diretto da Simone Manetti, vincitore del Nastro della Legalità 2026, aveva fatto domanda per accedere al finanziamento previsto dal Mic, Ministero della Cultura, per i documentari: 131mila euro , a fronte di un budget totale di 328mila euro. Fondo destinato a “opere su personaggi e avvenimenti dell’identità culturale italiana”. I cinque membri della commissione preposta a questo genere di opere devono stabilire un punteggio sulla base di diversi criteri più tecnici, per poi stilare una graduatoria. Ammessi al finanziamento complessivo 3 milioni di euro, 35 documentari: quello su Regeni si è classificato al 36esimo posto su 118 film valutati. Ed è rimasto fuori.

La risposta è arrivata con le immediate dimissioni di due membri della commissione allargata di dodici membri, ovvero il critico cinematografico Paolo Mereghetti, componente della seconda sezione della Commissione, che si occupa delle sceneggiature per il grande e il piccolo schermo, per il web e i cortometraggi, e Massimo Galimberti, consulente editoriale e story editor per progetti cinematografici e televisivi, che faceva parte della prima sezione della Commissione incaricata di esaminare film per la tv e il cinema, le serie e le produzioni di giovani autori.

Abbiamo raggiunto al telefono Mereghetti per capire le ragioni di questo gesto, che sicuramente ha contribuito a riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sui criteri con cui si scelgono i prodotti da sostenere con i finanziamenti pubblici:

Il critico cinematografico Paolo Mereghetti (ANSA)

«Io avevo visto e apprezzato il documentario anche sul piano artistico. Una storia capace di tenere insieme i fatti seguendo il filo conduttore del processo, in maniera semplice, senza eccessi, ma sicuramente in modo efficace, portando a conoscenza di tutti verità agghiaccianti relative ai depistaggi delle autorità egiziane. Per me la forza di un documentario è proprio quella di aprire gli occhi, un po’ come faceva il grande documentarista americano Frederick Wiseman, scomparso il 16 febbraio scorso. Per me un’opera assolutamente meritoria di essere sostenuta, sicuramente più di Il vero Alfredo, il re delle fettuccine, che invece ha potuto usufruire dei finanziamenti. Così come li avrebbe meritati il documentario Ferdinando Scianna - Fotografo nell’ombra di Roberto Andò, che è arrivato solo 42esimo, quindi fuori dai giochi».

Inutile dire che i finanziamenti pubblici sono fondamentali per il mercato cinematografico italiano. Il più consistente è quello automatico, che consiste nel tax credit, cioè uno sconto sulle tasse pagate dalla società di produzione del 30 o 40 per cento a seconda della sua grandezza, che quindi non segue meriti artistici ma è un incentivo industriale alla produzione. E poi c’è quello selettivo, che appunto si basa sul “merito” ed è a discrezione dei commissari nominati dal Ministero.

«Alla decisione di dimetterci siamo arrivati contemporaneamente io e Galimberti, con analoghe motivazioni. La mia sensazione, già da tempo, è che la linea politico-culturale che sta dietro a certe scelte sia quella di snobbare certe produzioni considerate troppo colte e schierate, per privilegiare un’idea populista del merito. Ma soprattutto, in questo caso, la vicenda di Giulio Regeni non può essere ascritta a una parte politica piuttosto che a un’altra: lui era un ricercatore, analizzava i fatti con l’atteggiamento di uno studioso e può essere preso a modello per il coraggio e l’integrità da ogni giovane. Destra e sinistra qui non c’entrano nulla».

Ripercorriamo brevemente i fatti così come ce li propone il documentario.

Dieci anni fa, tra il 25 gennaio, giorno della scomparsa, e il 3 febbraio, giorno in cui fu rinvenuto il cadavere orrendamente torturato, morì al Cairo il ricercatore italiano di 28 anni Giulio Regeni. Dieci anni in cerca di giustizia da parte dei genitori e della società civile. Una vicenda che solo nel 2024 finisce a processo, con i quattro responsabili giudicati in contumacia e la cui sentenza è attesa per la fine del 2026. Il documentario Giulio Regeni - Tutto il male del mondo, uscito nelle sale il 2, 3 e 4 febbraio, è una ricostruzione puntuale, lucida e insieme commovente di una vicenda assurda e crudele che, oltre a ricordare una vita spezzata, racconta come un regime militare viva in modo paranoico e al di fuori di concetti come legalità, rispetto dei diritti umani e relazioni diplomatiche. Giulio Regeni, che svolgeva la sua attività di ricercatore sui sindacati indipendenti e per questo motivo girava per i mercati facendo domande, è stato considerato una spia senza alcun fondamento e, solo per questo, ucciso, orchestrando poi una serie di goffi e infamanti depistaggi. Nel documentario ci sono le testimonianze dei genitori, Claudio Regeni e Paola Deffendi, dell’avvocata Alessandra Ballerini e video sugli ultimi giorni di Giulio.

Ora per il documentario si apre una nuova vita: 76 università italiane hanno aderito all'iniziativa promossa dalla senatrice Elena Cattaneo per proiettarlo negli atenei. Il 5 maggio, inoltre, sarà presentato al Parlamento europeo. E soprattutto Circuito cinema lo riporta nelle sale. Per i dettagli sulla programmazione, basta consultare il sito https://www.circuitocinema.com/film/giulio-regeni-tutto-il-male- del-mondo/