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L’appuntamento è fissato per domani a Washington in un edificio al numero 2301 di Constitution Avenue. Per oltre quarant’anni è stato la sede dello United States Institute of Peace (USIP), un’organizzazione indipendente e non profit nata per promuovere la ricerca, l'analisi politica, l'istruzione e la formazione in materia di pace internazionale e risoluzione dei conflitti, nell'ottica di prevenire e risolvere i conflitti violenti e promuovere la stabilità post-bellica. Poi è arrivato Trump e per l’USIP sono arrivati i tempi dei tagli di personale e di finanziamenti. Ma Trump, invece di chiudere l’USIP, ha deciso di metterci il cappello. Così, lo scorso dicembre, il nome del presidente Donald J. Trump è stato aggiunto in grandi lettere maiuscole sulla facciata dell’edificio.
Domani la scritta sovrasterà l’ingresso dei partecipanti alla prima riunione ufficiale del Board of Peace, il cosiddetto Consiglio di Pace voluto da Trump come parte del piano di pace per Gaza, anche se da allora, almeno sulla carta, il nuovo organismo internazionale (al quale una risoluzione votata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha affidato il compito di monitorare il processo di stabilizzazione a Gaza) ha ampliato il proprio ambito di competenza alla "pace duratura" in tutto il mondo.
Questo è certamente uno degli aspetti più critici del Board of Peace, tanto che Flavio Lotti, Presidente della Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace lo definisce “un’associazione eversiva che pretende di sostituirsi all’Onu”.
Ancora non è chiaro quanti saranno i Paesi partecipanti all’incontro di Washington, fra capi di stato, primi ministri, ministri degli esteri, ambasciatori. Ha detto “no” la Santa sede, perché, come spiegato dal cardinale Parolin, “ci sono punti che lasciano un po' perplessi.”


Alcuni bambini palestinesi osservano una scultura di sabbia con la scritta “Benvenuto, Ramadan”, realizzata dall'artista palestinese Yazeed Abu Jarad, su una spiaggia di Khan Yunis, nella Striscia di Gaza meridionale
(EPA)Nelle capitali europee prevalgono freddezza e scetticismo. Solo l'Ungheria e la Bulgaria hanno manifestato l'intenzione di aderire pienamente al programma. Italia, Romania e Cipro parteciperanno in qualità di osservatori. Alcuni paesi, tra cui la Danimarca (ai ferri corti con Trump per la vicenda della Groenlandia), non hanno mai ricevuto un invito. Anche la Commissione europea ha rinunciato all'adesione, scegliendo invece di inviare la commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica, una figura relativamente minore. Dopo le esitazioni di Meloni, che per alcuni giorni ha cercato di capire che cosa avrebbero fatto gli altri leader europei, in particolare il Cancelliere tedesco Merz, alla fine l’Italia sarà rappresentata dal ministro degli esteri, Antonio Tajani.
"Andrò io a Washington a rappresentare l'Italia come osservatrice in questa prima riunione del Board of Peace”, ha affermato Tajani, “per essere presenti nel momento in cui si parla e si prendono le decisioni per la ricostruzione di Gaza sul futuro della Palestina”. “L’Italia”, ha proseguito Tajani, “è protagonista nell'area del Mediterraneo. Non possiamo non essere parte di una strategia che dovrà vederci ancora in prima linea, ascoltare cosa si sta facendo. Noi dobbiamo fare quello che abbiamo sempre fatto per la costruzione della pace, della stabilità dell'intera area del Medio Oriente”.
A Washington ci saranno molti leader arabi, ma non Netanyahu, che invece manderà il suo ministro degli esteri. Trump sarà certamente il grande protagonista della giornata di domani (d’altra parte il logo del Board mette al centro gli Stati Uniti), ma ancora non chiaro quali risultati porterà a casa. Trump ha dichiarato domenica che gli Stati membri del "Consiglio di pace" hanno promesso oltre 5 miliardi di dollari (4,2 miliardi di euro) per la ricostruzione e gli aiuti umanitari a Gaza. Solo una minima parte dei soldi necessari per la ricostruzione. Non è ancora definito, poi, quale sarà il contributo sul campo dei vari paesi per garantire la pace fra israeliani e palestinesi. L’unico impegno concreto è stato annunciato dall’esercito indonesiano, che entro la fine di giugno prevede di mettere a disposizione fino a 8.000 soldati per una possibile missione di pace e umanitaria.






