Gennaro Giudetti ha trascorso gli ultimi 15 anni della sua vita, da quando ne aveva 20, in giro per il mondo come operatore umanitario, prima da volontario poi da professionista. Ha fatto esperienza nei teatri di guerra e di gravi crisi umanitarie, dall’Afghanistan ad Haiti, dallo Yemen al Centrafrica, dalla Colombia all’Ucraina. Ha lavorato per Ong e per agenzie delle Nazioni unite. Si è immerso anima e corpo nei contesti nei quali ha operato, sempre al fianco degli abitanti, condividendo con loro la precarietà e le difficoltà della loro esistenza, cercando di portare un po’ di conforto e speranza a persone che hanno perso tutto, la casa, gli affetti, mosso dall’inquietudine di fronte alle ingiustizie e da una irrefrenabile curiosità verso il mondo.

Eppure, a un certo punto del suo percorso, per lui arriva una cesura: quel punto di rottura e di non ritorno si chiama Gaza. Giudetti è stato nella Striscia per due missioni, la prima nel 2024 con la Fao (Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura), la seconda nel 2025 con l’Organizzazione mondiale della sanità per sette mesi. Un’esperienza che lo segna nel profondo, in modo lacerante, doloroso. E che lo costringe a ripensare anche al suo lavoro, alla sua missione. Rientrato in Italia, Giudetti ha deciso di raccogliere i suoi ricordi e le sue riflessioni in un libro, Con i miei occhi. Quello che ho visto a Gaza (edito da Piemme). Non un racconto, ma «un atto di testimonianza», come scrive lui stesso nel libro. Una scelta etica che, probabilmente, riapre ferite e traumi dentro di lui, ma necessaria, «perché se Gaza non uscirà mai da me, almeno può entrare dentro chi leggerà queste pagine».

La copertina del libro di Gennaro Giudetti "Con i miei occhi. Quello che ho visto a Gaza" (Piemme).

Gennaro, tu ora sei in Italia e spieghi nel libro che Israele non ti ha più dato il permesso di rientrare nella Striscia di Gaza.

«Sì, Israele si riserva il diritto di decidere chi può e chi non può entrare a Gaza. E quelli che parlano, raccontano, denunciano e si espongono, si vedono negato da Israele il permesso accedere nella Striscia. In questo momento sono in Italia perché ritengo necessario raccontare e testimoniare quello che ho visto con i miei occhi, come dice il titolo del mio libro. Gli operatori umanitari italiani come me o internazionali che possono raccontare cosa hanno visto non sono tantissimi. Per me è un dovere morale farlo, dato che la stampa internazionale ancora non può entrare a Gaza. Ho deciso di licenziarmi e di uscire dalle Nazioni unite per poter parlare liberamente in quanto cittadino, semplicemente come Gennaro».

Il tuo racconto è anche una riflessione sul lavoro dell’operatore umanitario, che tu vivi come una missione, una scelta radicale di vita. Ma nelle tue parole si avverte anche tanta frustrazione: Gaza ti ha messo a dura prova in quanto operatore?

«Oggi quello che ci si domanda è se, dopo tutto quello che è successo a Gaza, questo lavoro tornerà ad essere quello che era prima. A Gaza si è andati troppo oltre, sono state varcate troppe linee rosse. Hanno bombardato, distrutto deliberatamente strutture delle Nazioni unite, della Croce rossa internazionale, delle Ong, senza preoccuparsi affatto di tutto questo. Secondo me il ruolo e la presenza degli operatori umanitari non torneranno più ad essere quelli che erano prima. Ora è stato sdoganato il fatto che se bombardi un edificio di un organismo internazionale o uccidi in un raid operatori internazionali non ti succede niente, non ci sono conseguenze. Prima, negli altri contesti, c’era sempre stato un certo rispetto per le organizzazioni umanitarie. A Gaza tutto questo è saltato, io ho perso la mia casa, alcuni miei colleghi sono stati uccisi, hanno distrutto l’edificio della Croce rossa. E non è successo nulla. Si è creato così un pericoloso precedente per il futuro. Anche il blocco per mesi all’ingresso degli aiuti umanitari, dell’Onu e delle Ong: prima non era mai successo e gli operatori umanitari sono stati delegittimati. Nelle vecchie guerre quando gli organismi internazionali denunciavano una determinata situazione, i Paesi si interessavano a quelle denunce e facevano tutto il possibile per sbloccare la situazione. Adesso è stato tutto stravolto e annientato. Normalmente nelle zone di guerra la gente scappa e cerca riparo all’interno delle strutture delle Nazioni unite o nei dintorni. A Gaza noi dell’Onu siamo stati colpiti e abbiamo dovuto dire agli abitanti di allontanarsi da noi».

Gennaro Giudetti durante una conferenza su Gaza.
Gennaro Giudetti durante una conferenza su Gaza.

Gennaro Giudetti durante una conferenza su Gaza.

Gran parte del tuo libro – a partire dalla copertina – parla dell’infanzia ferita di Gaza. Racconti di alcuni bambini, come Aisha e Seraj, in modo commosso e commuovente. Nei Paesi nei quali hai operato hai incontrato tanti bambini in situazioni molto difficili. Ma quelli di Gaza ti sono rimasti dentro in modo particolare?

«Prima di tutto va ricordato che oltre il 50 per cento della popolazione di Gaza è costituito da bambini. A Gaza si è raggiunto un livello di devastazione e di violenza tale che anche i bambini hanno sofferto molto di più. A Gaza è stato raggiunto il numero più elevato al mondo di minori mutilati, un numero altissimo di orfani. E poi nessun’altra guerra è paragonabile a Gaza per l’intensità dei bombardamenti, la quantità di bombe che sono state sganciate su un pezzo di terra lungo 35 chilometri e largo 10. A Gaza senti ogni singola bomba che cade, lontana o vicina, con una media di una al secondo. Contro i bambini hanno messo in atto strategie disumane, come il cosiddetto double tap, doppio tocco: sparavano per la strada alle gambe di un bambino, che moriva lentamente, dissanguato, davanti agli occhi di tutti, e quando altre persone si avvicinavano colpivano e ammazzavano anche loro. Ferivano i bambini per lasciarli mutilati. Non avevo mai visto un livello di orrore così elevato. A Gaza sono andati troppo oltre».

Nella Striscia tu stavi in mezzo alla gente, a contatto diretto con gli abitanti. E scrivi di non aver mai conosciuto un popolo altrettanto capace di resistere, di non perdere la dignità e anche l’umanità. In fondo, un messaggio di speranza in mezzo all’inferno.

«I palestinesi sono incredibili, straordinari: li pieghi ma non li puoi spezzare. Quando è stato loro tolto il petrolio, hanno usato il gas. Quando hanno finito il gas, hanno cominciato ad usare una benzina fatta di plastica, in casa. Hanno perfino creato delle panetterie sulle biciclette con la dinamo. Se distruggono le loro case, rimediano le tende. Si adattano a tutto. Non si sono mai fermati, mai arresi. Sono abituati a vivere sotto assedio ormai da tanti anni, si sono adattati a sopravvivere in qualunque modo e situazione. I palestinesi dicono sempre: l’unica cosa che ci è rimasta è la speranza».