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Un frame tratto da un video pubblicato sul profilo X @itamarbengvir. Il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha visitato il porto di Ashdod, dove sono detenuti gli attivisti della flottiglia fermati dalla marina militare israeliana e, come diffuso sui suoi canali social sotto il titolo 'Ecco come accogliamo i sostenitori del terrorismo', deride gli attivisti mentre camminano tra centinaia di detenuti, ammanettati e bendati in ginocchio e esulta: ''Benvenuti in Israele, siamo i padroni di casa'' e ''Il popolo d'Israele vive''
L’immagine che ha fatto il giro del mondo – gli attivisti della Flotilla inginocchiati, bendati o con le mani legate dietro la schiena – mentre il ministro israeliano della Sicurezza nazionale li deride davanti alle telecamere, racconta forse meglio di qualunque discorso chi sia oggi Itamar Ben-Gvir. Nel video diffuso dal suo stesso ufficio, il ministro cammina tra i detenuti, sventola una bandiera israeliana e li apostrofa come “sostenitori del terrorismo”, mentre gli attivisti vengono costretti a inginocchiarsi sotto la sorveglianza di poliziotti armati.
La scena ha provocato proteste internazionali, una dura reazione italiana e perfino una presa di distanza pubblica di Benjamin Netanyahu, che ha definito il comportamento del suo ministro «non in linea con i valori e le norme di Israele».
Anche Giorgia Meloni, tradizionalmente prudente nei confronti del governo israeliano, ha parlato di trattamento «inaccettabile» e chiesto scuse ufficiali per gli attivisti italiani coinvolti, mentre il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito il comportamento del ministro «di livello infimo».


Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e, a destra, il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir
(ANSA)Dalla militanza radicale al kahanismo
Ma l’episodio della Flotilla non è un incidente isolato. È l’ultima manifestazione di una traiettoria politica costruita sulla provocazione permanente, sull’ultranazionalismo religioso e su una concezione della sicurezza fondata sulla forza e sulla supremazia ebraica nei territori contesi.
Nato nel 1976 a Mevaseret Zion, vicino Gerusalemme, Ben-Gvir si forma politicamente negli anni della Prima Intifada. Militò inizialmente in Moledet, partito favorevole al “trasferimento” dei palestinesi fuori da Israele e dai territori occupati. Ma la sua vera matrice ideologica è il kahanismo, il movimento fondato dal rabbino Meir Kahane, leader di Kach, organizzazione messa al bando in Israele e negli Stati Uniti perché considerata terroristica.
Per anni Ben-Gvir ha esibito nel salotto di casa il ritratto di Baruch Goldstein, il colono autore del massacro di Hebron del 1994, diventando una figura di culto negli ambienti dell’estrema destra religiosa israeliana.
L’avvocato dei coloni diventato ministro
La sua ascesa politica è stata lenta ma costante. Avvocato, si è costruito notorietà difendendo coloni radicali e attivisti accusati di violenze contro i palestinesi. Parallelamente accumulava procedimenti giudiziari personali per incitamento all’odio e sostegno a organizzazioni estremiste. Negli anni Duemila era considerato troppo radicale perfino per parte della destra israeliana. Oggi siede invece al centro del potere.
Con il partito Otzma Yehudit (“Potere Ebraico”), Ben-Gvir è riuscito a trasformare il radicalismo kahanista in una forza decisiva della coalizione di governo guidata da Netanyahu. Dopo le elezioni del 2022 è diventato ministro della Sicurezza nazionale, ottenendo il controllo di polizia, polizia di frontiera e sistema carcerario: una delle leve più sensibili dello Stato israeliano.


Dal profilo Instagram del partito di estrema destra Otzmá Yehudit, uno dei regali ricevuti per il 50esimo compleanno dal ministro della Sicurezza Nazionale israeliana, Itamar Ben-Gvir: una torta con decorazioni raffiguranti delle pistole e un cappio, simbolo controverso di appoggio alla misura della reintroduzione della pena di morte in Israele applicabile a palestinesi considerati terroristi
(ANSA)La "politica” della provocazione permanente
Da ministro ha imposto una linea sempre più dura. Ha sostenuto l’espansione delle colonie in Cisgiordania, promosso l’allentamento delle norme sul porto d’armi dopo il 7 ottobre 2023 e chiesto pieni poteri per la repressione interna. Le licenze per armi da fuoco sono aumentate sensibilmente durante il suo mandato. Per i suoi sostenitori è il simbolo di una risposta muscolare al terrorismo; per i critici rappresenta invece la normalizzazione dell’estremismo etno-religioso dentro le istituzioni israeliane.
Negli ultimi mesi la provocazione è diventata il suo principale strumento politico. Le campagne per la pena di morte ai terroristi palestinesi, le spille con la forca esibite alla Knesset, la torta decorata con un cappio durante iniziative politiche, le visite provocatorie alla Spianata delle Moschee e le marce ultranazionaliste nella Gerusalemme araba seguono tutte la stessa logica: occupare costantemente il terreno dello scontro simbolico. Le sue visite alla Spianata delle Moschee, luogo sacro per ebrei e musulmani, ad esempio, hanno più volte infiammato le tensioni regionali. Palestinesi, governi arabi e parte della comunità internazionale le considerano provocazioni deliberate contro lo storico status quo religioso di Gerusalemme.
Il rapporto ambiguo con Netanyahu
Dopo il 7 ottobre, Ben-Gvir ha ulteriormente radicalizzato i toni. Si è opposto a tregue e negoziati, ha chiesto condizioni più severe per i detenuti palestinesi e ha invocato misure eccezionali contro Gaza. A gennaio 2025 lasciò temporaneamente il governo per protesta contro una proposta di cessate il fuoco, salvo poi rientrare pochi mesi dopo.
Ed è qui che il caso della Flotilla assume un significato politico più ampio. L’umiliazione pubblica degli attivisti non parla soltanto alla base ultranazionalista israeliana ma sembra anche un messaggio rivolto allo stesso Netanyahu. Ben-Gvir sa che il suo consenso non dipende dalla capacità di apparire “responsabile” o istituzionale. Al contrario: nella destra radicale israeliana il rischio maggiore è sembrare addomesticati dal potere. Restare troppo dentro la disciplina di governo può indebolirlo agli occhi del suo elettorato. La sua forza nasce proprio dall’essere percepito come irriducibile, refrattario ai compromessi e impermeabile alle pressioni internazionali.
La sfida per la leadership della destra radicale
Questa dinamica pesa anche nella competizione interna all’estrema destra religiosa. Parte dell’elettorato di Ben-Gvir si sovrappone a quello di Bezalel Smotrich e del Sionismo religioso, una forza che negli ultimi mesi appare in difficoltà proprio perché percepita da alcuni sostenitori come troppo “moderata” e integrata nella macchina di governo. Mantenere un livello costante di radicalità pubblica consente dunque a Ben-Gvir di rafforzarsi nel campo della destra post-netanyahiana, presentandosi come l’unico leader rimasto “puro”.
Secondo diversi sondaggi pubblicati dalla stampa israeliana negli ultimi mesi, il blocco pro-Netanyahu rischierebbe oggi di non avere più una maggioranza autosufficiente alla Knesset, mentre Otzma Yehudit mantiene uno zoccolo duro relativamente stabile, sufficiente però a risultare decisivo in qualunque futura coalizione.
In questo scenario, prendere progressivamente le distanze da Netanyahu potrebbe diventare politicamente conveniente per Ben-Gvir. Non attraverso dimissioni ordinarie, ma costruendo una narrativa precisa: quella del leader “troppo duro” perfino per un governo di destra.


Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir il 14 maggio scorso durante la tradizionale marcia per il Giorno di Gerusalemme nella Città Vecchia
(REUTERS)L’uomo simbolo della radicalizzazione israeliana
Anche per questo la provocazione permanente sembra essere diventata il suo principale strumento politico. Non necessariamente per rompere subito con Netanyahu, ma per restare costantemente sul bordo della rottura, nel punto in cui il rendimento elettorale è massimo.
Netanyahu, dal canto suo, si trova intrappolato in un equilibrio sempre più fragile: prendere le distanze da Ben-Gvir significa rassicurare parte della comunità internazionale e dell’opinione pubblica israeliana moderata, ma rischia anche di trasformare il ministro della Sicurezza nazionale in un martire politico della destra radicale post-7 ottobre.
Dentro questa tensione si gioca oggi una parte importante della politica israeliana. E Ben-Gvir, da ex agitatore marginale dell’estrema destra religiosa, è riuscito a diventare il simbolo più potente, e più inquietante, della radicalizzazione della destra israeliana contemporanea.





