A chi guardava dalla Tv la Cerimonia d’apertura di Milano Cortina 2026 avrà fatto specie quel portabandiera solitario sotto il vessillo verdeoro. Pensi al Brasile ed è subito carnevale di Rio, spiagge di Copcabana e Ipanema, non certo piste di sci alpino. Che ci fa un brasiliano all’Olimpiade invernale?

Lucas Pinheiro Braathen, il brasiliano che, nomen omen, ha un “pino” Pinheiro nel nome, ha fatto di più che stupire il mondo per il solo fatto di esserci: ha vinto il gigante diventando il primo oro olimpico della storia invernale con sfumature verdeoro.

Nel circo bianco in realtà Lucas Pinheiro Braathen era noto, la sua storia è più simile a quella di Max Girardelli e di Lara Colturi, che a quella dei bobbisti della Giamaica.

Più che un’avventura esotica la sua è una storia di rottura con la Federazione di partenza.

Come fece Max Girardelli, leggenda degli anni Ottanta e Novanta, tra i più forti e completi della storia che, nato austriaco, anche per colpa di un padre allenatore un po’ padrone incline a decidere a modo a suo e incline a imporsi, prese a un certo punto il passaporto del Lussemburgo, non esattamente una terra di piste e montagne.

Qualcosa di simile è accaduto a Lara Colturi, che abbiamo visto portare in Cerimonia d’apertura, a Milano Cortina 2026, la bandiera dell’Albania. Lara è nata a Torino dall’allenatore Alessandro Colturi e da Daniela Ceccarelli, romana, oro olimpico in SuperG a Salt Lake City 2002, ha scelto la cittadinanza albanese e iniziato il percorso nelle gare Fis con quella bandiera per poter continuare a essere allenata dalla mamma, gestendo in modo autonomo la propria immagine.

Proprio un problema di immagine e un servizio fotografico non autorizzato con un marchio diverso da quelli con cui aveva i contratti la Federsci norvegese ha causato la frattura tra Braathen, di papà norvegese e mamma brasiliana, con la federazione della Norvegia.

Sciatore di vaglia che aveva vinto la Coppa di specialità di slalom 2023, rientrando da un grave infortunio, Lucas subito dopo quel successo ha annunciato un clamoroso ritiro: «Per poter continuare a sciare all'interno di questo sistema, ho dovuto non solo mettere da parte i miei sogni, ma anche la mia gioia di vivere. Non sono più disposto a farlo», disse in conferenza stampa dove si era presentato con tutte le sue eccentricità, smalto sulle unghie compreso, «Detto questo, sono felice di annunciare che nel luogo in cui ho vinto la mia primissima gara di Coppa del mondo, mi ritiro. Ho chiuso».

Ma Lucas aveva vissuto in Brasile da bambino, il Paese della madre, e da lì Lucas è tornato sui suoi passi e, prima di buttare alle ortiche un talento a 23 anni, ha negoziato un rientro sotto quella bandiera imponendo le proprie condizioni: libertà di gestione dell’immagine compresa la passione modaiola che lo rende di casa a Milano e l’eccentricità che lo contraddistingue e che conciliava a fatica con una Federsci di grande tradizione e grandi numeri a livello invernale come la Norvegia. C’è chi per la sua «esoticità», per le sue guasconate lo assimila ad Alberto Tomba, che lo ha commosso scrivendogli i complimenti per l’oro olimpico.

Il cambio è stato clamoroso, le modalità pure, ma dietro di lui pur non essendoci lo staff di una grande federazione, c’è un team personale, fatto specialisti di prim’ordine nello sci alpino: il suo allenatore di sempre Peter Lederer; Mike Pircher, ex coach di Marcel Hirscher, e il preparatore atletico Kurt Kothauber, che in passato ha lavorato con Marco Odermatt.

I risultati si sono visti. Lucas Pinheiro Braathen che due anni fa ha rischiato di diventare il più grande potenziale espresso a metà dello sci alpino è ora il primo campione olimpico della storia dell’America latina.