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Alcune persone davanti a un veicolo distrutto da un attacco con esplosivo che ha ucciso più di una dozzina di civili sulla Via Panamericana in Colombia.
Nell’ultima settimana, i dipartimenti del Cauca e di Valle del Cauca, che si trovano nella parte sud-ovest del Paese, interessata dal corridoio del narcotraffico, stanno subendo una escalation programmata di attentati con bombe, attacchi armati e azioni violente sulla popolazione civile e ai danni delle infrastrutture. In alcuni casi, come per l’attentato avvenuto sulla Panamericana, strada pericolosa in tutte le ore del giorno, maggiormente dal tramonto, le vittime sono più di 20 e i feriti circa 40, molti di loro, civili.
«Durante l’esplosione mi stavo dirigendo a Cali per rientrare a lavoro, ho avuto il terrore che non sarei mai più arrivata», racconta una giovane dottoressa, della quale tuteliamo l’identità per ragioni di sicurezza.
I fatti non solo isolati, in meno di 48-72 ore si registrano molteplici attacchi simultanei, fra cui rappresaglie nella città di Cali e nelle zone rurali del Cauca: uno scenario di violenza sistematica e strategica, attribuita principalmente a dissidenti armati che hanno legami con economie illegali.
«Questa guerra è una follia, e a perderci sono sempre le persone che non c’entrano niente», racconta una fonte colombiana sul posto, e continua: «Questo accade in un contesto già politicamente sensibile che precede le elezioni, in cui le tensioni si amplificano e si intensifica l’impatto politico sul conflitto armato. Ma è l’impatto sociale a rendere ancora più profonda la frattura del tessuto comunitario, la rottura della fiducia collettiva. Gli attentati, sappiamo che non distruggono solo le infrastrutture, ma erodono la fiducia fra i cittadini. La via Panamericana, asse di fondamentale mobilità, è un luogo di morte. Gli spazi civili smettono così di essere percepiti come sicuri».
La Colombia vive da più di 60 anni un conflitto armato interno che le comunità indigene, contadine, afro-discendenti insieme agli attivisti, ai leader comunitari e dei diritti umani tentano di sradicare lavorando alla costruzione della pace totale. Nel 2016, le FARC (Fuerzas Arnadas Revolucionarias de Colombia) hanno firmato l’accordo di pace con il governo Santos, ma questo non basta. Le altre fazioni della guerriglia come l’ELN (Ejército de Liberación Nacional) e vecchi e nuovi gruppi armati continuano a farsi guerra per ristabilire il controllo sui territori. I nuovi attacchi hanno un’unica certezza per la società civile: la violenza torna a far parte della quotidianità.
«Questo produce ciò che la sociologia denomina “disistituzionalizzazione della fiducia”; la gente non ha fiducia in tutto ciò che le circonda, tantomeno nella capacità dello Stato di proteggerla. Non solo, si genera anche un isolamento territoriale e una frammentazione sociale. Il blocco degli autotrasportatori produce carenze alimentari, difficoltà nell’acceso sanitario, rottura delle economie locali. Il risultato quindi è una ri-territorializzazione della paura, dove le comunità restano psicologicamente e fisicamente isolate, soprattutto quando - come in questo caso - fra le vittime ci sono leader sociali, contadini. Quindi, ancora una volta, assistiamo alla ri-vittimizzazione delle comunità durante i processi di pace, condizione che fa perdere la fiducia nella possibile costruzione della pace e che fa convincere allo stesso tempo che si stia vivendo un inganno storico», conclude la fonte.




