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Bambini rifugiati sudanesi provenienti da Al-Fashir condividono un pasto da un unico piatto nel campo di transito di Tiné, nell’est del Ciad, mentre prosegue il conflitto tra le Forze di Supporto Rapido (RSF) e l’esercito sudanese.
Sessantacinque conflitti armati in 35 Paesi. È il numero più alto mai registrato dalla fine della Seconda guerra mondiale. Mentre l'attenzione dei media si concentra su Ucraina e Gaza, decine di guerre continuano a mietere vittime lontano dai riflettori.
Il mondo non è mai stato così attraversato dalle guerre da quando esistono rilevazioni sistematiche. A lanciare l'allarme è il nuovo rapporto del Peace Research Institute Oslo (PRIO), realizzato sulla base dei dati dell'Uppsala Conflict Data Program (UCDP), uno dei più autorevoli osservatori internazionali sulla violenza armata.
Secondo lo studio Conflict Trends: A Global Overview, 1946-2025, nel 2025 sono stati registrati 65 conflitti armati tra Stati e gruppi armati in 35 Paesi, il numero più alto dall'inizio della serie storica nel 1946. Le vittime dirette dei combattimenti sono state circa 245 mila, rendendo il 2025 il terzo anno più sanguinoso dalla fine della Guerra fredda. A determinare questa escalation sono stati soprattutto tre grandi teatri di guerra: l'invasione russa dell'Ucraina, la guerra a Gaza e il devastante conflitto in Sudan. Ma i numeri raccontano solo una parte della storia. La novità più inquietante evidenziata dagli studiosi è che la guerra non è più un fenomeno circoscritto a poche aree del pianeta. È diventata una condizione diffusa, frammentata e sempre più complessa. Siri Aas Rustad, uno degli autori del report, ha commentato: «Di solito riesco a trovare qualcosa di positivo tra i dati, ma quest’anno no. I numeri sono sconvolgenti».
Un pianeta attraversato da guerre multiple
Gli analisti del PRIO osservano che molti Paesi non ospitano più un solo conflitto, ma diversi conflitti contemporaneamente. Il Myanmar, ad esempio, è attraversato da cinque guerre civili. Israele è coinvolto contemporaneamente in conflitti interni e internazionali. Afghanistan, Pakistan, Mali, Nigeria e Camerun sono teatro di più guerre simultanee.
Non solo. Crescono anche le guerre tra Stati. Nel 2025 sono stati registrati otto conflitti internazionali, il numero più elevato dal 1946. Un dato che riflette un clima globale sempre più segnato da rivalità geopolitiche, tensioni ai confini e competizione tra potenze regionali.
Il rapporto parla apertamente di una "nuova normalità della violenza": gli ultimi cinque anni hanno causato quasi un milione di morti in combattimento, un numero paragonabile a quello registrato nei vent'anni precedenti messi insieme.


Un grafico del report che mostra le vittime civili e militari
Oltre Ucraina e Gaza: le guerre che il mondo non vede
Se Ucraina e Medio Oriente occupano quotidianamente le prime pagine, esiste però un'altra geografia della sofferenza che raramente trova spazio nell'informazione internazionale.
È il caso del Sudan, oggi considerato da molte organizzazioni umanitarie la più grave crisi del pianeta. Secondo il rapporto, nel 2025 quasi 76.500 persone sono morte a causa della cosiddetta "violenza unilaterale" contro i civili, il dato più alto dal genocidio ruandese del 1994. La maggior parte di queste vittime si concentra proprio in Sudan.
Particolarmente drammatico è quanto avvenuto a El Fasher, nel Darfur settentrionale, dove gli studiosi riportano circa 60 mila morti in una sola settimana nell'ottobre 2025. Le Nazioni Unite hanno parlato di episodi che presentano "i tratti distintivi di un genocidio". Eppure questa tragedia, che ha provocato milioni di sfollati e una gravissima emergenza alimentare, continua a ricevere una copertura mediatica molto inferiore rispetto ad altri conflitti.
Haiti, la guerra dimenticata dei Caraibi
Tra le crisi meno raccontate figura anche Haiti. Il Paese caraibico, travolto dal potere delle bande armate, ha visto nel 2025 un'esplosione della violenza con oltre mille morti legati al conflitto. Gli autori del rapporto sottolineano come il collasso quasi totale delle istituzioni statali, l'espansione coordinata delle gang, il vuoto politico e il ritardo della risposta internazionale abbiano trasformato Haiti in uno dei nuovi epicentri dell'instabilità globale. Una crisi che, nonostante la sua gravità, rimane sostanzialmente assente dal dibattito pubblico internazionale.
L'Africa al centro della tempesta
L'Africa è oggi il continente con il maggior numero di conflitti armati: 29 guerre e insurrezioni nel solo 2025. Negli ultimi dieci anni il numero è quasi raddoppiato. Oltre al Sudan, situazioni particolarmente preoccupanti si registrano nella Repubblica Democratica del Congo, nel Sahel – con Mali, Burkina Faso e Niger – e in Nigeria, dove si intrecciano terrorismo jihadista, conflitti etnici e violenza criminale. Anche molte delle guerre combattute nel continente restano quasi invisibili all'opinione pubblica occidentale. Eppure producono milioni di sfollati, carestie, violazioni dei diritti umani e profonde ferite sociali.
Quando la violenza colpisce i civili
Un altro dato che emerge dal rapporto riguarda la crescente vulnerabilità delle popolazioni civili. Nel 2025 ben 55 attori armati – governi o gruppi non statali – hanno compiuto violenze deliberate contro i civili, il numero più alto mai registrato. Non si tratta soltanto di vittime dei combattimenti. Sempre più spesso i civili diventano bersagli diretti: massacri, bombardamenti di aree abitate, persecuzioni etniche, fame utilizzata come arma di guerra. Una dinamica che richiama con forza gli appelli ripetuti da papa Francesco e ora da papa Leone XIV contro quella che il Pontefice argentino definiva la "terza guerra mondiale a pezzi".
Tra informazione selettiva e rimozione
Negli ultimi anni, la riflessione sui “conflitti dimenticati” è tornata con forza al centro del dibattito grazie al lavoro di organizzazioni come Caritas Italiana e la Comunità di Sant’Egidio, che continuano a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle guerre che restano ai margini dell’agenda mediatica globale. Nel suo ottavo Rapporto sui conflitti dimenticati, Caritas ha sottolineato come l’aumento delle guerre nel mondo si accompagni a una crescente “asimmetria dell’attenzione”, in cui solo alcuni scenari – come Ucraina e Medio Oriente – dominano la narrazione pubblica, mentre altri restano invisibili nonostante l’elevato impatto umanitario. Allo stesso tempo, Caritas insiste sul legame tra informazione selettiva e “rimozione” delle crisi prolungate, evidenziando come questa dinamica produca una distorsione della percezione collettiva e una minore capacità di mobilitazione solidale. In continuità con questa prospettiva, anche la Comunità di Sant’Egidio richiama spesso l’urgenza di non ridurre la pace a un orizzonte astratto, ma di tradurla in prossimità concreta verso i popoli colpiti da guerre di lunga durata, soprattutto in Africa e in alcune aree del Medio Oriente, dove i conflitti tendono a scomparire dall’attenzione internazionale pur continuando a produrre sofferenze quotidiane. In questo senso, l’impegno delle due realtà converge su un punto essenziale: riportare alla luce ciò che resta ai margini, perché – come ricordano entrambe – ciò che non viene visto rischia progressivamente di essere anche dimenticato.
Il rischio dell'assuefazione
L'aspetto forse più inquietante del rapporto non è soltanto la crescita numerica dei conflitti, ma la crescente capacità dell'opinione pubblica di abituarsi alla guerra. Le tragedie che non arrivano sugli schermi televisivi rischiano di scomparire anche dalle coscienze. Eppure, dietro ciascuno dei 65 conflitti censiti nel 2025, ci sono persone, famiglie, bambini privati della scuola, comunità costrette alla fuga. La sfida per il giornalismo e per la società civile è proprio questa: non limitarsi a seguire le guerre che dominano l'agenda internazionale, ma mantenere accesi i riflettori anche sulle crisi dimenticate. Perché, come ricordano gli studiosi del PRIO, la geografia della sofferenza oggi è molto più ampia di quella che appare nei notiziari. E finché esisteranno guerre invisibili, esisteranno anche vittime invisibili.




