La Corte Suprema degli Stati Uniti ha inflitto un duro colpo a Donald Trump, stabilendo che il presidente ha ecceduto i propri poteri imponendo dazi generalizzati – fino al 30 per cento – sulle importazioni senza l’approvazione del Congresso. Con una maggioranza di sei giudici contro tre, la Corte ha chiarito che la legge d’emergenza del 1977 invocata dalla Casa Bianca non autorizza il capo dell’esecutivo a introdurre tariffe su scala globale e per un periodo indefinito. A firmare la decisione è stato il presidente della Corte, John Roberts, che ha parlato di «un potere straordinario» rivendicato dall’Amministrazione: la facoltà di imporre tariffe «di importo, durata e portata illimitati» senza una base legislativa chiara. Un’affermazione che va ben oltre il tema commerciale e tocca il cuore dell’assetto istituzionale americano.

Il nodo costituzionale: chi decide sulle tasse

La Costituzione degli Stati Uniti attribuisce al Congresso il potere di regolare il commercio con l’estero e di imporre tasse e dazi. Nel corso dei decenni, il Parlamento ha delegato parte di queste competenze al presidente, soprattutto in situazioni circoscritte e per ragioni di sicurezza nazionale. Ma la Corte ha ritenuto che l’uso fatto da Trump della normativa emergenziale abbia travalicato quei limiti.

Il messaggio è chiaro: il presidente non può invocare un’“emergenza” in modo generico per ridefinire l’intera politica commerciale americana. In gioco non c’è solo una disputa sui dazi, ma il principio della separazione dei poteri. In una democrazia liberale, anche il capo dell’esecutivo più forte deve attenersi ai confini stabiliti dalla legge.

Le conseguenze economiche e finanziarie

La decisione apre scenari complessi. Dal 2 aprile 2025, la data ribattezzata da Trump “Giorno della liberazione”, il Dipartimento del Tesoro aveva incassato circa 240 miliardi di dollari di entrate daziarie. Ora migliaia di imprese potrebbero chiedere rimborsi per le somme versate in base a misure dichiarate illegittime. Le stime parlano di un impatto potenziale tra i 120 e i 400 miliardi di dollari, con effetti sul bilancio federale e sul costo del debito pubblico. È probabile che l’Amministrazione tenti di reagire introducendo nuovi dazi fondati su basi giuridiche diverse, magari più circoscritte per settori o limitate nel tempo. Ma la portata simbolica della sentenza resta: la Casa Bianca non potrà più usare lo strumento tariffario come leva permanente di pressione geopolitica, brandendolo contro alleati e partner commerciali ogni volta che si apre un contenzioso politico.

Una sentenza che parla alla democrazia

Al di là degli effetti immediati, la pronuncia assume un valore storico. In una fase in cui molti osservatori denunciano il rischio di un eccesso di potere esecutivo, la Corte ha riaffermato che l’America è una repubblica fondata sull’equilibrio tra istituzioni. Non esiste un’autorità “incondizionata”, neppure in nome dell’interesse nazionale o della sicurezza economica.

La decisione rappresenta quindi un richiamo al principio di responsabilità e di legalità. Anche quando l’obiettivo dichiarato è difendere l’industria interna o ridurre il deficit commerciale, i mezzi devono restare entro i confini stabiliti dal diritto. È un punto essenziale non solo per l’economia, ma per la tenuta stessa della convivenza democratica.

La battaglia sul protezionismo americano continuerà, e probabilmente si sposterà di nuovo nelle aule del Congresso e dei tribunali. Ma con questa sentenza la Corte Suprema ha ricordato che la forza di una nazione non sta solo nella sua capacità di imporre dazi o negoziare accordi, bensì nella fedeltà alle proprie regole. Un principio che vale per gli Stati Uniti e che parla, più in generale, a tutte le democrazie occidentali.