«Sono convinto che Dio sia orgoglioso del lavoro che ho fatto… Noi proteggiamo un sacco di gente che stava per essere uccisa, cristiani ed ebrei. Un sacco di gente da me protetta, non sarebbe stata protetta da nessun altro presidente».

A due anni dal suo insediamento, Donald Trump ha celebrato se stesso, mettendosi in testa l’aureola divina dell’apostolo che difende i suoi fratelli perseguitati. In questa ennesima esibizione narcisistica non c’è nulla di nuovo. Esattamente un anno fa, in occasione del primo anno della riguadagnata permanenza alla Casa Bianca, Trump si attribuiva la missione redentrice dell’America, il mandato per il quale Dio lo avrebbe salvato dall’attentato subito nel luglio del 2024.

Nella retorica religiosa, il Presidente batte ogni primato e si qualifica al primo posto tra i suoi predecessori che hanno fatto riferimento al valore e ai principi della propria fede. Nessuno prima di lui aveva accettato di sponsorizzare una costosa edizione della Bibbia, autografata e corredata di un CD con canti di religiosità patriottica. Trump lo ha fatto, sia pure con qualche goffaggine, nel tentativo di accreditarsi come pio lettore dei testi sacri.

Di fronte alla frequenza con cui pronuncia il nome di Dio, fondamentalisti tutti d’un pezzo come Ronald Reagan e George W. Bush appaiono credenti tiepidi e timidi nel riferimento alla propria fede. Di fronte al Presidente-apostolo, un predicatore laico che per tutta la vita ha insegnato la Bibbia ai ragazzi come Jimmy Carter appare un evangelico secolarizzato; Barack Obama, che si era letto il meglio della teologia protestante americana del Dopoguerra, un chierichetto svogliato e disincantato.

MACA (Make America Christian Again) sembra essere il vero slogan della Casa Bianca in un tempo della politica americana che consacra il Paese al nazionalismo cristiano. Uno stuolo di predicatori fondamentalisti applaude e si esalta di fronte a questo novello Davide che, sia pure peccatore, sarebbe stato illuminato e chiamato da Dio a svolgere una missione per il suo Paese e per il mondo intero.

Una manifestazione di protesta contro l'ICE, dopo che un agente dell'Ufficio Immigrazione e Dogana degli Stati Uniti (ICE) ha ucciso Renee Nicole Good il 7 gennaio durante un raid contro gli immigrati, a Minneapolis, in Minnesota
Una manifestazione di protesta contro l'ICE, dopo che un agente dell'Ufficio Immigrazione e Dogana degli Stati Uniti (ICE) ha ucciso Renee Nicole Good il 7 gennaio durante un raid contro gli immigrati, a Minneapolis, in Minnesota

Una manifestazione di protesta contro l'ICE, dopo che un agente dell'Ufficio Immigrazione e Dogana degli Stati Uniti (ICE) ha ucciso Renee Nicole Good il 7 gennaio durante un raid contro gli immigrati, a Minneapolis, in Minnesota

(REUTERS)

Nelle megachurches votate alla Destra religiosa si prega per l’«apostolo» che sta restituendo all’America la sua anima cristiana, che sfida ogni correttezza politica, ogni aspetto dell’ideologia woke; il leader energico che finalmente limita i diritti civili e fa spallucce di fronte a quella che viene dipinta come una teologia debole e irrealistica, colpevole di predicare pace, amore e compassione.

Lo aveva fatto fin dal giorno del suo insediamento, un anno fa, nella cerimonia di benedizione svoltasi nella National Cathedral di Washington, quando ignorò e sbeffeggiò la predicatrice, la vescova episcopale (della Comunione anglicana) Mariann Budde, che di fronte a lui aveva richiamato i valori cristiani della misericordia e della solidarietà verso coloro che sono discriminati, siano poveri, migranti o persone LGBTQ.

Sempre oggi, il presidente-apostolo ha mostrato con orgoglio anche le foto di migranti «clandestini» arrestati dall’ICE e deportati. Nella sua teologia imperiale, anche questo fa parte del «piano di Dio» che egli è convinto di essere chiamato a realizzare. Lo farebbe per il bene dell’America e per il bene del mondo intero.

Nessuna contraddizione, quindi, tra il mandato dell’apostolo e la rudezza dello sceriffo che impone law and order: sono due facce della stessa teologia del nazionalismo cristiano, dello stesso fondamentalismo e di una democrazia sempre più illiberale e autoritaria.

A lungo silenziose – questa è la novità – le chiese iniziano a parlare, anzi a gridare. Lo hanno fatto tre autorevoli cardinali statunitensi, a capo di importanti diocesi; lo fanno le chiese protestanti storiche – presbiteriani, metodisti, riformati, episcopali, le black churches, molti battisti – riunite nel National Council of Christian Churches. Si muovono anche le chiese ortodosse.

In un’America impaurita e divisa, le comunità religiose sembrano cogliere la drammaticità di un momento nel quale in troppi si accodano alle processioni che celebrano il vello d’oro di un nazionalismo cristiano forte nei metodi e nel consenso, ma povero nell’amore e nella compassione.