Tutti solidali con la Spagna di Sanchez, almeno a parole. Sono bastati però quattro giorni perché, passata l’emergenza di Ceuta, l’Europa mostrasse il suo vero volto. Un volto più arcigno. E sembra proprio che l’internazionale sovranista abbia centrato il suo obiettivo.

La riunione in videoconferenza dei ministri dell’Interno dell’Unione europea avrebbe dovuto ricomporre le fratture aperte durante il fine settimana, quando decine di migliaia di persone avevano attraversato le frontiere terrestri e marittime tra il Marocco e l’exclave spagnola. Il vertice ha invece certificato una tendenza ormai consolidata: davanti alle crisi migratorie ogni governo difende anzitutto i propri confini, mentre la solidarietà europea rimane una promessa solenne, più da discorsi alle cerimonie che alle prese di posizione che in sede di Commissioni, ripetuta con regolarità e applicata con parsimonia.

La risposta politica ai fatti di Ceuta non è stata un rafforzamento dell’accoglienza comune. È stato annunciato un nuovo giro di vite. Più controlli alle frontiere esterne, più risorse per Frontex, più espulsioni, un monitoraggio più stretto delle campagne che circolano sui social media. E poi nuovi accordi con i Paesi non appartenenti all’Unione, utilizzando tutte le leve disponibili: aiuti allo sviluppo (almeno come dichiarazioni di intenti, perchè tutti i governi li hanno diminuiti), facilitazioni commerciali, liberalizzazione dei visti.

La migrazione, insomma, viene inserita definitivamente nel repertorio della politica di potenza. E non poteva essere diversamente, dopo che i flussi vengono sempre più adoperati come droni. Non più soltanto una questione umanitaria o sociale, ma uno strumento di pressione diplomatica, una moneta di scambio nei rapporti tra Stati.

Il passo più controverso riguarda gli “hub” per i rimpatri da realizzare fuori dal territorio europeo. L’esempio italiano dell’Albania, la scatola vuota messa in piedi dal governo Meloni, fa da batistrada. È la soluzione sostenuta da un gruppo di governi, tra cui Italia, Germania e Danimarca: trasferire altrove la gestione delle persone respinte, allontanando fisicamente il problema dai confini (e dagli occhi dell’opinione pubblica europea). Il piano tornerà sul tavolo dopo l’estate, prima nella riunione dei ministri dell’Interno prevista a Lussemburgo e poi al Consiglio europeo di Bruxelles.

Secondo il commissario europeo agli Affari interni Magnus Brunner, l’arrivo di oltre 70 mila persone a Ceuta avrebbe sottoposto i confini esterni dell’Unione a una prova durissima. Una prova che l’Europa, sostiene Brunner, ha superato perché nessuno è riuscito a entrare nello spazio Schengen.

È una lettura rivelatrice. Il successo non viene misurato sulla capacità di salvare vite, identificare le persone, accogliere chi ha diritto alla protezione o redistribuire le responsabilità. Il parametro decisivo è che il confine abbia retto.

Bruxelles denuncia la strumentalizzazione dei migranti da parte dei trafficanti e le campagne di disinformazione diffuse attraverso i social network. È invece molto più prudente quando si tratta di valutare le eventuali responsabilità del governo marocchino, fortemente sospetto. L’Unione continua a elogiare il ruolo di Rabat nel ritorno alla normalità e assicura che i negoziati per un nuovo accordo complessivo con il Marocco proseguiranno.

La ragione è semplice: l’Europa ha bisogno del Marocco. Ne ha bisogno per controllare le partenze, contenere i flussi e svolgere quella funzione di “guardiano delle frontiere” che gli Stati europei non riescono a organizzare collettivamente. Per questo anche i sospetti più pesanti vengono avvolti nel linguaggio ovattato della diplomazia.

La durezza riservata al Marocco è assai minore di quella mostrata verso la stessa Spagna del premier socialista Pedro Sanchez. E qui la faccenda diventa politica. Ventidue governi su ventisette hanno criticato la decisione di Madrid di regolarizzare centinaia di migliaia di migranti. La sanatoria voluta dal governo di Madrid, per la quale sarebbero state presentate 1,2 milioni di domande, è stata definita da Brunner «un segnale non buono per il resto d’Europa».

Non esiste, ha precisato ipocritamente il commissario, un legame diretto tra la regolarizzazione e l’arrivo di massa a Ceuta. Eppure il messaggio politico è inequivocabile: l’inclusione praticata da uno Stato membro dell’Unione viene considerata un rischio dagli altri.

È qui che la solidarietà europea mostra tutta la sua fragilità. La Spagna viene sostenuta finché difende il confine esterno. Viene criticata quando prova ad accogliere o ad integrare chi già vive e lavora nel Paese. L’accoglienza è accettabile soltanto finché non produce conseguenze per gli altri partner.

Lo stesso principio ha guidato la decisione italiana di ripristinare i controlli sui collegamenti aerei e marittimi provenienti dalla Spagna. Una scelta che Bruxelles dice di comprendere, pur riservandosi di verificarne la conformità alle regole europee. Madrid ha chiesto a Roma di revocarla al più presto, ricordando che l’emergenza è ormai rientrata. Una fcrizione tra Italia e Spagna non da poco, anche se il ministro degli Esteri Tajani cerca di minimizzare.

Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi l’ha definita una misura cautelare, non ostile alla Spagna. Ha inoltre ricordato che, durante la crisi di Lampedusa del 2023, l’Italia non ricevette la solidarietà promessa, ma soprattutto pressioni affinché i migranti non si spostassero verso il Nord Europa.

È un’accusa fondata su una vecchia ferita europea: gli Stati di primo ingresso devono accogliere e trattenere (trattato diu Lisbona), mentre quelli più lontani dalle frontiere mediterranee invocano il rispetto delle regole. La solidarietà viene celebrata nei comunicati, ma si dissolve quando occorre condividere concretamente persone, costi e responsabilità.

Ceuta ha dunque lasciato una lezione politica. Davanti alla possibilità che la migrazione venga usata per mettere sotto pressione un Paese europeo, l’Unione reagisce rafforzando le proprie difese. Ma, invece di costruire una politica comune, continua ad affidarsi ai controlli nazionali, agli accordi con governi esterni e alla deterrenza.

L’Europa uscita dal vertice è più arcigna, più diffidente e più ossessionata dalla tenuta dei confini. È anche un’Europa nella quale uno Stato può dirsi solidale con la Spagna e, nello stesso momento, chiudere le porte ai suoi collegamenti e contestarne le politiche di inclusione.

La fortezza si alza. La comunità, invece, resta ancora da costruire.