«La Groenlandia ci serve assolutamente». Le parole di Donald Trump, pronunciate in un'intervista a The Atlantic all'indomani dell'operazione militare in Venezuela che ha portato alla cattura del presidente Maduro, hanno riacceso una crisi diplomatica che rischia di minare le fondamenta stesse dell'ordine internazionale. E stavolta, nel mirino non c'è un regime autoritario sudamericano, ma un territorio della Danimarca, storico alleato della NATO e partner dell'Unione Europea.

Il sequestro che cambia tutto

Prima di analizzare le minacce su Copenaghen, è necessario chiarire un punto cruciale dal punto di vista giuridico: quello compiuto dagli Stati Uniti contro Maduro non è un arresto secondo i termini del diritto internazionale, ma un sequestro. La distinzione non è solo semantica. Il diritto internazionale consuetudinario riconosce ai capi di Stato in carica un'immunità personale assoluta dalla giurisdizione penale di altri Stati, uno dei pilastri dell'ordine internazionale. L'operazione "Absolute Resolve", ordinata da Trump, ha visto forze speciali americane irrompere a Caracas, catturare Maduro e sua moglie, e trasferirli in un carcere di Brooklyn senza alcun mandato internazionale.

La comunità internazionale ha reagito con fermezza. Russia e Cina hanno definito l'operazione un'inaccettabile violazione della sovranità di uno Stato indipendente, mentre l'Unione Europea ha ricordato che devono essere rispettati i principi del diritto internazionale e della Carta dell'Onu. Il messaggio di Washington, però, è inequivocabile: quando gli interessi nazionali americani lo richiedono, la sovranità altrui diventa un concetto negoziabile.

Dal Venezuela alla Groenlandia: un parallelismo inquietante

È in questo contesto che assumono un peso nuovo le parole di Trump sulla Groenlandia. Nelle stesse ore dell'intervista in cui minacciava la vicepresidente venezuelana Delcy Rodriguez, il tycoon ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno bisogno dell'isola artica per motivi di sicurezza, descrivendola come «circondata da navi russe e cinesi». La concomitanza temporale non è casuale.

Ancora più significativo è stato il post pubblicato da Katie Miller, moglie di Stephen Miller, uno dei più influenti consiglieri di Trump. La podcaster ha condiviso su X un'immagine della Groenlandia coperta dalla bandiera americana con la scritta "Presto!", poche ore dopo l'operazione in Venezuela. Un messaggio che ha raggiunto 17 milioni di visualizzazioni e che ha scatenato la reazione immediata delle autorità danesi.

L'ambasciatore danese a Washington, Jesper Moeller Soerensen, ha risposto ribadendo che ci si aspetta il pieno rispetto dell'integrità territoriale del Regno di Danimarca. Una presa di posizione diplomatica che nasconde a malapena la preoccupazione di Copenaghen: se gli Stati Uniti hanno potuto sequestrare il presidente di uno Stato sovrano senza conseguenze significative, cosa impedisce loro di prendere con la forza un territorio che considerano strategico?

La premier danese Mette Frederiksen ha esortato con forza gli Stati Uniti a porre fine alle minacce contro un alleato storicamente stretto. In una dichiarazione che ha il tono dell'ultimatum, Frederiksen ha chiarito: «Non ha assolutamente senso parlare della necessità per gli Stati Uniti di annettere la Groenlandia. Gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di annettere nessuno dei tre Paesi del Commonwealth».

La premier danese ha anche ricordato che il Regno di Danimarca fa parte della NATO ed è coperto dalla garanzia di sicurezza dell'Alleanza, e che esiste già un accordo di difesa che garantisce agli Stati Uniti ampio accesso alla Groenlandia. Un richiamo alle alleanze che suona come un monito: un'aggressione alla Groenlandia sarebbe un attacco a un membro NATO, con tutte le conseguenze del caso. Anche il premier groenlandese Orla Joelsen ha definito la richiesta di Trump irrispettosa, ribadendo che il Paese non è in vendita e che il suo futuro non dipende dai social media o dalle dichiarazioni di altri Stati. La Groenlandia gode di ampia autonomia interna dal 1979, pur rimanendo sotto la sovranità danese per quanto riguarda difesa e politica estera.

Le ragioni dell'ossessione di Trump

Perché Trump è così ossessionato dalla Groenlandia? Le motivazioni ufficiali parlano di sicurezza nazionale e posizionamento strategico nell'Artico. Ma dietro la retorica geopolitica si celano interessi economici di proporzioni colossali.

Il sottosuolo groenlandese ospita depositi significativi di materie prime critiche, tra cui terre rare, grafite, nichel, litio e zinco, oltre a giacimenti di uranio, oro, diamanti e rubini. Le terre rare presenti in Groenlandia potrebbero essere estratte per un ammontare annuo di 60mila tonnellate, pari al 30% del fabbisogno mondiale. Si tratta di elementi chimici indispensabili per la produzione di magneti permanenti, batterie ricaricabili, turbine eoliche, sistemi di difesa avanzati e tutta l'industria tecnologica moderna.

Attualmente, gli Stati Uniti sono costretti a importare circa l'80% del loro fabbisogno di terre rare, prevalentemente dalla Cina. Il controllo della Groenlandia permetterebbe a Washington di svincolarsi da questa dipendenza strategica da Pechino, proprio mentre la rivalità tra le due superpotenze si intensifica. Secondo l'US Geological Survey, nel sottosuolo dell'isola artica potrebbero trovarsi il 13% delle risorse mondiali di petrolio e il 30% di quelle di gas.

Ma c'è anche una dimensione militare cruciale. Con l'aumento del traffico navale nell'Oceano Artico dovuto allo scioglimento dei ghiacci, la Groenlandia diventerà un protagonista chiave nella gestione delle nuove rotte commerciali. Chi controlla la Groenlandia controlla l'accesso all'Artico, con tutto ciò che questo comporta in termini di proiezione di potenza militare e commerciale.

L'operazione in Venezuela ha svelato una nuova dottrina dell'amministrazione Trump, che potremmo chiamare "dottrina Rubio" dal nome del Segretario di Stato che l'ha teorizzata. Secondo Washington, le elezioni venezuelane del 2024 sono illegittime, quindi Maduro non è più un capo di Stato legittimo e l'immunità personale decade. È una mossa che trasforma una questione di diritto internazionale in una procedura penale interna americana. Questo precedente è pericolosissimo. Se gli Stati Uniti possono decidere unilateralmente chi è un capo di Stato legittimo e chi no, e agire militarmente di conseguenza, ogni principio di sovranità nazionale diventa carta straccia. E se possono farlo in Venezuela, perché non in Groenlandia? Certo, la Danimarca è un alleato NATO, ma Trump ha già dimostrato più volte di considerare le alleanze tradizionali come vincoli negoziabili piuttosto che come impegni sacri.

L'ex presidente ha infatti nominato Jeff Landry, governatore della Louisiana, come inviato speciale per la Groenlandia. Landry ha dichiarato di augurarsi che l'isola diventi parte degli Stati Uniti, provocando la profonda indignazione del ministro degli Esteri danese. Non si tratta più di speculazioni o provocazioni: l'amministrazione Trump sta costruendo una struttura diplomatica e politica finalizzata all'annessione.

La crisi groenlandese mette l'Unione Europea di fronte a una prova cruciale. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha affermato che l'integrità territoriale e la sovranità sono principi fondamentali del diritto internazionale, essenziali per l'UE e per le nazioni di tutto il mondo. Anche la Francia ha ribadito il suo sostegno alla sovranità e all'integrità territoriale di Danimarca e Groenlandia.

Ma le dichiarazioni di solidarietà, per quanto importanti, potrebbero non bastare se Washington decidesse di passare dalle parole ai fatti. L'Europa si troverebbe in una posizione insostenibile: dover scegliere tra il suo principale alleato strategico e la difesa dei principi fondamentali su cui si regge l'ordine internazionale. Il rischio di un conflitto all'interno della NATO non è mai stato così concreto dalla fine della Guerra Fredda. Tutti gli Stati artici tranne la Russia sono ora membri della NATO, un fatto che dovrebbe garantire stabilità e cooperazione. Ma se un membro dell'Alleanza minaccia l'integrità territoriale di un altro, l'intera architettura di sicurezza occidentale vacilla.

Il silenzio assordante della comunità internazionale

Ciò che colpisce, nell'escalation delle ultime settimane, è il relativo silenzio della comunità internazionale. Il sequestro di Maduro ha provocato condanne formali, ma nessuna conseguenza reale. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, paralizzato dal veto americano, non può intervenire. Le organizzazioni internazionali si limitano a esprimere "preoccupazione" e a invocare il rispetto del diritto internazionale, mentre Trump procede imperterrito nella sua agenda espansionista.

Il presidente americano ha del resto reso esplicita la sua visione. Trump ha affermato ironicamente che Copenaghen avrebbe migliorato la sicurezza dell'isola aggiungendo "una slitta trainata da cani", deridendo gli sforzi danesi e rivendicando che solo Washington può garantire una difesa adeguata. Ha anche sostenuto che l'Europa ha bisogno che gli Stati Uniti controllino la Groenlandia, una ricostruzione della realtà che nessun leader europeo ha avallato. La storia insegna che le grandi potenze raramente rinunciano a territori considerati strategici se non costrette dalla forza o da costi politici insostenibili. Trump ha già tentato di acquistare la Groenlandia nel 2019, offrendo somme imprecisate, e si era irritato per il rifiuto danese. Ora, tornato alla Casa Bianca con un programma ancora più aggressivo e con il precedente venezuelano alle spalle, le sue minacce hanno un peso diverso.

L'amministrazione americana sta testando i limiti di ciò che può fare senza incorrere in conseguenze significative. Ha sequestrato un presidente straniero sul suo territorio sovrano e, dopo qualche condanna di circostanza, la comunità internazionale è passata oltre. Ha minacciato ripetutamente l'integrità territoriale di un alleato NATO e, anche qui, le reazioni sono state principalmente verbali.

Uno scenario possibile

Uno scenario possibile potrebbe svilupparsi in più fasi. Prima, Washington potrebbe intensificare la pressione economica e diplomatica, usando la leva delle terre rare e degli investimenti. Gli Stati Uniti potrebbero offrire alla Groenlandia una partnership privilegiata, bypassando la Danimarca e facendo leva sul desiderio di indipendenza dei groenlandesi. Se questo non bastasse, potrebbero essere organizzate operazioni di influenza, come quelle segnalate nell'estate 2025, per orientare l'opinione pubblica locale.

In caso di resistenza, Washington potrebbe invocare una minaccia alla sicurezza nazionale americana – magari l'insediamento di basi cinesi o russe, vere o presunte – per giustificare un intervento "preventivo". Il precedente venezuelano fornisce il modello: si nega la legittimità dell'autorità sovrana (in questo caso, il diritto danese a governare la politica estera groenlandese), si proclama di agire nell'interesse della popolazione locale e della sicurezza internazionale, e si procede con un'operazione militare presentata come "liberazione". È fantageopolitica? Fino al 3 gennaio 2026, anche il sequestro di un presidente straniero nel suo palazzo presidenziale sarebbe sembrato fantageopolitica. Ora è realtà.

Le prossime settimane saranno decisive. Trump ha annunciato che parlerà ancora di Groenlandia "tra 20 giorni", lasciando intendere che ha in programma mosse significative. La Danimarca ha risposto convocando l'ambasciatore americano e intensificando gli investimenti nella sicurezza artica. L'Europa osserva, divisa tra la fedeltà atlantica e la difesa dei propri principi.

Ciò che accadrà con la Groenlandia trascende il destino di un'isola artica. In gioco c'è la tenuta dell'ordine internazionale basato su regole, il rispetto della sovranità nazionale, la validità delle alleanze. Se un presidente americano può sequestrare un capo di Stato straniero e minacciare l'annessione di un territorio alleato senza conseguenze reali, allora siamo entrati in una nuova era: quella in cui il potere, non il diritto, decide chi ha ragione.

La comunità internazionale deve scegliere. O trova il coraggio di porre argini concreti all'unilateralismo americano, o assiste impotente al ritorno della legge del più forte. Una legge che, come insegna la storia, non porta mai alla pace, ma solo a nuove tragedie. E stavolta, il teatro di queste tragedie potrebbe essere molto più vicino a noi di quanto immaginiamo.