È un sabato caldo, siamo su uno dei pochi bus che collegano Tel Aviv a Gerusalemme ma che a Gerusalemme non arriverà mai. All’entrata della Città Santa, infatti, un gruppo di ultra ortodossi blocca la strada per protesta contro i bus che circolano durante lo Shabbat. La gente a bordo sbuffa, scende dal bus e urla contro i giovani haredim seduti in mezzo alla strada, che intanto la polizia sta portando via di peso.

Una società estremamente frammentata, composta da realtà così diverse e distanti tra loro che solo la guerra ha potuto tenere insieme fino a questo momento. Benjamin Netanyahu lo sa bene: è grazie alla guerra contro il nemico esterno che per un totale di 19 anni è stato alla guida del governo israeliano.

In vista delle prossime elezioni che si terranno fra un mese, le prime dopo il 7 ottobre 2023, Netanyahu si ricandida leader del Likud, partito fermamente contrario alla nascita di uno Stato palestinese e promotore della definizione di Israele come Stato-nazione del popolo ebraico. Partito responsabile della morte di più di 72 mila palestinesi a Gaza, e per alcuni anche di 1400 israeliani uccisi da Hamas tre anni fa. Secondo l’ultima inchiesta di Haaretz che tanto sta facendo discutere fuori e dentro Israele, infatti, il Primo ministro israeliano era stato avvisato di quanto sarebbe avvenuto il 7 ottobre 2023, eppure l’ha ignorato.

Oggi i sondaggi attribuiscono al Likud tra 20 e 21 seggi, rendendo indispensabile per Netanyahu il sostegno dell'estrema destra religiosa e degli ultra ortodossi per poter formare una coalizione di governo. Il suo principale sfidante è diventato Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e fondatore del neonato partito centrista Yashar!, accreditato di circa 25 deputati. L'ascesa di Eisenkot va di pari passo con il tracollo del suo ex alleato Benny Gantz: lo storico leader di Unità Nazionale ed ex membro del gabinetto di guerra ha visto i propri consensi sgretolarsi a vantaggio di Yashar!, al punto da rischiare oggi di non superare la soglia di sbarramento. Eisenkot propone un governo sionista concentrato sulla sicurezza, un’inchiesta indipendente sul 7 ottobre e l’obbligo di leva per gli ultra ortodossi, temi su cui tutto il blocco anti-Netanyahu sta facendo leva.

Nel resto del blocco di opposizione si posizionano Beyajad (12 seggi), un'alleanza di unità nazionale tra Naftali Bennett e Yair Lapid, i Democratici di Yair Golan (sinistra sionista che promette di smantellare gli insediamenti illegali senza però citare uno Stato palestinese) e Israel Beitenu di Avigdor Lieberman. Tuttavia, poiché nessuno dei due grandi schieramenti sembra in grado di raggiungere autonomamente i 61 seggi necessari alla Knesset, a decidere le sorti di questo duello potrebbe essere la minoranza arabo-palestinese del '48. Storicamente afflitta da un forte astensionismo, la comunità sta riconsiderando la posizione del boicottaggio elettorale.

I sondaggi stimano per i partiti arabo-israeliani tra i 10 e 11 seggi, trasformando la loro rappresentanza politica nel vero ago della bilancia del Paese. In particolare Mansour Abbas, leader del partito islamista Ra'am, ha già lasciato intendere di poter trovare un accordo per sostenere una coalizione guidata da Eisenkot e Bennett. Questo pone il blocco anti-Bibi di fronte a un enorme dilemma strategico: accettare i voti arabi (scatenando il veto già annunciato da Lieberman) pur di spodestare Netanyahu, oppure rifiutarli per non perdere l'elettorato ebraico di centro-destra. Una tensione politica che si riflette nella paura quotidiana dei palestinesi che vivono nel Paese. Come testimonia Islam Azem, giovane palestinese con cittadinanza israeliana, il timore di una deriva definitiva sta spingendo molti alle urne: «Il governo attuale ha legalizzato la deumanizzazione dei palestinesi, anche noi all'interno dei confini del '48 viviamo ormai in un costante stato di terrore. La destra estrema ha normalizzato la violenza anche contro di noi. Se non fermiamo questa coalizione ora, molti temono una guerra civile».

La destra religiosa, invece, con Potere Ebraico di Itamar Ben-Gvir e Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich resta l'ancora di salvezza di Netanyahu. L'alleanza tra la destra laica e i nazionalisti religiosi è un fenomeno che il Rabbino ortodosso riformato David Rosen definisce centrale: «Netanyahu, per la sua sopravvivenza politica, ha creato questa coalizione e il governo si è completamente abbandonato all'ideologia di estrema destra».

A complicare ulteriormente i calcoli nel campo della destra è una nuova formazione politica: Amcha Israel (Popolo di Israele), lanciata ufficialmente a fine agosto 2026 dal generale in congedo Ofer Winter. Winter si propone come un'alternativa di destra incentrata sulla "decisione militare" e sulla sicurezza. Sebbene abbia dichiarato di voler raccomandare solo Netanyahu come futuro Primo Ministro, Winter ha scosso gli equilibri scegliendo di correre da solo e rifiutando gli appelli di Netanyahu e Smotrich a unire le forze, rischiando così di sottrarre voti cruciali al blocco conservatore. A rendere il partito di Winter particolarmente insolito è la scelta del suo numero due: Yoseph Haddad, noto attivista arabo-israeliano cristiano ortodosso. Una candidatura che tenta di dare ad Amcha Israel un'immagine più "inclusiva", ma che ha sollevato forti critiche nei settori più radicali dell'ortodossia. Su un punto, però, Winter è stato inflessibile: l'obbligo di leva per gli ultra ortodossi (Haredim), una condizione che ha posto come imprescindibile per qualsiasi futuro appoggio a un governo.

A questa dinamica si intreccia proprio il nodo cruciale dei partiti ultra ortodossi, Giudaismo Unito della Torah e Shas, il cui sostegno al Likud dipenderà dal mantenimento dell'esenzione militare per gli studenti delle yeshiva (istituzione educativa ebraica che si basa sullo studio dei testi religiosi tradizionali, principalmente quello del Talmud e della Torah). «Si tratta di una comunità complessa: la società haredi è definita dalla devozione e da una dedizione assoluta al servizio di Dio. Al suo interno non è monolitica, ma frammentata in diverse comunità principali, come i lituani (concentrati rigorosamente sullo studio razionale), i chassidim (con origini in Europa orientale e un approccio più spirituale e mistico) e i sefarditi», spiega Shmuel Shay Ben Shalom, ultra ortodosso litaim. Per decenni questa parte della società ha rifiutato il servizio militare, isolandosi per dedicare interamente la propria vita all'istruzione religiosa. Tuttavia, le dinamiche interne stanno cambiando rapidamente: le nuove generazioni ultra ortodosse mostrano una tendenza sempre più forte verso posizioni nazionaliste e di estrema destra.

A monte della paralisi politica c'è un trauma collettivo che impedisce di elaborare la tragedia di Gaza. Il rabbino Jeremy Milgrom (tra i fondatori di Rabbis for Human Rights) osserva come “l'assalto di Hamas del 7 ottobre e la retorica del nemico assoluto da eliminare abbiano totalmente normalizzato il genocidio a Gaza e neutralizzato l'opposizione di un centrosinistra mai stato capace di usare parole come “occupazione” o “apartheid”.

Ma d’altronde secondo Padre David Neuhaus, gesuita di origine ebraica, «il sionismo si è evoluto in un sistema in cui chi critica lo Stato viene sistematicamente tacciato di antisemitismo, paralizzando ogni reale dialogo interreligioso che non sia fondato su quello che definisce in maniera provocatoria “l'accordo ecumenico”: il perdono cristiano in cambio del cieco sostegno politico a Israele».

In questo panorama estremamente frammentato, Israele si avvicina alle urne come un Paese sull'orlo di una crisi nervosa e identitaria. Come ricorda il Rabbino Rosen, «la rabbia per il collasso dello Stato il 7 ottobre e per un governo ostaggio dell'estrema destra rappresenta un punto di rottura decisivo. Queste sono le elezioni del destino per Israele. Israele deve cambiare rotta totalmente se vuole sopravvivere».

Le urne diranno se Israele sceglierà di rifondarsi su basi nuove e democratiche, o se continuerà la sua discesa lungo una china in cui la violenza militare e civile rischia di divorare anche la società dall'interno. Di certo resta il fatto che, dalle campagne elettorali alle manifestazioni di piazza, a parte per un ristretto gruppo della sinistra cosiddetta “radicale”, i palestinesi non esistono: né in Cisgiordania, né a Gaza, né dentro i confini dell’attuale stato di Israele.