Tutto come ampiamente previsto e prevedibile. Le elezioni in Russia nelle quali circa 110 milioni di cittadini sono stati chiamati a votare per il rinnovo dei 450 seggi della Duma, il Parlamento, sono state vinte da Russia unita, il partito di Vladimir Putin, che si è aggiudicato quasi il 58% delle preferenze, ovvero 355 seggi, sensibilmente di più rispetto all’ultima tornata elettorale del 2021, quando la formazione del presidente ne aveva ottenuti 324.

Anche l’affluenza – si poteva votare ai seggi o con voto elettronico, nell’arco di tre giorni, dal 18 al 20 settembre – è stata molto ampia, il 59%, rispetto a poco più del 51% di cinque anni fa. Il successo del partito del leader del Cremlino è stato del tutto scontato e in buona parte di facciata: l’unico partito pacifista, Yabloko, che chiede apertamente la fine della guerra opponendosi alla politica putiniana, è stato estromesso dalle elezioni dalla Corte suprema ad agosto. I politici dissidenti sono o in carcere o sono stati costretti all’esilio. Secondo un’organizzazione per i diritti umani che da anni fornisce protezione e assistenza legale ai dissidenti russi, più di duemila russi sarebbero attualmente imprigionati per motivi politici.

I dieci partiti che sono stati ammessi alle elezioni non rappresentano una reale opposizione a Putin, sono favorevoli alla continuazione della guerra e si schierano dalla parte del Cremlino sulle questioni più rilevanti per il Paese. Anche la campagna elettorale è stata quasi inesistente, priva di reali dibattiti televisivi fra i candidati.

Le elezioni si sono svolte anche in Crimea, occupata e annessa alla Federazione russa nel 2014, e nelle quattro regioni ucraine - Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson - parzialmente occupate dai russi e annesse nel 2022 a seguito di contestatissimi referendum, non riconosciuti dalla comunità internazionale.

Un seggio elettorale a Donetsk, in una delle quattro regioni ucraine parzialmente occupate dai russi.
Un seggio elettorale a Donetsk, in una delle quattro regioni ucraine parzialmente occupate dai russi.

Un seggio elettorale a Donetsk, in una delle quattro regioni ucraine parzialmente occupate dai russi.

(REUTERS)

Certamente, il clima nel quale i russi sono andati alle urne è carico di preoccupazioni a causa della guerra che, ormai da mesi, come un boomerang è tornata dove è stata scatenata, ed è entrata nella vita quotidiana dei cittadini russi. I massicci attacchi dei droni ucraini che mirano strategicamente a colpire le raffinerie, i depositi e le infrastrutture petrolifere in Russia hanno provocato una grave crisi del carburante, la prima di queste proporzioni dai tempi dell’Unione sovietica, con gli automobilisti che sempre più spesso non trovano benzina e diesel ai distributori o devono fare lunghe ed estenuanti code per fare rifornimento.

I raid ucraini sono continuati durante le elezioni: in coincidenza dell’ultima giornata del voto, il ministero della Difesa russo ha fatto sapere che nella notte le forze ucraine hanno lanciato 1.100 droni su 19 regioni della Russia, compresa Mosca, sulla Crimea occupata e sulle acque del Mar Nero. E una raffineria nei pressi di Mosca è stata bersagliata.

A tutto questo, si aggiunge la situazione di stallo al fronte che va avanti ormai da molto tempo, con perdite di vite umane ingenti e costi enormi. E ora si guarda con particolare apprensione al post-elezioni e alle prossime mosse che, forte della conferma alle urne, Putin farà. Da più parti si parla di una nuova grande mobilitazione di uomini da mandare al fronte in autunno, in vista di una escalation dell’offensiva sull’Ucraina durante l’inverno, ormai alle porte.

L’allarme non è ingiustificato: secondo la testata Politico, che ha citato i piani di un’azienda statale russa, Mosca starebbe procedendo all'ampliamento della propria capacità produttiva per realizzare decine di migliaia di droni da combattimento, impiegati negli attacchi contro le città ucraine.