C’è del metodo nella follia di Donald Trump? È la domanda che circola, sottovoce ma insistente, nelle cancellerie europee. E la risposta, a guardar bene, è più amara che rassicurante. Perché se anche un metodo esiste, è un metodo che consuma, logora, distrugge. Un metodo sbagliato. E che soprattutto lascia dietro di sé una verità difficile da aggirare: l’America ha perso, pezzo dopo pezzo, la sua credibilità diplomatica.

Il cessate il fuoco temporaneo tra Stati Uniti, Israele e Iran è arrivato come un sospiro trattenuto troppo a lungo. Due settimane di tregua, forse qualcosa di più. Ma nessuno, tra i leader europei, si è davvero illuso. Il sollievo è stato breve, quasi pudico. Perché il danno è già stato fatto.

In sei settimane di guerra a scatti, annunciata e rilanciata come un episodio di un reality, il mondo ha visto la superpotenza occidentale comportarsi non da garante dell’ordine, da “gendarme del mondo”, ma da detonatore del caos. Prezzi dell’energia alle stelle, rotte marittime a rischio, borse in caduta libera, governi costretti a correre ai ripari. E soprattutto vittime, militari e civili, uomini, donne e bambini innocenti, come le studentesse e le insegnanti della scuola femminile iraniana di Minab. E una sensazione diffusa, quasi fisica, di impotenza.

Le parole pesano, sempre. Ma nelle mani di un presidente degli Stati Uniti diventano pietre. Quando Trump promette che “una civiltà morirà stanotte”, non è solo retorica. È un segnale per il quale la Corte penale internazionale ipotizza una condanna per crimini di guerra. E quel segnale arriva ovunque: a Teheran, certo, ma anche a Berlino, a Madrid, a Canberra. E lascia il segno.

Non è un caso che leader come Pedro Sánchez abbiano parlato di “caos, distruzione e vite perdute”, rifiutando di applaudire chi “dà fuoco al mondo” salvo poi presentarsi con un secchio d’acqua. Né che il primo ministro australiano Anthony Albanese abbia definito “inappropriato” quel linguaggio apocalittico. Parole misurate, certo. Ma dietro si legge un’inquietudine profonda.

E poi c’è il silenzio. Quello di Emmanuel Macron, di Keir Starmer, dello stesso cancelliere tedesco. Un silenzio non neutrale, ma calcolato. Come si fa con gli interlocutori imprevedibili: meglio non provocare, meglio aspettare che la tempesta passi. È questa, oggi, la postura dell’Europa verso Washington.

Non era così. Non è sempre stato così.

L’America, nel dopoguerra, era un punto fermo. Non perfetto, ma leggibile. Oggi invece è diventata opaca, intermittente, a tratti irriconoscibile. E questo cambia tutto. Perché la diplomazia vive di fiducia, di prevedibilità, di parole che hanno un peso stabile nel tempo. Se queste condizioni saltano, salta anche l’equilibrio.

Il caso dello Stretto di Hormuz è emblematico. Basta una minaccia, un’escalation verbale, e il traffico energetico globale si inceppa. Le conseguenze arrivano fino alle famiglie europee, con bollette più care e governi costretti a tamponare. In Italia si è arrivati a ipotizzare perfino il ritorno alla didattica a distanza per mancanza di carburante. Segni di una fragilità che credevamo superata.

Una diplomazia muscolare che alterna minacce esistenziali e aperture improvvise. Prima il baratro, poi la mano tesa.

Ma a quale prezzo?

Lo ha detto con chiarezza al New York Times lo storico Alex Wellerstein: un Paese che parla così viene percepito come “squilibrato e pericoloso”. Non è un giudizio ideologico. È una constatazione strategica. E quando i tuoi alleati iniziano a pensarlo, il problema non è più solo comunicativo. È strutturale.

Persino voci vicine al mondo trumpiano, come Tucker Carlson, hanno parlato di una deriva morale, denunciando il rischio di giustificare crimini di guerra con leggerezza sconcertante. Segno che qualcosa si è incrinato anche all’interno.

«Il mondo può anche accettare, per necessità, la leadership americana. Ma non può più darle per scontata. E soprattutto non può più fidarsi come prima», ha scritto il Washington Post. È questo il vero lascito di queste settimane: non la guerra, non il cessate il fuoco, ma la crepa.