Nel cuore delle tensioni internazionali legate al conflitto israelo-palestinese è esploso un caso politico e diplomatico che ha già superato i confini del dibattito sui diritti umani. La Francia, che è membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ha riconosciuto lo Stato di Palestina facendo infuriare Israele, ha annunciato che chiederà la rimozione di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i Territori palestinesi occupati, in occasione della prossima sessione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.

La novità è che sulla richiesta francese converge anche l’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump. Divisi su molti dossier internazionali, Washington e Parigi oggi concordano su un punto: la condotta della relatrice sarebbe incompatibile con il ruolo istituzionale che ricopre e finirebbe per discreditare le Nazioni Unite.

Le parole al Forum di Doha

Al centro delle polemiche vi sono alcune dichiarazioni pronunciate il 7 febbraio durante un forum organizzato da Al Jazeera a Doha. In quell’occasione Albanese ha affermato che, invece di fermare Israele, «la maggior parte del mondo l’ha armato, gli ha fornito copertura politica ed economica», parlando di un sistema globale che avrebbe reso possibile quello che lei definisce un genocidio in Palestina. Ha inoltre evocato l’esistenza di un «nemico comune» dell’umanità.

Il governo francese ha interpretato quell’espressione come riferita a Israele. In un successivo intervento sui social, Albanese ha precisato che per “nemico comune” intendeva il sistema politico, economico e militare che, a suo giudizio, avrebbe consentito e sostenuto le violazioni denunciate: «Il nemico comune dell’umanità», ha detto in un tweet, «è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile».

La partecipazione allo stesso evento di esponenti legati a Hamas e del ministro degli Esteri iraniano ha ulteriormente alimentato le critiche, rafforzando l’impressione, nei suoi detrattori, di una collocazione pubblica percepita come sbilanciata. Non è bastato a placare le polemiche. Il ministro degli Esteri francese Barrot è stato netto: le parole di Albanese «si aggiungono a una lunga lista di prese di posizione scandalose, come la giustificazione del 7 ottobre, il peggiore massacro antisemita della nostra storia dai tempi della Shoah, ma anche evocazioni della lobby ebraica o ancora paralleli tra Israele e il terzo Reich».

Il nodo dell’imparzialità

Il mandato di relatore speciale dell’Onu è, per definizione, indipendente: non rappresenta formalmente l’Organizzazione né gli Stati membri, ma è affidato a un esperto chiamato a monitorare e riferire sulle violazioni dei diritti umani. Proprio l’autonomia e l’imparzialità costituiscono il fondamento della sua credibilità.

Secondo il governo francese e quello statunitense, Albanese avrebbe oltrepassato il confine tra denuncia giuridica e presa di posizione politica, trasformandosi da osservatrice in protagonista del confronto pubblico. È questa la contestazione di fondo che accompagna la richiesta di dimissioni.

Altri osservatori, al contrario, ritengono che la forza delle sue parole rientri nella funzione stessa di un relatore incaricato di segnalare gravi violazioni del diritto internazionale.

Una figura divisiva

Nata ad Ariano Irpino, giurista specializzata in diritto internazionale e diritti umani, Francesca Albanese ricopre l’incarico dal maggio 2022. Fin dall’inizio del suo mandato ha utilizzato categorie giuridiche forti come “apartheid” e “genocidio” per descrivere la situazione nei Territori palestinesi.

Queste posizioni le hanno attirato il sostegno di una parte del mondo accademico e delle organizzazioni per i diritti umani, ma anche accuse di parzialità da parte di Israele e di diversi governi occidentali. In più occasioni alcune sue dichiarazioni pubbliche su esponenti della comunità ebraica italiana o su episodi legati al conflitto hanno suscitato polemiche e richieste di chiarimento.

I critici sostengono che le sue prese di posizione non coincidano più neppure con quelle dell’Autorità nazionale palestinese e che rischino di sovrapporsi alle istanze più radicali del movimento internazionale pro-Pal. I sostenitori replicano che la radicalità del linguaggio riflette la gravità della situazione sul terreno.

Diplomazia e parola pubblica

Il caso Albanese riapre una questione più ampia: fino a che punto un relatore speciale può spingersi nella qualificazione giuridica e politica di un conflitto così divisivo? E dove si colloca il confine tra libertà di espressione personale e responsabilità istituzionale? In un contesto segnato da migliaia di vittime, dalla sofferenza di civili israeliani e palestinesi e da una profonda frattura nella comunità internazionale, le parole pesano. La discussione che si aprirà nelle prossime settimane alle Nazioni Unite non riguarderà soltanto il futuro del mandato di Francesca Albanese, ma la credibilità stessa degli strumenti multilaterali chiamati a custodire il diritto internazionale e a promuovere soluzioni pacifiche in Medio Oriente.