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Un uomo palestinese sul luogo di una casa colpita da un raid israeliano a Deir al-Balah, nel centro della Striscia di Gaza. il 19 luglio scorso
Per mesi è stata chiamata semplicemente “Linea gialla”, una delimitazione militare tracciata sulle mappe operative dell'esercito israeliano. Oggi, secondo quanto emerge dalle immagini satellitari analizzate dall'Associated Press e realizzate dalla società Planet Labs PBC, quella linea sta assumendo sempre più le caratteristiche di una vera e propria barriera fisica destinata a modificare la geografia della Striscia di Gaza.
Si tratta di un terrapieno fortificato, accompagnato da una fascia di sicurezza e da sistemi di sorveglianza avanzati, che attraversa buona parte dell'enclave palestinese. Per Israele è un'infrastruttura militare necessaria a proteggere le proprie truppe e le comunità israeliane lungo il confine. Per numerosi osservatori internazionali, invece, potrebbe rappresentare un ulteriore passo verso una presenza militare destinata a protrarsi nel tempo, con pesanti conseguenze politiche e umanitarie.


Un parente porta il corpo della piccola Ameera al-Masri, uccisa insieme ai genitori e ai tre fratelli in un raid israeliano contro la loro abitazione a Gaza City il 21 luglio scorso
(REUTERS)Come nasce la nuova barriera
Dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e l'avvio dell'offensiva israeliana, le Forze di Difesa israeliane (Idf) ha progressivamente istituito diverse aree cuscinetto all'interno della Striscia. Inizialmente erano concepite come zone operative temporanee, funzionali alle operazioni militari. Nel corso del 2025 e soprattutto negli ultimi mesi, queste aree hanno però iniziato a trasformarsi in opere permanenti.
Le immagini satellitari mostrano la costruzione di un terrapieno lungo circa 23 chilometri, che corre da Rafah verso nord attraversando oltre metà della lunghezza della Striscia. Alla barriera si affianca una vasta "zona di sicurezza" dotata di strade militari, postazioni di osservazione, infrastrutture logistiche e apparati tecnologici per il controllo del territorio. Le Forze di difesa israeliane (Idf), interpellate dall'Associated Press, hanno confermato l'esistenza dell'opera, spiegando che serve a garantire la sicurezza delle proprie truppe e delle comunità israeliane poste lungo il confine con Gaza, senza però fornire dettagli sul tracciato completo o sulla sua estensione definitiva.


Le immagini satellitari: il muro cresce rapidamente
L'analisi delle fotografie scattate da Planet Labs permette di seguire quasi giorno per giorno l'avanzamento dei lavori. Nell'area del campo profughi di al-Mawasi, uno degli ultimi luoghi dove si sono concentrati migliaia di sfollati palestinesi, il terrapieno è cresciuto in poche settimane: dai circa 500 metri iniziali ai 2,4 chilometri osservati a metà luglio. L'intero segmento sembra destinato a collegarsi con una barriera continua di circa 17 chilometri che si estende verso Khan Younis e prosegue fino alle porte di Gaza City. Più a nord altri tratti costeggiano Beit Lahiya, città quasi completamente devastata dai combattimenti. Parallelamente, sul lato controllato dall'esercito israeliano, numerosi edifici palestinesi sono stati demoliti per ampliare la fascia di sicurezza.
Perché questa barriera preoccupa
Il nodo principale è politico oltre che militare. Secondo diversi analisti, la nuova infrastruttura consolida sul terreno una presenza israeliana che rischia di entrare in tensione con gli obiettivi dichiarati nei negoziati internazionali. Nei mesi scorsi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva affermato di aver ordinato all'esercito di controllare una quota crescente della Striscia. Le immagini satellitari sembrano indicare un ampliamento delle aree effettivamente occupate rispetto a quelle previste durante il cessate il fuoco. Per questo numerosi osservatori leggono la barriera non soltanto come un'opera difensiva, ma anche come un possibile elemento destinato a incidere sui futuri assetti territoriali di Gaza.
La situazione oggi dopo la tregua
La tregua negoziata con la mediazione di Stati Uniti, Qatar ed Egitto ha consentito in alcuni momenti una riduzione delle ostilità e il rilascio di parte degli ostaggi israeliani e dei detenuti palestinesi. Tuttavia il percorso verso un cessate il fuoco stabile resta fragile. I negoziati per una seconda fase dell'accordo procedono con estrema difficoltà. Restano aperte questioni decisive: il futuro governo della Striscia, il disarmo di Hamas, il ritiro delle truppe israeliane e le garanzie di sicurezza richieste da Israele. Nel frattempo la situazione umanitaria continua a essere drammatica. Secondo le Nazioni Unite, oltre due milioni di persone vivono ancora in condizioni di gravissima emergenza, con interruzioni nell'approvvigionamento di acqua, cibo, carburante e medicinali. Gran parte delle infrastrutture civili (abitazioni, scuole, ospedali e reti idriche) risulta distrutta o gravemente danneggiata, mentre centinaia di migliaia di sfollati sono costretti a continui spostamenti all'interno di uno spazio sempre più ristretto. Anche il quadro politico interno palestinese resta incerto. Hamas continua a partecipare ai negoziati indiretti, ma permangono profonde divergenze sul proprio ruolo nella futura amministrazione della Striscia e sulle modalità di un eventuale disarmo. Sul fronte israeliano, invece, la pressione delle componenti più nazionaliste del governo continua a spingere verso il mantenimento di una presenza militare stabile e, in alcuni ambienti politici, perfino verso il ritorno di insediamenti israeliani a Gaza, ipotesi sostenuta apertamente da movimenti come Nachala e da esponenti della destra radicale, tra cui i ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir.


Meral Al-Babili, 8 anni, ha perso il piede destro dopo essere rimasta ferita in un attacco israeliano a Nuseirat, nella Striscia centrale di Gaza, costato la vita alla madre e alla nonna
(REUTERS)Un confine che rischia di diventare permanente
La nuova barriera costruita dall'esercito israeliano rappresenta molto più di un'opera di ingegneria militare. Segna infatti una trasformazione concreta del territorio proprio mentre la diplomazia cerca, con enorme fatica, di delineare il futuro della Striscia. Se dovesse consolidarsi come infrastruttura permanente, il terrapieno potrebbe modificare non soltanto la geografia di Gaza ma anche le prospettive di una futura soluzione politica del conflitto. E mentre il muro cresce, per oltre due milioni di civili palestinesi continua una crisi umanitaria che le organizzazioni internazionali definiscono tra le più gravi degli ultimi decenni.





