C'è una domanda che in queste settimane si fanno in molti, al banco del fruttivendolo, davanti agli scaffali dei surgelati, alla cassa con lo scontrino in mano: sta già influendo la guerra in Medio Oriente su quello che spendiamo per mangiare? La risposta breve è: sì, ma non ancora come potrebbe. La risposta lunga richiede di capire come funziona la filiera del cibo, e perché tra una bomba in Medio Oriente e un limone siciliano che costa di più c'è un percorso tutt'altro che diretto, ma inesorabile.

Energia, fertilizzanti, trasporti: il filo invisibile

Il conflitto che ha coinvolto l'Iran e lo Stretto di Hormuz non ha solo alzato il prezzo del petrolio. Ha colpito al cuore uno dei nodi logistici più sensibili del pianeta. Dallo Stretto di Hormuz transita normalmente circa il 35% delle esportazioni mondiali di petrolio greggio, il 20% di gas naturale liquefatto e circa il 25% dei fertilizzanti commercializzati a livello globale. Dopo l'escalation, il traffico marittimo attraverso lo Stretto è crollato di oltre il 95%, con ritardi nelle spedizioni aumentati di 15 giorni e costi del carburante cresciuti di circa il 50%.

Combustibili e carburanti, il cui prezzo sta aumentando a causa della guerra, incidono su tutte le fasi della filiera agroalimentare: dal metano si ricavano i fertilizzanti azotati, i più usati nelle coltivazioni; il gasolio è indispensabile per i trattori e per il trasporto; e poi serve molta energia elettrica alle serre e agli allevamenti, e alla refrigerazione di frutta, ortaggi, carni, latticini.

C'è poi il problema dei fertilizzanti, che è la vera incognita del futuro prossimo. I Paesi del Golfo sono tra i principali esportatori mondiali di fertilizzanti azotati, e l'interruzione delle forniture ha causato una carenza globale senza sostituti rapidi. Di conseguenza, i prezzi dei fertilizzanti sono aumentati del 50-75% a livello globale. In Italia, la situazione si è già fatta sentire: l'urea, essenziale per coltivare mais, grano e riso, costa ormai 870 euro a tonnellata, il 46% in più rispetto al 27 febbraio, il giorno precedente all'inizio della guerra.

Il legame tra gas e cibo non è intuitivo, ma è strutturale. L'urea viene prodotta industrialmente a partire dall'ammoniaca, e per produrre ammoniaca serve gas naturale, che fornisce sia l'energia necessaria sia l'idrogeno indispensabile alla reazione chimica. L'urea è, a tutti gli effetti, gas trasformato in fertilizzante. Quando il gas costa di più, il cibo — con un certo ritardo — segue.

Lo stretto di Hormuz

Cosa dice l'Istat: una memoria che pesa

Per capire dove siamo, conviene ricordare dove eravamo. Da ottobre 2021 a ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari in Italia sono aumentati del 24,9%, un incremento superiore di quasi 8 punti percentuali rispetto all'indice generale dei prezzi al consumo (+17,3%). Alla forte crescita negli anni 2022-2023 ha contribuito lo shock sui listini dell'energia, che ha colpito in misura rilevante il settore degli alimentari non lavorati, sia in modo diretto sia in modo indiretto, alimentando l'incremento del prezzo di importanti prodotti intermedi, come i fertilizzanti. Negli ultimi due anni, la dinamica di crescita è stata più contenuta e, in parte, sostenuta dal recupero dei margini di profitto delle imprese del settore agricolo.

Quella stagione ci ha insegnato qualcosa di importante: i prezzi salgono in fretta, "come un razzo", dicono gli economisti con il termine tecnico rockets and feathers, e scendono lentamente, come una piuma. Nel 2022 in Italia l'inflazione era arrivata all'8,1%, poi l'anno successivo era diminuita fino al 5,7%. Ma il costo degli alimentari per chi acquistava è rimasto sempre ben al di sopra di queste soglie: +8,8% nel 2022, +9,8% nel 2023. Ci siamo già passati, insomma. E la memoria di quel percorso è ancora viva nelle tasche degli italiani.

Cosa sta succedendo oggi agli scaffali

Al momento, i dati dicono che siamo in una fase di transizione, non ancora nell'occhio del ciclone. Ad aprile il prezzo degli ortaggi per i consumatori finali è aumentato del 6,5% rispetto a un anno fa, sopra il tasso di inflazione che nello stesso mese è stato del 2,8%. Ma non è ancora la guerra a guidare questi rincari: secondo l'ufficio studi di BMTI, a incidere sono stati fin qui il maltempo di inizio anno nel Sud, in particolare tra Sicilia, Calabria e alcune zone della Spagna. Sui prezzi degli ortaggi ad oggi ha fatto più danni il ciclone Harry che il caro energia.

Per il pesce e per la carne la situazione è diversa. C'è un legame più diretto con energia e carburanti nel settore ittico: rispetto a fine febbraio, l'orata italiana di allevamento è salita del 16,8% e il branzino italiano del 9,2. Per il pescato, il gasolio dei pescherecci è aumentato al punto da costringere molti pescatori a fermarsi. Quanto alla carne, ad aprile è aumentata del 5,1% rispetto allo stesso periodo del 2025, con rincari tra il 7 e il 10% all'ingrosso. Aumenti però iniziati molto prima della guerra, dovuti soprattutto alla minore disponibilità di giovani bovini provenienti dalla Francia.

A tutto questo si aggiunge un fattore meno visibile ma pesante: il rincaro delle materie plastiche usate per gli imballaggi, che si ricavano dagli idrocarburi. Ad aprile il polietilene è aumentato del 55% rispetto a febbraio, il polipropilene del 47%, il PET del 37%. Ogni vaschetta, ogni bottiglia, ogni involucro flessibile porta con sé una quota di questo rincaro.

Lo spartiacque è a giugno

Gli esperti sono concordi: il momento della verità non è ancora arrivato, ma si avvicina. Claudio Mazzini, direttore dei prodotti "freschissimi" di Coop Italia, la seconda catena di grande distribuzione in Italia, dice che «lo spartiacque secondo noi sarà la fine di giugno»: se la guerra dovesse protrarsi fino a quel punto, «gli aumenti sarebbero più ampi e generalizzati».

Per capirne la ragione basta guardare a monte della filiera. Secondo Coldiretti, energia, gasolio e fertilizzanti azotati incidono per circa il 25% sui costi del settore agricolo. Le aziende starebbero già pagando fino a 250 euro in più a ettaro. Per gli allevatori, Coldiretti stima una "stangata" fino a 3.600 euro ad azienda in due mesi. Con il pregresso di anni di invasione russa voluta da Putin in Ucraina dal febbraio del 2022.

La voce più autorevole sul futuro è quella della FAO. Maurizio Martina, vicedirettore generale dell'organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e già ministro dell'Agricoltura, spiega che le conseguenze sul sistema alimentare non sono recuperabili, perché l'agricoltura segue ritmi precisi: nel giro di pochi mesi le rese iniziano a diminuire, e nel giro di un anno l'offerta alimentare globale cala, facendo crescere l'inflazione alimentare e l'insicurezza alimentare. Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite stima che, se la guerra non dovesse finire entro la metà dell'anno e il prezzo del petrolio dovesse rimanere superiore ai 100 dollari al barile, quasi 45 milioni di persone in più potrebbero trovarsi in una situazione di grave insicurezza alimentare, ad aggiungersi ai 318 milioni che già vivono in condizioni di insicurezza alimentare.

Chi paga il conto

C'è poi una dimensione che non compare mai nelle statistiche ma che chi fa la spesa conosce bene: il costo non è distribuito ugualmente. Nelle filiere più deboli, ortofrutta, zootecnia, gli aumenti sono scaricati su agricoltori e allevatori, che nella maggior parte dei casi non hanno la forza contrattuale per adeguare rapidamente i prezzi. E al fondo della catena, come sempre, ci sono le famiglie con meno risorse, quelle che già nel 2022-2023 avevano ridotto i consumi alimentari.

Mentre i "grandi" del mondo sembrano giocare a una partita di Risiko, a rimetterci sono le classi più svantaggiate e che lavorano ogni giorno: in Italia, come ovunque, chi vive già in condizioni di vulnerabilità economica.

La guerra in Medio Oriente non è ancora entrata davvero nel carrello della spesa. Ma si sta avvicinando. E il tempo, che è poi la durata del conflitto, è l'unica variabile che conta davvero.