Cento di questi anni: forse nel 1926, quando un po’ per caso sono nati, gli Harlem Globettrotters, probabilmente la squadra di basket più famosa al mondo, non avrebbero immaginato di contarli. Eppure sono qui, in Italia dal 9 aprile in tour, prima tappa Roma, per la parte italiana che celebra il loro primo secolo di vita.

DOVE SONO NATI (NON AD HARLEM) E QUANDO

Quasi tutti sanno che sono una squadra di pallacanestro statunitense tutta afro e un po’ sui generis, che gioca per puro spettacolo, forzando un po’ (tanto, nella virata al comico e all’acrobatico) le regole del gioco, e che veste stars and stripes, come la bandiera americana. Pochi invece sanno che non ad Harlem sono nati, ma a Chicago, con il nome di Savoy Big Five, negli anni Venti del Novecento.

PRIMA DELL’NBA IN UNA SALA DA BALLO

In piena segregazione razziale, in una delle città più segregate d’America, negli anni di cui vi spadroneggiava Al Capone: intrattenevano giocando a basket, in modo più convenzionale di ora, gli ospiti dell’omonima sala da ballo nera, Savoy Balroom, in attesa che arrivassero musicisti del calibro di Louis Armstrong. Anche il basket a quell’epoca era segregato, non c’erano neri a giocare nei campionati, universitari soprattutto, con l’eccezione di pochi college cattolici contro i quali gli altri rifiutavano di scendere in campo, l’Nba non esisteva ancora e sarebbe comunque nata bianca di fatto, perché tutta governata da presidenti bianchi, nel 1946.

ABE SAPERSTEIN

Alle origini dell’attività dei Savoy c’era stata una trovata di Abe Saperstein, compagno di scuola superiore di alcuni giocatori, loro coetaneo figlio di un ebreo polacco, immigrato che evidentemente rispecchiava la propria minoranza nella loro, dato che erano anche gli anni dell’esplosione della violenza suprematista, anticattolica, antisemita, del Ku Klux Klan. La squadra piaceva al pubblico, e Saperstein ebbe il fiuto di farla continuare, dopo il fallimento della sala da ballo, con un nome diverso che rendesse omaggio al quartiere afroamericano di New York noto nel mondo. Con quel nome e con la divisa ispirata alla bandiera a stelle e strisce gli Harlem Globettrotters nel primo anno di vita non girarono il mondo, come il loro lungimirante nome prometteva, ma incontrarono in partite amichevoli squadre di college totalizzando 101 vittorie su 117 incontri con distacchi anche significativi. E continuarono a farlo pur senza mai giocare una sola partita ufficiale per tutti gli anni Trenta prima di dar seguito nel 1939 in Messico alla prima trasferta oltreconfine. A giocare in una piazza del quartiere di Harlem arrivarono invece molto dopo, soltanto nel 1968.

LE DUE BATOSTE AI LAKERS CHE CAMBIARONO IL BASKET

Nel frattempo però nel 1948 e nel 1949 avevano sconfitto due volte i Minneapolis Lakers, antenati dei L.A. Lakers, la più forte squadra d’America, costringendo l’Nba nel frattempo nata a prendere atto del fatto che gli afroamericani sapevano giocare a basket anche meglio della migliore delle loro squadre e che i tempi, benché con la segregazione razziale ancora in vigore, erano maturi per aprire le righe del campo, il canestro e le divise della lega professionistica del Nord America anche agli afroamericani, cosa difficile da negare dopo che un intero battaglione di colore, il 320°, era stato impiegato in prima linea nello sbarco in Normandia.

Anche se molto lavoro restava da fare, basti pensare che si parla di un periodo che precede di quasi un lustro le scene realistiche descritte nel film Green Book con il pianista nero che riempiva le sale con la sua musica e poi non trovava un albergo ad accettarlo, esperienza che anche gli Harlem in quegli anni hanno spesso vissuto.

CHUCK COOPER

Gli Harlem hanno avuto il merito di aprire con l’evidenza della loro capacità tecnica, quando ancora il loro gioco era gioco vero ancorché amichevole, la breccia che ha permesso a Chuck Cooper nel 1950 di diventare il primo afroamericano selezionato al Draft Nba. E quando, poco dopo la selezione, al proprietario dei Celtics Walter Brown, cattolico fervente, fu chiesto se sapesse che Cooper fosse nero (avendo cura di adoperare la versione di questa parola meno neutra all’epoca in uso), Brown esclamò: «Non me ne frega niente se è a righe, a quadri o a pois, Boston prende Charles Cooper dell’università di Duquesne!».

LA CONCORRENZA NBA E LA VIRATA VERSO LO SPETTACOLO

Con la crescita dell’Nba e dello spettacolo sportivo che conteneva, la stagione d’oro degli Harlem ha avuto una flessione tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta: le franchigie del campionato professionistico facevano loro concorrenza con ingaggi superiori e con opportunità di affermarsi nello sport molto maggiori, tanto che agli Harlem era stata creata nel 1952 un’avversaria ad hoc, la squadra dei Washington Generals, votata a perdere sempre o quasi.

Era finito il tempo che aveva portato un campionissimo degli anni Cinquanta come Wilt Chamberlain a preferire inizialmente l’ingaggio degli Harlem, più favorevole, prima di diventare un simbolo dell’Nba. Anche se in alcune stagioni, nel 1967 anche a Milano, ha continuato a unirsi al tour estivo degli Harlem terminato il campionato con Philadelphia. Questo passaggio ha portato gli Harlem per far sopravvivere la loro leggenda a cambiare ruolo, a far virare il loro gioco sempre meno allo sport vero e proprio e sempre di più a una pallacanestro spettacolo e a diventare quello che sono ancora: una squadra di artisti della palla a spicchi che uniscono al canestro l’acrobatica e la gag, in cui non è raro assistere a performance da ginnasti in corpi da cestisti, con canestri che si accompagnano a rondate come quella con cui Obafemi Martins festeggiava i suoi gol.

PIONIERI DELLA TECNICA E AMBASCIATORI NELLA GUERRA FREDDA

Ma anche a passaggi alla cieca dietro la schiena o sotto le gambe, a schiacciate appese al canestro: un campionario di gesti di cui una parte ha trovato cittadinanza col tempo anche in Nba. Nel frattempo gli Harlem globetrotters, giramondo, erano diventati davvero, chiamati a giocare un po’ ovunque e nel 1959 arrivarono fino a Mosca, come ambasciatori della buona volontà in piena Guerra fredda, moto prima che Stati Uniti e Urss sempre per le stesse ragioni diplomatiche e per superare gli effetti del doppio boicottaggio olimpico incrociato di Mosca 1980 e Los Angeles 1984 dessero vita nel 1986 ai Godwill Games.

LA “CRISI” DEGLI ANNI SESSANTA 

La loro popolarità è un po’ scemata nella seconda metà degli Anni Sessanta, con l’esplosione dei movimenti per i diritti civili: su di loro pesava a quell’epoca infatti l’accusa di essersi troppo prestati al divertimento dei bianchi. La sensibilità era cambiata, i simboli sportivi, che per altro sono generazionali sempre, erano diventati altri: Tommie “Jet” Smith e John Carlos, che si fecero ostracizzare in patria per essere saliti sul podio olimpico di Città del Messico 1968 senza scarpe con i calzini neri e con il pugno alzato guantato di nero a sostegno del Black Power, e Cassius Clay, nel frattempo diventato Muhammad Ali, che nel 1967 si fece privare del titolo mondiale dei pesi massimi conquistato tre anni prima e arrestare per renitenza alla leva per aver rifiutato di partire per la guerra del Vietnam.

Boxing - Boxing Poster Poster Promoting the Eliminating Contest Between Cassius Clay and Henry Cooper Mandatory Credit:Action Images Muhammad Ali
Boxing - Boxing Poster Poster Promoting the Eliminating Contest Between Cassius Clay and Henry Cooper Mandatory Credit:Action Images Muhammad Ali
Muhammad Ali in ujn poster degli anni Sessanta (Action Images/via Reuters)

IL LORO VALORE ALLA DISTANZA STORICA

Oggi con maggiore distanza storica il ruolo degli Harlem nell’apertura dello sport professionistico prima che la battaglia per i diritti civili diventasse movimento di massa è riconosciuto, come pure il fatto che aprirono presto alle donne con l’ingaggio di Lynette Woodard nel 1985, campionessa olimpica del 1984 con la nazionale femminile statunitense. Tanto che gli Harlem hanno provato a “rivendicare” quel ruolo nell’avanzamento non solo di integrazione ma anche tecnico dell’Nba con l’ingresso degli afroamericani, che oggi nella lega professionistica di pallacanestro del nord America (composta di 30 squadre, 29 statunitensi e i Toronto Raptors, l’unica franchigia canadese) rappresentano il 75-80% dei giocatori, mentre sono il 12-14% nella popolazione statunitense.

LA RICHIESTA DI ENTRARE IN NBA

Quando nel 2021 l’Nba ha avanzato l’idea di allargarsi a 32 squadre, gli Harlem hanno scritto ad Adam Silver Commissioner Nba una lettera ufficiale candidandosi a entrare come trentunesima franchigia in Nba, in cui tra le motivazioni si legge: «I movimenti in palleggio di Kyrie Irving? I passaggi ‘no-look’ di LeBron James? Le schiacciate devastanti di Giannis Antetokounmpo? I tiri da metà campo di Stephen Curry? I contropiede che resero celebre Magic Johnson? Tutta roba che abbiamo inventato e proposto prima noi». Non risultano risposte, mentre intanto proprio in questi mesi sono in corso le votazioni che avviano l’Nba all’allargamento: in pole position ci sono Seattle e Las Vegas. Ma intanto nel mondo c’è chi si chiede se la proposta pur intrigante avanzata dagli Harlem non significherebbe far finire il loro lato romantico, quello per cui da stasera anche in Italia, a Roma, stanno celebrando con un tour i loro primi 100 anni di vita.

Pope Francis smiles as he plays with a ball next to a member of the Harlem Globetrotters basketball team during the weekly audience in Saint Peter's Square at the Vatican May 6, 2015. REUTERS/Giampiero Sposito TPX IMAGES OF THE DAY
Pope Francis smiles as he plays with a ball next to a member of the Harlem Globetrotters basketball team during the weekly audience in Saint Peter's Square at the Vatican May 6, 2015. REUTERS/Giampiero Sposito TPX IMAGES OF THE DAY
Il precedente nel 2015 con papa Francesco (REUTERS)

IL TOUR DEI 100 ANNI

Ieri dopo l’udienza generale Papa Leone XIV il primo Papa americano della storia e notoriamente sportivo ha incontrato una delegazione degli Harlem in piazza San Pietro giocando con loro a far girare sull’indice la loro palla a spicchi. Un gioco che nel 2015 avevano insegnato anche a papa Francesco dopo aver incontrato nel 2000 Giovanni Paolo II. Il 9 aprile iniziano al Palatiziano a Roma e proseguono fino al 19 aprile.

Le prossime tappe del Tour sono

10 aprile 2026: Montecatini Terme (Palaterme)

11 aprile 2026: Bologna (Paladozza)

12 aprile 2026: Torino (Pala Gianni Asti)

14 aprile 2026: Cividale del Friuli (PalaGesteco)

15 aprile 2026: Venezia (Palasport Taliercio)

16 aprile 2026: Verona (Pala AGSM AIM)

17 aprile 2026: Treviglio (PalaFacchetti)

18 aprile 2026: Assago (Unipol Forum)

19 aprile 2026: Genova (Palateknoship)