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C'è una parola sanscrita, Bharat, che indica l'India nella sua accezione più antica e identitaria. È la stessa parola che Narendra Modi ama usare nei suoi discorsi, quando descrive la nazione che vuole plasmare: unita, induista, orgogliosa. Fino a pochi anni fa, sembrava il sogno di un politico ambizioso. Oggi assomiglia sempre di più a un progetto in via di compimento.
Con la vittoria di domenica nel Bengala Occidentale, il partito del premier indiano, il Bharatiya Janata Party, nazionalista, induista e di destra, controlla 21 dei 36 stati e territori indiani, in cui risiede oltre il 70 per cento di una popolazione da 1,4 miliardi di persone. Un'egemonia politica che non ha precedenti nell'India contemporanea se non nei decenni del Congress di Indira Gandhi, e che trasforma il volto di una democrazia nata, nel 1947, su un principio esattamente opposto: la convivenza tra culture, lingue, religioni diverse.


La disfatta dell'ultima frontiera
Per la prima volta in 46 anni di storia, il BJP ha conquistato il Bengala Occidentale, uno stato di quasi cento milioni di abitanti, considerato la roccaforte più difficile da espugnare. Fino a dieci anni fa il partito di Modi aveva lì soltanto tre seggi in parlamento. Domenica ne ha ottenuti 207 su 294, più dei due terzi dell'assemblea. Mamata Banerjee, la "Didi" — la sorella maggiore, come la chiamavano i suoi elettori — che guidava lo stato dal 2011 e che era stata tra i pochi leaders regionali capaci di tener testa a Modi, non è riuscita nemmeno a ottenere un seggio in parlamento. Storicamente, gli analisti elettorali sostenevano che il nazionalismo induista del BJP non avrebbe mai potuto attecchire in uno stato dove oltre un quarto della popolazione è musulmana. Non è andata così. Cosa ha cambiato le cose? La risposta che emerge dai reportage sul campo è insieme semplice e inquietante: la polarizzazione religiosa. Molti elettori indù sono stati convinti che Banerjee favorisse i musulmani, e questo risentimento ha alimentato il voto al BJP nelle aree urbane.
È una strategia che il BJP ha affinato nel corso degli anni, elezione dopo elezione: rendere la comunità musulmana, circa 200 milioni di persone in tutto il paese, il contrappeso negativo contro cui compattare la maggioranza indù.


Una macchina elettorale senza rivali
Il percorso che ha portato all'egemonia attuale non è stato lineare. Due anni fa, alle elezioni nazionali del giugno 2024, il BJP aveva ottenuto un risultato deludente, con il 42,5 per cento dei voti, e per la prima volta in un decennio aveva dovuto cercare alleanze con partiti minori. Sembrava l'inizio di un declino. Non lo era.
Da allora il BJP ha rilanciato la sua iniziativa politica, puntando su politiche di welfare diretto, una capillare comunicazione "porta a porta" e una più aggressiva propaganda anti-musulmana. I risultati hanno parlato chiaro: vittoria in Haryana, dove il Congress era dato favorito; vittoria in Maharashtra, lo stato di Milano indiana, la grande Mumbai; vittoria a Delhi, nel 2025, per la prima volta dopo 26 anni, battendo il partito di Arvind Kejriwal, uno dei più vivaci oppositori di Modi; vittoria in Bihar, e ora il trionfo nel Bengala.
La vittoria nel Bengala dà al BJP e ai suoi alleati una maggioranza vicina ai due terzi nella camera alta del parlamento. Il consolidamento del potere è ora strutturale, non congiunturale.


Le ombre sulla democrazia
Non tutto, però, si spiega con il consenso popolare. Molte di queste vittorie sono state accompagnate da polemiche, accuse di brogli e di ricorso alla magistratura per reprimere gli avversari. Molti oppositori politici sono stati arrestati o accusati di corruzione in processi rivelatisi perlopiù deboli, e le liste elettorali sono state oggetto di revisioni costanti con cancellazioni che hanno riguardato soprattutto la minoranza musulmana.
Nel Bengala Occidentale, nel periodo pre-elettorale, circa nove milioni di persone sono state cancellate dai registri elettorali, in una mossa che ha colpito in modo sproporzionato la minoranza musulmana.
Sono cifre che non possono essere ignorate da chi riflette sui destini della democrazia più popolosa del mondo. L'India, con la sua Costituzione laica, il suo pluralismo codificato, la sua tradizione di alternanza, sta attraversando una trasformazione profonda. Che ne sarà di quel senso di convivenza interreligiosa che ha a lungo caratterizzato il Bengala? È questa una delle domande più urgenti che emergono dai risultati elettorali.
Chi resta sull'altra sponda
L'opposizione è in frantumi. Il Congress, il principale partito di centrosinistra, quello di Nehru e di Indira Gandhi, governa oggi in soli quattro stati. I partiti regionali che avevano saputo resistere al BJP, e il Bengala di Mamata Banerjee era il caso più clamoroso, uno dopo l'altro cedono o si indeboliscono. Anche nel Tamil Nadu, uno dei pochi stati del sud dove il BJP non è ancora riuscito ad affermarsi, le elezioni hanno visto la sconfitta del principale partito di opposizione a favore di un ex attore di Bollywood reinventatosi politico. La crisi, dunque, non riguarda soltanto le regioni dove Modi vince, ma l'intero sistema politico.
Uno sguardo cristiano su un gigante che cambia
Da una prospettiva cristiana e umanista, la vicenda indiana interpella su temi che ci riguardano da vicino. La deriva nazionalista e identitaria non è un fenomeno esclusivamente asiatico: è una tentazione che attraversa l'Occidente, l'Europa, il Mediterraneo. Quando la politica si costruisce sulla paura dell'altro, del diverso per religione, per etnia, per lingua, smette di essere servizio alla comunità e diventa strumento di divisione.
L'India è un laboratorio enorme, e quello che vi accade ha una valenza simbolica oltre che geopolitica. Un paese fondato sulla diversità come valore costitutivo, che lentamente si comprime attorno a un'identità sola, è un monito per tutti. La grande democrazia non muore sempre di colpo, per un colpo di stato o una rivoluzione. A volte si trasforma gradualmente, un'elezione dopo l'altra, finché il paesaggio che rimane assomiglia poco all'originale.



