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Jared Kushner e Steve Witkoff a Mosca il 5 settembre.
Trovare una strada per mettere fine alla guerra che sta devastando l’Ucraina è un compito difficile. Lo hanno ammesso Steve Witkoff e Jared Kushner, inviati dell’amministrazione Usa prima a Mosca poi a Kyiv. Le speranze legate alla duplice missione non si sono concretizzate ai due tavoli di una diplomazia che, da una parte e dall’altra, da tempo è congelata, bloccata in una incapacità di dialogare per arrivare a una risoluzione della guerra ragionevole e duratura.
Speranze per un buon esito degli incontri si sono levate anche dall’appello di papa Leone all’Angelus di domenica: «Con animo addolorato ho seguito le notizie dei violenti attacchi che hanno colpito di recente diverse città e infrastrutture civili in Ucraina, provocando la morte di persone innocenti», ha detto il Pontefice da piazza San Pietro. «Il mio cuore si unisce alla sofferenza della popolazione che da anni vive nell'angoscia e nella paura. Rivolgo un nuovo appello a mettere fine alla violenza, a fermare la distruzione, ad aprire i cuori al dialogo e alla pace. Auspico che gli sforzi intrapresi in questi giorni per riprendere i negoziati portino frutti concreti e aprano lo spazio alla diplomazia».
Per raggiungere la pace serve che Mosca e Kyiv «facciano dei compromessi e riducano le questioni in sospeso», ha dichiarato Witkoff che per la prima volta ha messo piede in Ucraina, raggiungendo Kyiv a bordo del treno Peace Express insieme a Kushner, dopo più di tre ore di colloqui a Mosca con il presidente russo Vladimir Putin.


I due inviati Usa Kushner e Witcoff al Cremlino con Vladimir Putin.
(via REUTERS)Al termine dei due incontri Witkoff si è dimostrato comunque ottimista: «Sono stati compiuti progressi sostanziali, compresi passi avanti nella programmazione di ulteriori colloqui trilaterali», ovvero tra Stati Uniti, Ucraina e Russia. Per il Cremlino la visita dei due inviati americani è stata «un piccolo passo verso la pace». Da quanto riferito dalla presidenza francese, da Washington è giunta la notizia che Mosca sarebbe disponibile a un negoziato, dopo le elezioni della Duma, la camera bassa del Parlamento russo, in programma dal 18 al 20 settembre. Come risultato diplomatico della missione Usa, tuttavia, ben poca cosa. Perché le dichiarazioni e le buone intenzioni – peraltro non nuove - al momento non aprono ad azioni concrete a breve termine. E i nodi più difficili da sciogliere, che mantengono lo stallo diplomatico, continuano ad essere sempre gli stessi. Primo fra tutti, la questione territoriale: Mosca resta inamovibile nella sua richiesta di ottenere l’interno Donbas attualmente occupato per circa l’85% del territorio. Kyiv, dal canto suo, chiede di congelare la linea del fronte allo stato attuale.
Mosca, inoltre, insiste per un’Ucraina neutrale, che rinunci in modo definitivo, anche in futuro, ad entrare nella Nato, e fortemente depotenziata dal punto di vista della forza militare. Kyiv, invece, rivendica un esercito forte, composto da 800mila uomini, e solide garanzie di sicurezza (sul genere del meccanismo dell’articolo 5 della Nato che, se uno degli Stati membri viene attaccato, prevede l’intervento degli altri membri in sua difesa) per proteggere il l’Ucraina da eventuali, futuri nuovi attacchi alla sua integrità territoriale.


Witcoff e Kushner a Kyiv con Volodymyr Zelensky.
(REUTERS)La distanza fra i due Paesi, insomma, resta profonda. Rimane in un limbo quel dialogo di recente auspicato a gran voce da monsignor Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, inviato a Mosca da papa Leone – dopo essere stato in precedenza a Kyiv - per tentare di riaffermare la forza della diplomazia.
Anzi, Mosca alza il livello della tensione con la Germania: il ministro degli Esteri russo Lavrov ha dichiarato che l’accusa da parte di Berlino nei confronti di Mosca per l’attentato all’aeroporto di Lipsia del 4 agosto è una «dichiarazione di guerra». La Russia ha inoltre deciso di chiudere il consolato generale tedesco a San Pietroburgo (dopo aver già chiuso il Goethe Institut a Mosca).
Intanto, alla mezzanotte di lunedì 7 scade la tregua di tre giorni proclamata dalla Russia e confermata dall’Ucraina, per permettere agli inviati americani di svolgere la loro missione nei due Paesi in sicurezza. Una tregua, peraltro, che la Russia ha circoscritto a Kyiv, bersagliata incessantemente da missili e droni per dieci giorni, e non esteso a tutto il Paese. Il cessate il fuoco totale non è stato neppure contemplato dal Cremlino.
Dal canto suo, il presidente Zelensky ha invocato una pace «dignitosa» e, guardando con preoccupazione e realismo all’inverno ormai vicino, ha rinnovato la richiesta dei sistemi intercettori Patriot per difendere il Paese dai missili balistici russi. Perché il tempo della pace per il leader ucraino non è all’orizzonte. Almeno non prima dell’inverno.
Del resto, come osserva The Kyiv Independent, il tempismo della missione Usa non è stato casuale. Le intelligence di Kyiv e Washington ritengono che Mosca stia preparando un’ulteriore escalation della guerra con una nuova grande mobilitazione di soldati. Mosca non ha fretta: è convinta di poter annientare, piegare definitivamente l’Ucraina durante la nuova stagione invernale alle porte. Il tempo dei negoziati può aspettare.





