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Alcune manifestazioni a Jamaat-e-Islami, a Peshawar, contro gli attacchi USA-Israele all’Iran, mostrando cartelli contro Donald Trump. L’Iran conferma il 1° marzo la morte della Guida Suprema Ali Khamenei in un attacco aereo
Qual è la situazione che si apre in Iran dopo la morte dell’ayatollah Khamenei? E quali sono le prospettive nel Medio Oriente dopo l’attacco americano? Lo abbiamo chiesto a Luigi Toninelli è junior Research Fellow per il Medio Oriente e Nord Africa dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).
Toninelli, che scenario si apre adesso in Iran?
«Innanzitutto, bisogna fare una netta distinzione fra quello che sarà la battaglia, in corso, per la successione alla leadership di Khamenei, quindi per l'elezione della nuova Guida, e quello che è il controllo effettivo dello Stato. Se parliamo di quest’ultimo la tendenza è quella di un sempre maggiore ruolo dei militari e quindi dei Pasdaran. Quindi in molti temono che l’Iran del post Khamenei sia un Paese sulla falsariga di quello che abbiamo già conosciuto in Egitto o in Pakistan, dove i militari tendenzialmente hanno una pervasività e un controllo capillare all'interno della vita politica ed economica del Paese, però non sono loro in prima persona a mostrarsi al pubblico. Quindi c'è una figura più di rappresentanza, ma dietro ci sono loro».
E la questione della successione alla leadership.
«Una cosa non escluderà l'altra, nel senso che se da una parte i militari sembrano destinati ad avere sempre più potere, la figura che rimane pubblica potrebbe avvenire attraverso l'elezione di una nuova leadership.
Quindi in questo caso la nomina di un nuovo leader sarebbe funzionale, magari anche non così forte, non così capace di districarsi tra i vari centri di potere iraniani, sarebbe funzionale a fare da figura solamente di rappresentanza, a non cambiare completamente l'assetto istituzionale del Paese, quindi mantenere la retorica della Repubblica Islamica, ma al contempo lasciare che siano i militari, e i Pasdaran in particolare, a gestire la vita politica».
Chi potrebbe prendere il posto di Khamenei?
«Circolano diversi nomi. Uno di questi è quello di Mojtaba Khamenei, il figlio della Guida suprema, che bisogna capire se è morto o no. È molto controverso perché la successione dinastica è qualcosa che era stata combattuta dalla stessa rivoluzione iraniana: quando Khamenei si scagliava contro la monarchia Pahlavi, si scagliava proprio anche contro questa idea di successione dinastica. Quindi ripetere questo tipo di approccio sarebbe disconoscere se stessi – non che la Repubblica Islamica non lo abbia già fatto – ma sarebbe visto come qualcosa di molto stonato. Detto ciò, Mojtaba, se fosse ancora vivo, perché al momento non lo sappiamo, ha molti legami, è molto ben inserito all'interno del sistema di potere iraniano. Un altro nome che circola nelle ultime ore, soprattutto dopo la sua nomina all'interno di questo consiglio provvisorio che sta gestendo il Paese, è Alireza Arafi, un personaggio che ha sempre avuto posizioni importanti all'interno della Repubblica Islamica ed è sempre stato nominato da Ali Khamenei all'interno di queste posizioni. Quindi in molti sembrano sostenere che lui potrebbe essere una buona scelta, perché è sempre stato Ali Khamenei a nominarlo nei posti chiave. Anche su di lui però ci sono dei dubbi, perché sembra che potrebbe essere morto la scorsa. Qui bisogna sempre distinguere fra realtà e propaganda».


Si parla anche di Hassan Khomeini, fratello di Ali e nipote del fondatore della Repubblica islamica, Ruhollah.
«È una figura che al momento non mi sembra così probabile, ma è un nome che circola. È tendenzialmente un moderato a livello di politica interna, quindi potrebbe fare concessioni alla popolazione, applicare una sorta di allentamento interno, ma è molto radicale in politica estera, e questo non si traslerebbe in un'apertura verso Stati Uniti e Israele. Sicuramente, se non fosse nel 2024 per un incidente aereo, avrebbe presto il posto di Khamenei ex Presidente della Repubblica, Ebrahim Raisi, che è morto in un incidente in elicottero nel 2024».
Chi sta governando ora l’Iran?
«Al di là del fatto che ci sia questo triumvirato, colui che sta governando l'interno del Paese, è Ali Larijani, che è il Segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale. È una figura centrale perché lui sembra essere destinato, sempre di più – ovviamente se non verrà fatto fuori – a essere il collante dei nuovi centri di potere iraniani. È molto ben inserito, è stato ripescato, è ritornato in voga nel corso dell'ultimo anno e quindi è una figura da attenzionare per il post Ali Khamenei, ma anche in occasione del nuovo assetto istituzionale che potrebbe assumere, da qui ai prossimi anni, la Repubblica Islamica».
Qual è l’impatto di questa guerra nel Medio Oriente?
«Tutto da vedere. La crisi sembra sfuggire di mano. Abbiamo visto come anche gruppi estremamente deboli come Hezbollah abbiano deciso di prendere parte al conflitto in quello che può essere definito quasi un suicidio politico-militare da parte del gruppo. Nel Golfo continuano i bombardamenti. Il tentativo di negoziazione che è stato a mezza bocca incentivato o paventato da Donald Trump da una parte e dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi dall'altra è stato però subito sconfessato da Ali Larijani. Al momento non sembrano esserci prospettive per una chiusura di questa parentesi di guerra. L'Iran vuole farla pagare a caro prezzo ai vertici degli Stati Uniti e a Israele in particolare. Non sappiamo esattamente dove si andrà. Quello che vediamo è che sta aumentando il numero di vittime anche in Israele e ci sono dichiarazioni non così incoraggianti anche da parte dei Paesi europei, che si dicono pronti a concedere l'utilizzo delle loro basi per operare verso l'Iran. Quindi la situazione è molto critica e al momento possibilità per la diplomazia non sembrano essercene».
Qual è l'obiettivo di medio o lungo termine da parte di Trump dopo questo attacco?
«Lui vuole un cambio di regime in Iran. Ma il punto centrale della sua dichiarazione di guerra è stato quando ha detto alla popolazione iraniana che darà loro una mano aggiungendo però che il compito di dare l'ultima spallata al sistema di potere iraniano spetta proprio a loro. Questo è un approccio furbo e anche cinico, perché in qualche modo sembra dire: noi non metteremo i soldati sul territorio, non metteremo i cosiddetti boots on the ground, faremo i nostri bombardamenti, ma poi sta a voi cambiare il regime, laddove voleste cambiarlo. Quindi se dovesse fallire questo tipo di campagna militare, la colpa probabilmente verrebbe scaricata sulla popolazione iraniana. Questo è un modo, in qualche modo, di chiamarsi fuori nel caso in cui non si riuscisse a raggiungere un cambio di regime, avere già chi incolpare e dall'altro lato proseguire probabilmente senza, al momento, avere un obiettivo più alto che non sia quello di uccidere il maggior numero possibile di leader e indebolire il più possibile la Repubblica Islamica, probabilmente per riportarla al tavolo negoziale».
Tavolo che per ora i leader iraniani rifiutano.
«Esattamente. La Repubblica Islamica al momento non vuole tornare al tavolo negoziale, anche perché le persone uccise erano probabilmente le persone che, sotto certi aspetti, frenavano un'escalation. Al momento, venendo meno questi tappi, chi sta prendendo piede all'interno dell'Iran sono figure ancora più radicali».
E la minaccia nucleare più volte avanzata dall’Iran?
«È un nodo politico e militare enorme. Ali Khamenei, all'inizio degli anni 2000, aveva emanato una fatwa con la quale in qualche modo condannava l’uso della bomba nucleare in campo militare. Al di là delle dichiarazioni in cui affermavano di essere in possesso del nucleare, questo è sempre stato, un punto nevralgico, perché l'Iran non si è mai dotato di una bomba anche perché esisteva questo parere giuridico che era in qualche modo vincolante. La fatwa muore con Ali Khamenei e molti all'interno dell'Iran sono favorevoli oggi all'acquisizione di una bomba. Quindi uccidere l’ayatollah può essere stato controproducente anche in questo senso».






