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“Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto a un altro popolo e assuma tra le potenze della terra lo stato di potenza separata e uguale a cui le Leggi della Natura e del Dio della Natura gli danno diritto, un conveniente riguardo alle opinioni dell'umanità richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione.
Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.
Sono le memorabili parole iniziali della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, siglata 250 anni fa, il 4 luglio 1776, alla Convenzione di Filadelfia. I delegati delle tredici colonie britanniche in Nord America portarono così alla rottura dei legami politici e istituzionali con la madrepatria. Il documento dà legittimazione politica alla rivolta delle colonie contro la Gran Bretagna e di fatto segna la nascita degli Stati Uniti d’America. La ricorrenza, che Donald Trump, si prepara a celebrare in pompa magna è al centro del saggio scritto da Arnaldo Testi, già docente all’Università di Pisa di Storia degli Stati Uniti, tema al quale ha dedicato diversi saggi. “4 Luglio” è pubblicato da il Mulino nella collana “Voci”.


Professor Testi, qual è l’aspetto rivoluzionario del documento firmato 250 anni fa a Filadelfia?
Direi che tutto l'impianto nel suo complesso è innovativo e rivoluzionario. Nella Dichiarazione vengono rielaborati ed espressi in frasi molto nitide, eleganti, squillanti, dei principi che giustificano un’ impresa di rottura storicamente drammatica. La Dichiarazione giustifica la rivoluzione e lo fa in nome dei diritti che sembrano avere radici in cielo, nelle leggi della natura e del Dio della natura, ma che soprattutto stanno al di fuori della storia della volontà e dell'arbitrio di esseri umani, sono cose che nessuno ci può togliere. Parla di un sistema di governo che deve essere fondato sul consenso dei governati, quindi è una rivoluzione repubblicana, c'è il diritto alla rivoluzione se il consenso viene meno, ci sono delle affermazioni grandiose come il principio di uguaglianza di tutti gli uomini e il diritto alla ricerca della felicità, qualunque cosa ciò significhi. Si tratta di grandi principi dirompenti, che hanno bisogno di interpretazioni e quindi di conflitti sull'interpretazione e questa è la materia di cui è fatta la storia americana fino ad oggi.
All’epoca apparve come un testo sovversivo?
Sì, perché In nome di quegli stessi principi si rivendica la legittimità dell'indipendenza in nome e per autorità del buon popolo di queste colonie, in nome dei diritti dell'uomo e in nome dell'uso della forza, della spada. Sono cose che spaventano. In quegli anni il testo circola naturalmente dappertutto malgrado i tentativi di censura da parte dei governanti, inaugura un modello di scrittura, una dichiarazione di indipendenza appunto, cioè un nuovo Stato che rompe i rapporti con un impero multinazionale o coloniale che ha e avrà ancora una lunga storia. Uno storico ha detto: si comincia a passare da un mondo di imperi a un mondo di stati.
Lei scrive che il 4 luglio è una festa civile, ma con un’aura quasi religiosa. In quel testo del 1776 c’è un connotato religioso?
Letta con l'occhio di oggi, sembra che ci sia una componente religiosa in questa Dichiarazione, ma letta con l'occhio dei contemporanei invece ce n'è molto poca, quasi niente. Se andiamo a leggere le dichiarazioni di indipendenza dei paesi latino americani che seguirono quella americana alcuni decenni dopo l'inizio dell'Ottocento, troviamo l'indipendenza dichiarata in nome del Dio onnipotente cattolico romano e così via, quello era il linguaggio del tempo. Quello della dichiarazione di indipendenza americana è molto laico. Tuttavia il documento del 4 luglio 1776 diventa il cuore di una religione civile repubblicana con le sue liturgie, con manifestazioni che si modellano sulle celebrazioni religiose: le processioni che diventano parate, i simboli, il culto delle delle sacre scritture fondanti, la Dichiarazione letta ogni 4 luglio come fosse Vangelo. Già con Lincoln maturava l’idea di creare una religione civile, cioè la condivisione di sentimenti di fondo che legano insieme persone così diverse fra di loro, che devono credere di appartenere allo stesso destino.
Questo è un aspetto ancora molto sentito nell’America di oggi?
Sì, c’è una componente che ancora oggi è rilevante e lo vediamo nelle discussioni all’interno della Corte Suprema sullo ius soli.
Ma evidentemente il 4 di luglio non è stata sempre la festa di tutti, a cominciare dai nativi americani.
Per i nativi americani il 4 luglio segnò la fine della loro indipendenza. Da allora furono marchiati come nemici, “spietati selvaggi indiani”, ma nei decenni successivi diverse tribù e nazioni inclusero il 4 luglio e i suoi rituali nei loro calendari civili. Poi i nativi potranno accedere alla cittadinanza americana grazie a l’Indian Citizenship Act del 1924.
Negli Stati Uniti di oggi così polarizzati che cosa significa questa festa? Lei si chiede se se sarà un appuntamento con il destino. Sarà così?
Se sarà davvero un appuntamento con il destino per gli Stati Uniti lo vedremo fra qualche tempo. Una cosa che risulta evidente da quello che sta succedendo in questi giorni intorno alle feste organizzate dalla Casa Bianca per il 4 luglio e che è sempre meno vengono percepite come feste nazionali, cioè di tutto il popolo, ma sempre di più come un'autocelebrazione narcisistica e autoritaria del presidente Trump, con contenuti e stili che sono attraenti solo per lui e per i suoi seguaci, per i cittadini a lui più affini e fedeli. Sono contenuti e stili che non hanno la minima capacità egemonica, tanto è vero che per molti cittadini sono addirittura repellenti a giudicare da quello che si sente e si legge nei sondaggi. C’è chi arriva a dire “non nel mio nome”, il 4 luglio non è la mia festa. Qui entra in gioco la tradizione dell'appropriazione popolare e repubblicana del 4 luglio, con la gente che adotta lo slogan No Kings, niente re.
Quindi il 4 di luglio diventa la festa dei cittadini, ma non di chi li rappresenta?
Per molti il 4 di luglio è la festa di tutti noi, we the people, non della Casa Bianca e del suo inquilino pro tempore. Si arriva a stabilire una connessione diretta con le origini rivoluzionaria del paese, si dice: non vogliamo monarca oggi proprio come allora.
Secondo un sondaggio della CNN, tre quarti degli americani pensano che i padri fondatori sarebbero scontenti dell’America di oggi. Come interpreta questo dato?
Per gli americani mi sembra un bel modo di lamentarsi del presente facendo appello all'autorità degli eroi del passato. È la scontentezza degli americani che loro attribuiscono anche ai fondatori, di cui pensano di conoscere i pensieri e gli stati d’animo.




