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I militari italiani di Unifil donano, e rimettono al suo posto, un Crocifisso delle stesse dimensioni di quello preso a martellate da un soldato israeliano nei giorni scorsi. Prima la statua viene benedetta dal nunzio apostolico monsignor Paolo Borgia. Un gesto simbolico, ma molto significativo per la piccola comunità cattolico maronita del villaggio di Derbel, per il Libano del Sud e per tutto il Paese. In uno scenario di devastazione e morte, infatti, i simboli religiosi continuano a essere messaggio di unità e forza per tutti i credenti. «Il Crocifisso è segno di amore per i piccoli e i poveri, per gli esclusi e gli abbandonati», ha subito dichiarato l’ordinario militare italiano monsignor Gian Franco Saba, «è segno di riconciliazione tra Dio e gli uomini, e degli uomini tra loro». Il vescovo ha ringraziato «i militari del contingente italiano di Unifil, guidati dal generale Diodato Abagnara» e il cappellano don Ciprian Farcas, che li accompagna spiritualmente, che hanno avuto l’idea di donare e collocare il «nuovo Crocifisso, segno visibile di un servizio umile, diuturno e silenzioso a beneficio di tutti» e ha ricordato che «Giovanni XXIII ricorda che il Crocifisso, più che portarlo solo esteticamente sui petti, deve infondere in noi la fatica e la gioia dell'abbandono fiducioso in Dio».
Infine ringrazia «quanti, con dedizione generosa e spirito di servizio, testimoniano ogni giorno la forza del Vangelo e la bellezza dell’abbandono fiducioso in Dio. La loro presenza silenziosa e fedele è un dono prezioso per la comunità».




