Jesse Jackson, morto martedì all'età di 84 anni, è stato uno dei protagonisti più influenti della lotta per i diritti civili negli Stati Uniti. A dare la notizia sono stati i figli: «Nostro padre era un leader al servizio della comunità, non solo della nostra famiglia, ma anche degli oppressi, dei senza voce e degli emarginati in tutto il mondo».

La sua vita è stata un cammino costante di impegno civile, politico e spirituale. Tutto iniziò il 17 luglio 1960, quando, a soli 19 anni, Jackson entrò con altri sette compagni nella biblioteca comunale di Greenville, South Carolina, allora riservata ai soli bianchi. Arrestato per questo gesto di protesta, iniziò così la sua straordinaria carriera di attivista per i diritti degli afroamericani.

Ministro battista ordinato, Jackson partecipò fin dagli anni Sessanta alla marcia di Selma del 1965 insieme a Martin Luther King, e fu incaricato dallo stesso King di guidare a Chicago l’organizzazione Operation Breadbasket, dedicata al riscatto sociale ed economico della comunità nera.

La sua vita pubblica è stata segnata da decenni di battaglie per l’emancipazione delle minoranze, ma anche dal ruolo di mediatore internazionale: fu protagonista di numerosi negoziati per il rilascio di prigionieri e ostaggi in varie crisi mondiali, ricevendo incarichi da diversi governi grazie alla sua autorevolezza e immagine di uomo di pace.

Dal 1971 al 1986 guidò Operation PUSH (People United to Save Humanity), poi fondò la Rainbow Coalition, promuovendo giustizia sociale e opportunità economiche per le comunità emarginate. Non mancarono tuttavia momenti di difficoltà: nel 2013 il figlio Jesse Jr. fu condannato per uso improprio di fondi elettorali, e nel 1999 Jackson ammise di essere padre di una figlia nata da una relazione extraconiugale.

Sul fronte politico, tentò due volte la scalata alla Casa Bianca, nel 1984 e nel 1988, senza successo. Eppure, la sua influenza fu enorme: grazie a lui oltre due milioni di afroamericani si iscrissero alle liste elettorali, gettando le basi per la vittoria di Bill Clinton nel 1992, scherzosamente definito “il primo presidente nero d’America”.

Jackson non smise mai di essere attivo: fu mediatore per il rilascio di prigionieri in Iraq e in Colombia, negoziò con Fidel Castro la liberazione di detenuti cubani e con Slobodan Milosevic quella di soldati americani. Anche in età avanzata continuò a sostenere cause civili e politiche, come alle primarie democratiche del 2020, quando appoggiò Bernie Sanders.

Gli ultimi anni della sua vita furono segnati dalla malattia: nel 2017 gli fu diagnosticato il morbo di Parkinson, negli ultimi tempi si muoveva in sedia a rotelle e comunicava solo parzialmente, fino all’aggravamento della malattia neurodegenerativa che ha portato alla sua scomparsa.

Jesse Jackson lascia un’eredità importante: quella di un uomo che ha fatto della fede e dell’impegno per gli altri il centro della propria vita, combattendo per la dignità, la giustizia e la libertà di tutti.