Nel mondo, un cristiano su 7 sperimenta un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede. Significa che i cristiani perseguitati sono oltre 388 milioni.

Il dato è contenuto nella World Watch List, il report annuale sulla persecuzione dei cristiani nel mondo pubblicato da Porte Aperte/Open Doors, l’organizzazione che dal 1955 si impegna nella ricerca sul campo di cause e soluzioni alla persecuzione, fornendo supporto materiale, aiuti di emergenza, letteratura, formazione e assistenza ai cristiani che soffrono a causa della loro fede.

Nel Rapporto 2026 presentato oggi si registra “il più alto livello di persecuzione da quando la World Watch List viene pubblicata, confermando l’aumento costante degli ultimi anni”. Dall’edizione del 2021 si trovano nella mappa dei primi 50 paesi solo nazioni con un livello molto alto ed estremo di persecuzione e discriminazione, scomparendo quindi il livello alto.

Un cristiano ogni 7 è toccato da questo fenomeno: Dividendo in macro-aree geografiche diventano: 1 cristiano ogni 5 in Africa; 2 cristiani ogni 5 in Asia e 1 ogni 12 in America Latina. Di questi oltre 388 milioni, ben 201 milioni sono donne o bambine (i minori di 15 anni si stima siano intorno ai 110 milioni).

I paesi che mostrano un livello di persecuzione e discriminazione definibile estremo salgono da 13 a 15. La Corea del Nord rimane stabile al primo posto trai paesi più ostili ai cristiani. La tolleranza zero del regime obbliga i cristiani a vivere la fede nel segreto, alimentando il fenomeno della Chiesa underground o nascosta. “Abbondanti prove dimostrano come nei brutali interrogatori di fuggitivi nordcoreani, rimpatriati dalla Cina, venga espressamente chiesto se il fuggiasco sia entrato in contatto con cristiani o chiese in terra cinese, confermando la paranoia dittatoriale del regime contro la comunità cristiana”, si legge nel Rapporto. Si calcola che i cristiani rinchiusi nei campi di lavoro forzati siano fra i 50 e i 70 mila.

Dopo la Corea del Nord, i Paesi in cui i cristiani vengono più perseguitati sono nell’ordine: Somalia, Yemen e Sudan. “Qui le fonti di persecuzione”, spiega il Rapporto, “sono connesse a una società islamica tribale, all’estremismo attivo e all’instabilità endemica di questi paesi: la fede cristiana va vissuta nel segreto

e, se scoperti, i cristiani (specie se ex-musulmani) rischiano anche la morte. In particolare, in Sudan la guerra civile ha frammentato l’autorità statale, creando spazio per i gruppi armati e zone in cui l’impunità è la norma. Chiese sono state occupate o distrutte, leader cristiani minacciati o sfollati e intere famiglie cristiane costrette a ripetute fughe”.

L’Eritrea equipara l’indipendenza religiosa al dissenso politico e la World Watch List la definisce “Corea del Nord dell’Africa”. Preoccupa la situazione della Siria, dove si contano 27 cristiani uccisi in un anno e dove il potere politico

frammentato e il disordine “lasciano spazio ad attori radicali che prendono di mira i cristiani”.

La Nigeria, bombardata da Trump nei giorni di Natale con lo scopo di punire i persecutori dei cristiani, rimane stabile al 7° posto della classifica, ma ha il triste record di essere il paese dove si uccidono più cristiani al mondo (3.490 nell’ultimo anno). Secondo dati conservativi, dal 2020 ad oggi le vittime sono oltre 25.200.

Guardando ai dati globali, rispetto al 2025, nel 2026: il numero di cristiani uccisi è aumentato da 4.476 casi a 4.849, Il numero di chiese o proprietà cristiane pubbliche attaccate con diversi gradi di gravità è diminuito da 7.679 casi a 3.632, il numero di cristiani detenuti e/o condannati a causa della loro fede è rimasto quasi invariato da 4.744 casi a 4.712, il numero di cristiani rapiti è diminuito da 3.775 a 3.302.

Di fronte a questi dati, Cristian Nani, presidente di Porte Aperte/Open Doors, constata che “la Chiesa nascosta è forse quella più in crescita nel mondo”. Per Nani “è cruciale tornare a parlare di libertà religiosa nel dibattito pubblico”, quindi

“Porte Aperte chiede al governo di promuovere: la libertà religiosa come priorità diplomatica, integrandola nei negoziati commerciali; l’alfabetizzazione religiosa dei propri funzionari a vari livelli; la collaborazione con attori religiosi locali, soprattutto in aree sensibili come il Sahel, per garantire equità nella distribuzione degli aiuti, prevenendo discriminazioni”.