«Abbiamo vissuto una delle notti peggiori nella nostra area dall’inizio della guerra. Nella notte della Pentecoste, Kiev ha subito un attacco massiccio. Poco prima dell'alba, verso le 4 del mattino, un razzo ha distrutto l'edificio adiacente al nostro monastero». A raccontare nella mattinata di domenica 24 maggio, poche ore dopo la fine di una nottata di terrore a Kyiv, è padre Jaroslaw Krawiec, sacerdote polacco, da anni superiore dei frati domenicani in Ucraina (tornati stabilmente nel Paese nel 1993 e presenti sul territorio con sei sedi).

Il monastero domenicano, con l’Istituto di Scienze religione San Tommaso d’Aquino a Kyiv è stato coinvolto nell’attacco, anche se per fortuna senza vittime e feriti. «Molte finestre e porte del nostro monastero sono state rotte e danneggiate. Le stanze in cui viviamo, la cappella, l'auditorium e le sale conferenze dell'Istituto di San Tommaso d'Aquino hanno subìto danni», riferisce padre Jaroslaw. «Grazie a Dio nessuno dei confratelli e dei nostri ospiti è rimasto ferito. Purtroppo, però, ci sono persone ferite tra i nostri vicini, gli abitanti dell’edificio colpito. Pochi minuti fa, un grande drone è volato di nuovo sopra le nostre teste e dopo pochi secondi abbiamo sentito un'esplosione da lontano… Chiediamo le vostre preghiere».

I danni nella cappella del monastero dei domenicani a Kyiv causati dall'attacco russo. (JAROSLAW KRAWIEC)

I raid hanno bersagliato anche il quartiere dove si trova la Nunziatura apostolica, che ha subito solo alcuni danni. «Stiamo tutti bene, ma è stata una notte molto pesante a Kyiv», riferisce padre Luca Bovio, missionario della Consolata da molti anni a Varsavia, originario di Milano, primo direttore delle Pontificie opere missionarie (Pom) in Ucraina, che mostra un video della stazione della metropolitana nei pressi della Nunziatura - dove anche lui attualmente risiede per - completamente avvolta dalle fiamme, in uno scenario infernale.

«La pace va costruita con una seria apertura al dialogo politico. Ma la chiave di questa apertura si trova nelle mani di Mosca», è il commento rilasciato all’agenzia Sir dal Nunzio apostolico monsignor Visvaldas Kulbokas.

L’imponente attacco russo ha fatto vivere ancora una volta alla popolazione della capitale ore di angoscia, fino all’alba. Un’ondata di 90 missili e oltre 600 droni si è abbattuta sulla città e sulla regione di Kyiv. Il bilancio provvisorio è di quattro morti e un centinaio di feriti. Avrebbe potuto essere una strage se poche ore prima il presidente Zelensky non avesse lanciato un messaggio ai cittadini avvertendoli di un probabile attacco su vasta scala, usando anche il missile balistico Oreshnik. Un avvertimento al quale gli abitanti hanno reagito andando a ripararsi nei rifugi, negli scantinati, nelle stazioni della metropolitana, esattamente come nei primi mesi della guerra.

Mosca ha lanciato una pesante «rappresaglia», ha dichiarato dal ministero della Difesa russo, contro gli attacchi ucraini ad infrastrutture civili. Le fonti russe hanno riportato che nella notte tra il 21 e il 22 maggio droni ucraini hanno distrutto un dormitorio studentesco nella regione occupata di Luhansk, provocando 21 morti (l’esercito ucraino da parte sua ha dichiarato di aver colpito un'unità d'élite di comando dei droni nella zona). Poco prima le forze di Kyiv avevano colpito il quartier generale dell'Fsb, il Servizio federale per la sicurezza della Russia, l’agenzia di intelligence che ha preso il posto del Kgb sovietico.

Da Mosca è arrivata la conferma dell’uso del missile Oreshnik, lanciato sulla cittadina di Bila Tserkva, a 90 km a sud della capitale. È la terza volta da quando la guerra su larga scala è iniziata, a febbraio del 2022, che la Russia usa la sua nuova, potente, temibile arma, l’Oreshnik, un nome che in russo significa “nocciòlo”. Si tratta di un missile balistico ipersonico, a medio raggio, in grado di viaggiare ad una velocità così elevata (più di dieci volte rispetto alla velocità del suono) da sfuggire alle tradizionali difese antimissilistiche. L’Oreshnik ha la peculiarità di poter trasportare sia testate convenzionali che nucleari (quindi più testate separate). Con una gittata stimata tra i 3mila e i 5500 km, ha la capacità di arrivare a colpire obiettivi in Europa e questo lo rende particolarmente minaccioso. Le prime due volte che l’Oreshnik è stato usato sono state il 21 novembre del 2024 contro un complesso industriale a Dnipro e il 9 gennaio scorso nella regione di Leopoli.

Una ragazzina con il suo cane passa davanti a un edificio colpito dall'attacco russo su Kyiv.
Una ragazzina con il suo cane passa davanti a un edificio colpito dall'attacco russo su Kyiv.

Una ragazzina con il suo cane passa davanti a un edificio colpito dall'attacco russo su Kyiv.

(REUTERS)

Da quando è terminata la tregua di tre giorni, dal 9 all’11 maggio, fra Russia e Ucraina, gli attacchi sono ripresi in modo massiccio, in un botta e risposta fra i due Paesi che ha creato un circolo vizioso, con intensità via via maggiore, difficile da interrompere. La prima grande offensiva è stata quella sferrata, subito dopo la fine della tregua, dalle forze di Mosca su Kyiv, provocando 24 vittime civili, residenti in un condominio di nove piani colpito da un raid. Un’azione alla quale l’Ucraina ha reagito lanciando a sua volta attacchi in territorio russo. Mosca ha ancora risposto e così via, in un crescendo di ritorsioni: un’allarmante escalation della quale non si intravede una fine.

Alla luce di questa difficile situazione il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha chiesto la convocazione urgente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’Europa ha espresso ferma condanna dell’uso del missile Oreshnik. Kaja Kallas, alto responsabile della politica estera dell'Unione europea, ha affermato che l’uso di missili balistici Oreshnik contro l’Ucraina «rappresenta una tattica intimidatoria a fini politici e una sconsiderata politica di rischio nucleare».

Un’intimidazione all’Ucraina e all’Europa. Ma questa mossa potrebbe anche rivelare la frustrazione di Mosca impelagata nella realtà di un conflitto nel quale, di fatto, non riesce a prevalere nei modi e nei tempi in cui sperava, come ha messo in evidenza la presidente della commissione europea, Ursula von der Leyen, affermando, in merito all’attacco russo, che «il terrore contro i civili non è forza. È disperazione».

Ieri – come riporta The Kyiv independent – lo Stato maggiore delle forze armate ucraine ha reso che dall’inizio dell’invasione su vasta scala nel 2022 le perdite militari russe ammontano a poco meno di un milione 356mila soldati (il rapporto calcola anche le perdite in termini di mezzi e armamenti). Lo Stato maggiore non rivela l’entità delle perdite ucraine. Tuttavia, come osserva The Kyiv Independent. i centri di ricerca occidentali indipendenti concordano che le perdite russe sorpassano in modo molto rilevante quelle sofferte dalla forze di Kyiv.