La Torre Eiffel è un simbolo: evoca subito Parigi, la Francia, un punto del cuore dell’Europa. Ma è anche uno dei monumenti più visitati al mondo, che attira ogni anno 6,5 milioni di visitatori e il 7 settembre ha chiuso per sciopero: una protesta dei dipendenti della Société d'Exploitation de la Tour Eiffel (SETE) che si occupa della manutenzione e della gestione della Torre Eiffel in virtù di un contratto di servizio pubblico con il Comune di Parigi, cui la Torre appartiene.

E motivi sono di quelli si prestano a ragione a far discutere.

La protesta nasce dal fatto che durante una visita ristretta (sono ammesse su prenotazione con prezzo su richiesta) al terzo piano della Tour Eiffel da parte di una delegazione del Bochasanwasi Akshar Purushottam Swaminarayan Sanstha (BAPS), grande organizzazione religiosa e socio-spirituale induista internazionale, seguita all’inaugurazione del primo grande tempio induista in Francia, «alle lavoratrici della Torre Eiffel e alle lavoratrici delle imprese appaltatrici è stato detto di rendersi invisibili per accogliere questa delegazione». Lo ha spiegato il comunicato sindacale citato aggiungendo che alcune dipendenti sono state invitate a lasciare il loro posto e a mettersi in disparte nei locali, mentre altre sono state sostituite da colleghi maschi e tutte hanno ricevuto l’ordine di non passare in alcune zone durante la presenza della delegazione. Una situazione che la rappresentanza dei lavoratori ha definito: «grave e profondamente contraria ai valori di uguaglianza e non discriminazione».

Secondo quanto ha ricostruito Le Figaro, alla base della richiesta, ci sarebbe stata la presenza nella delegazione di un monaco asceta, che pronuncia un voto di celibato che vieta di parlare con le donne, toccarle o trovarsi insieme a loro in qualsiasi situazione. La decisione di SETE, che dopo si è scusata – c’è stato anche un tweet della sindaca di Parigi che ha promesso una indagine , va contro il Code du travail, il Codice del lavoro, che vieta esplicitamente ogni forma di discriminazione sul lavoro, anche in materia di affectation, cioè di assegnazione alla mansione o di postazione, per motivi di genere.

Ma soprattutto va contro il principio di laicità delle costituzioni liberal demcratiche delle democrazie contemporanee dove la laicità (intesa come autonomia del diritto dalla sfera religiosa) è lo spazio che permette a sensibilità diverse (religiose e/o non religiose e di diverse religioni) di convivere nello spazio pubblico senza prevaricarsi reciprocamente. In sintesi, esemplificando, è il luogo in cui ognuno può rivendicare di decidere liberamente per sé, vedendo tutelata questa libertà, senza poter imporre la propria convinzione all’altro che la pensi diversamente violandone la libertà, cosa che tutela tutti, compresi i credenti di tutte le fedi, dal rischio di essere a propria volta prevaricati, qualora si trovassero in posizione minoritaria, da altri credenti e non credenti.

La tutela di questo spazio presuppone che i principi fondamentali dello Stato di diritto siano mantenuti saldi in presenza delle fibrillazioni che, nella convivenza di sensibilità diverse, possono entrare in tensione. Questo non implica che non si possa dialogare e venirsi incontro su questioni culturali anzi, ma un conto è mediare su aspetti di minore importanza altro è abdicare ai principi democratici fondamentali, quale è quello dell’uguaglianza e della non discriminazione per genere, tanto più che la Tour Eiffel è un monumento di proprietà al 99% di un ente pubblico francese.

A quella richiesta di far sparire le donne da un luogo di lavoro in ossequio ai voti di un monaco induista si sarebbe dovuto semplicemente e garbatamente rispondere: «Spiacenti, ma non possiamo», sarebbe toccato al monaco a quel punto decidere in coscienza se poter far parte ugualmente della delegazione o meno.

Lo si sarebbe dovuto fare per chiarezza, che è una forma di rispetto verso i visitatori, e per la storia della Francia che della conquista di quei principi e della loro faticosa realizzazione sempre in bilico, tra passi avanti e indietro, eccessi e rinneghi, conosce certo il prezzo per aver attraversato la Rivoluzione, il tempo tragico di Terrore, la Vandea, la Restaurazione, due guerre mondiali e in mezzo il Governo di Vichy.

Non significa dire di no a ogni mediazione, sarebbe miope, né di prestarsi alle strumentalizzazioni di chi rifiuta ogni forma di convivenza con culture diverse, ma restare fedeli ai principi che tutelano la cittadinanza comune di tutti, anche di chi ha fede, qualsiasi fede.