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L'arcivescovo di Milano, Mario Delpini, durante la celebrazione in Duomo per l'apertura dell'anno pastorale
«Mi pare che c’è un grande investimento a procurare la morte e una scarsa attenzione a favorire la vita». È la frase più netta pronunciata da Mario Delpini, arcivescovo di Milano, a margine della celebrazione in Duomo di martedì mattina per l’apertura del nuovo anno pastorale. Una riflessione che parte dal dibattito sul fine vita ma che nelle parole dell’arcivescovo diventa una domanda più ampia sulla direzione che sta prendendo il nostro tempo.
Delpini guarda infatti a una società che, ha osservato, «pare sempre più triste e sceglie più spesso la morte che la vita». E invita Milano a fare esattamente il contrario: ripartire, avere «forza e coraggio» e soprattutto immaginare un futuro diverso.
La città si prepara, tra l’altro, a un anno segnato dalle elezioni amministrative con il dibattito, già iniziato, su programmi e candidature: «La città incomincia quest’anno un po’ speciale perché ci saranno le elezioni, quindi ci saranno dei candidati che proporranno delle parole guida, dei programmi a cui chiedono il consenso degli elettori», ha detto Delpini.
Per l’arcivescovo, sarà un passaggio che dovrebbe diventare un’occasione di vero discernimento: «La città di Milano è chiamata veramente a un inizio che faccia un discernimento sulla sua situazione, sulle emergenze più evidenti, sulle difficoltà più complicate e anche sulle risorse straordinarie, sull’attrattiva che la città esercita, sulla bellezza della sua storia, del suo presente e sull’audacia del suo futuro». Un «inizio», tema cui ha dedicato anche l’omelia, che non può limitarsi all'amministrazione dell'esistente ma deve interrogarsi sulla Milano che verrà.


Un momento della celebrazione
(Andrea Cherchi)«Una disuguaglianza scandalosa»
Quale contributo può dare la Chiesa ambrosiana al confronto sul futuro di Milano? Delpini rivendica innanzitutto la pluralità della sua comunità: «La Chiesa Ambrosiana è una realtà molto ricca, quindi c’è l'Arcivescovo, però ci sono tanti laici impegnati nelle diverse responsabilità sociali, politiche, amministrative. C'è tanta gente che aspetta un aiuto, che si aspetta un'organizzazione più equa della società».
E indica due parole d’ordine. La prima è la fiducia: «Quello che io penso che la Chiesa deve dire è, da un lato, la fiducia che il bene si può fare e la giustizia si può realizzare. D'altro lato, la Chiesa deve denunciare una diseguaglianza scandalosa tra i cittadini troppo ricchi e quelli troppo poveri».
Ma Delpini chiede anche uno sguardo capace di andare oltre l’emergenza quotidiana: «Un invito a sognare, ad avere orizzonti, a immaginare non soltanto quello che c'è da fare per oggi e per domani, ma come sarà la città negli anni che vengono». Tra le questioni più urgenti cita «l'invecchiamento, la solitudine e tante altre cose che si collegano a questo». Sul quadro politico europeo e sulle forze che sembrano riportare il continente verso il passato, Delpini mantiene invece una posizione prudente: «Io non ho una visione proprio chiara di quello che succede in Europa, quindi immagino che alcuni segnali siano preoccupanti. Tuttavia credo che non tocchi a me adesso pronunciare valutazioni o immaginare esiti».
«Sono contento di continuare il mio servizio»
Delpini resterà alla guida della diocesi ambrosiana per un altro anno, dopo la decisione di papa Leone XIV di prorogare il suo mandato: «In realtà sto vivendo l’inizio del nuovo anno pastorale come tutti gli altri anni, era un po' prevedibile questo prolungamento, quindi non mi ha sorpreso. Sono contento di essere a Milano e di continuare questo servizio».
L’arcivescovo ammette però che avrebbe preferito concludere alla scadenza prevista: «La mia preferenza sarebbe stata per concludere, ma più per amore della scadenza che neanche per stanchezza o per fatica, ma comunque sono una persona che prende le cose come sono e fa il meglio che può finché gli è data la possibilità di farlo».


L'arcivescovo al termine della celebrazione
(Andrea Cherchi)Il dibattito sul fine vita
È sul fine vita che l’arcivescovo pronuncia le parole più nette. Sollecitato sulle recenti iniziative legislative regionali, ultimo il Veneto, e sul confronto attorno a ciò che viene definito un vuoto normativo su questo tema, Delpini premette: «Io non mi intendo tanto di procedure. Immagino che alcune cose non siano di competenza delle regioni. Quello che mi interroga è più il segnale che questo lancia alla società. Mi pare che ci sia un grande investimento a procurare la morte e una scarsa attenzione a favorire la vita».
Un ragionamento che per Delpini non riguarda soltanto le norme sul fine vita: «Questo lo dico sia per le cose grandiose, clamorose, cioè la guerra e tutto quanto semina morte, sia per l'attenzione alle persone che soffrono e che propone come soluzione di non soffrire più e quindi di cercare la morte invece che di cercare le condizioni per una vita degna, per una relazione affettuosa con le persone che stanno loro a cuore».
«Il bambino che nasce è l’alternativa al declino»
Nell’omelia della Messa celebrata in Duomo nella solennità della Natività della Beata Vergine Maria, patrona della Cattedrale, per l’inizio dell’anno pastorale, Delpini ha indicato il senso più profondo di questo «inizio». Parlando della nascita come promessa di futuro, l’arcivescovo ha pronunciato parole particolarmente nette: «In questa casa di vecchi infelici, in questa cultura che preferisce procurare morte invece che aiutare la vita, il bambino che nasce è la rivelazione dell’alternativa al declino. È il dono di Dio che insegna che la vita è dono, vocazione, povertà e responsabilità».
Un passaggio che riassume anche il filo della sua riflessione, più ampia, sul ruolo e la missione della Chiesa nella città: «L’inizio», ha scandito, «è il calendario che non sia solo organizzazione, ma sollecitudine per raggiungere tutti, per quanto possibile. L’inizio è il proposito di accogliere e promuovere i doni di Dio, di accompagnare come servo il popolo cristiano che con questi tratti inizia il nuovo anno».





