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Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, all'abbazia di San Benedetto in Monte a Norcia
«Dalla crisi in Medio Oriente non se ne esce, è un ginepraio. Lo è sempre stato e lo sarà sempre». Con queste parole, pronunciate sabato a Norcia, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha descritto la drammaticità della situazione nella regione che da anni vive al centro di guerre, tensioni e instabilità.
Pizzaballa ha parlato a margine della cerimonia con cui gli è stato conferito il Premio internazionale San Benedetto, ospite dell'abbazia di San Benedetto in Monte, dove ha partecipato anche alla celebrazione dei Vespri della festa di San Benedetto con i monaci benedettini.
Il Patriarca, che da Gerusalemme osserva quotidianamente le conseguenze del conflitto, ha spiegato come il Medio Oriente stia attraversando «un momento molto duro, difficile», caratterizzato da tensioni «ormai esplose» dopo anni di guerre. Ma, ha avvertito, proprio da questa esperienza emerge una lezione che non riguarda soltanto quella regione del mondo: «Quello che dobbiamo imparare nel Medio Oriente è superare l'idea che si possano formare nuovi equilibri solo con l'uso della forza e della violenza». Per il cardinale, infatti, «non si possono fondare gli equilibri del futuro solo col criterio della forza e della violenza».


Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, recita i Vespri nell'Abbazia di San Benedetto in Monte a Norcia
(ANSA)«Manca una leadership capace di costruire la pace»
Il patriarca di Gerusalemme ha poi allargato lo sguardo alle cause profonde della crisi internazionale, indicando nella fragilità delle istituzioni uno degli elementi più preoccupanti: «La mancanza di leadership locale e internazionale, la debolezza delle istituzioni politiche, culturali e anche religiose, sono uno degli elementi della crisi di oggi». Secondo Pizzaballa, il problema non riguarda soltanto la politica internazionale, ma investe anche «le istituzioni locali, quelle culturali e religiose», in un contesto segnato da conflitti diffusi e dall'indebolimento della cultura della pace.
Il messaggio di San Benedetto per il mondo di oggi
Ricevendo il Premio internazionale San Benedetto, il cardinale ha sottolineato come la figura del Patrono d'Europa abbia ancora molto da dire al nostro tempo: «Il messaggio di San Benedetto è molto attuale, perché anche oggi, come al suo tempo, stiamo vivendo un'epoca segnata dalla fine di equilibri politici, sociali, economici e culturali, senza sapere ancora cosa accadrà». Il paragone con il VI secolo non è casuale: «San Benedetto ha vissuto un lungo periodo di transizione, di fine e decadenza di un impero e di mancanza di chiarezza su quello che stava per accadere».
Per questo, secondo il Patriarca, il Santo di Norcia continua a indicare una strada: «Ci indica un metodo», quello di «non limitarsi solo a guardare la cronaca, ma saper interpretare gli eventi» e di «costruire il futuro delle prossime generazioni anche su fondamenti culturali e non solo su aspetti economici puramente sociali». Pizzaballa ha ricordato che al centro della visione benedettina vi erano «la fede e l'elemento religioso», che oggi «non mi pare siano centrali, almeno nel mondo occidentale». Eppure, ha aggiunto, il messaggio resta vivo perché richiama «il bisogno di costruire una umanità tenendo conto della spiritualità, dello spirito, che fa parte della vita di tutti gli uomini, credenti o no».
«La pace è anche una cultura»
Il cardinale ha infine riflettuto sul motivo per cui gli appelli alla pace, in Terra Santa ma non solo, sembrano oggi rimanere inascoltati: «La pace è anche una cultura. E la cultura della pace non è così diffusa come sembra», ha osservato, invitando a non limitare lo sguardo al solo Medio Oriente ma ad analizzare «le dinamiche generali». Per il Patriarca, infatti, oggi «prevale la cultura individualista, io, quindi quelli che sono i miei interessi, la mia convenienza».
Una logica che attraversa tutti gli ambiti della vita pubblica e privata. «La violenza alla quale stiamo assistendo e le guerre sono una conseguenza di questo». E la ragione per cui gli appelli alla pace non trovano ascolto è semplice quanto inquietante: «Il cuore e l'attenzione sono rivolte altrove».





