PHOTO
«Le religioni non solo possono, ma devono fare qualcosa in questa situazione, perché se è vero che il conflitto è innanzitutto politico, le connotazioni religiose, le strumentalizzazioni e gli abusi della religione sono chiari». Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, ad Assisi per l’inaugurazione della Global House of Friendship and Hope, progetto di dialogo promosso dall'Elijah Interfaith Institute del rabbino Alon Goshen-Gottstein, parla della situazione in Medio Oriente.
Cardinale cosa fare adesso?
«È molto importante non lasciare la narrativa ai radicalismi, anche quello religioso, e fare in modo di evitare slogan, discorsi avulsi dalla realtà, proponendo modi reali, belli, sinceri, dove la religione è parte integrante della vita delle popolazioni umane».
Abbiamo visto l’assalto dei coloni in Cisgiordania. Qual è la situazione adesso?
«L’assalto dei coloni non è una novità, purtroppo. Ogni giorno ce n’è uno. Le aggressioni sono continue. Ormai sembra diventata un territorio senza legge, con una violenza che sta rendendo la situazione sempre più incandescente. I palestinesi che vivono soprattutto nei villaggi nell’entroterra sono molto spaventati, ma questa situazione sta creando anche molta tensione all’interno della società israeliana».
Che speranze ci sono di uscire dal conflitto?
«Tutti attendono le elezioni come se fosse la soluzione di tutti i problemi, ma in realtà sono problemi che richiederanno molto tempo, purtroppo, per essere risolti. Le elezioni saranno un momento importante e decisivo per avere volti nuovi. Anche se non dobbiamo pensare che ci saranno soluzioni magiche. Ci sarà bisogno di molto tempo perché è una situazione che è entrata dentro la vita del territorio, ma anche nella cultura, nel linguaggio, nella mentalità. Non c’è un modo semplicistico per uscire da questo stato di cose».
Gli ultimi rapporti dicono che c’è un aumento degli attacchi contro I Cristiani. Perché?
«Sono presenti, in particolare, in alcune zone della città di Gerusalemme, nel quartiere armeno, al Monte Sion. Sono legati soprattutto a gruppi estremisti che si sono insediati lì e si sono radicati. Non fanno parte di un fenomeno generale in tutto Israele, quindi non dobbiamo esagerare, anche se è un fenomeno che preoccupa soprattutto il personale religioso. Chi veste gli abiti religiosi ha paura di andare in certe zone. Però bisogna anche dire che si sta lavorando molto per fermare questi attacchi. Tutti questi episodi hanno creato una forte reazione all’interno della popolazione israeliana, anche religiosa, e anche da parte delle autorità dello Stato, che, ultimamente, sono diventati più incisivi nel seguire questi fenomeni.
La situazione dei villaggi tipo Tayb com’è? E i cristiani stanno andando via?
«È una tensione continua. I cristiani cercano di resistere anche se la tentazione di andarsene sicuramente c’è. Non da ora, ma adesso è ancora più forte».
Ma in questa situazione i cristiani possono essere un fattore di stabilizzazione, mediazione e dialogo?
«I cristiani non sono un popolo a parte, ma sono palestinesi come tutti. Il nostro compito non è fare ponte, ma essere lievito, quindi cercare di creare contesti di pace, aiutare a crescere, evitare discorsi violenti. Quindi non si tratta, come dicevo, di creare ponti, ma creare occasioni. Di mantenere alto il loro stile, la loro presenza, il loro modo di agire».
Si possono cambiare le cose? C’è speranza?
«Certo non è tutto perduto anche se oggettivamente la situazione è molto seria e molto pesante. Però ci sono tantissime persone all’interno sia della società israeliana che palestinese che si mettono in gioco per fare qualcosa di diverso. Quindi c’è speranza, c’è un contesto dal quale ripartire. Attendiamo anche le elezioni di fine ottobre che sicuramente porteranno un cambiamento. Aspettiamo di capire che tipo di cambiamento. Ricordando che nessuna elezione potrà produrre miracoli, come dicevo, se non sarà accompagnata dalla volontà di affrontare le cause profonde che hanno portato a questo stato di cose e senza riconoscere I diritti e la dignità di entrambe le popolazioni».
C’è ancora fiducia reciproca?
«No, la fiducia è la vittima di questa guerra e ha bisogno comunque anche di nuove persone, di gesti che possono poco alla volta aiutare a ricostruirla. Questo è il compito più grande che ci attende».





