Rallentamento economico, tensioni nel mercato del riciclo e incertezze geopolitiche stanno ponendo il sistema industriale delle plastiche sotto grande pressione in tutto il continente. Una situazione dibattuta ed analizzata al convegno promosso il 22 aprile da Ecopolietilene (consorzio EPR per il riciclo dei rifiuti dei beni in polietilene). Durante l’evento si è cercato di rispondere ad una domanda ben precisa: chi paga davvero la transizione di questo settore?

Nel corso dell’appuntamento sono stati snocciolati i risultati di un’analisi condotta sui beni in materie plastiche realizzata da Plastic Consult, che evidenziano come il settore si sia evoluto negli ultimi 25 anni, ponendo in risalto come il quadro normativo attuale rischi di aumentare ancora di più la pressione. Proprio su questo tema è intervenuto Fabio Pedrazzi, presidente del consorzio Ecopolietilene: «L’introduzione del nuovo schema EPR per i beni plastici non da imballaggio rappresenta un tassello fondamentale, ma richiede una riflessione attenta affinché il costo di questa transizione non ricada esclusivamente sulle spalle delle aziende. La sostenibilità non può essere solo ambientale, deve essere necessariamente anche economica».

Una foto dell'incontro di ieri

Successivamente è intervenuto Paolo Arcelli, direttore generale di Plastic Consult, che ha illustrato come l’Europa abbia perso una parte rilevante della propria capacità produttiva nella chimica e nei polimeri (oltre 15 milioni di tonnellate sottratte alla base industriale) e come anche il comparto del riciclo stia attraversando una fase di forte fragilità. Queste dinamiche sfavoriscono il mercato europeo, arricchendo gli esportatori extra-UE proprio mentre il calo dei prezzi delle materie vergini rende il riciclato meno competitivo.

Sono tutti fattori che mettono in seria difficoltà un settore cardine della nostra economia. In Italia, la filiera della plastica conta 9.800 aziende, genera 30,4 miliardi di euro di fatturato e vanta un export da 14,7 miliardi. Eppure, le previsioni indicano una stabilità solo apparente: se i volumi dei polimeri vergini tengono, l’utilizzo di quelli riciclati è previsto in calo del 7,5%, interrompendo un trend di crescita che durava da anni.

Osservando il contesto, il polietilene (PE) assume una valenza fondamentale, confermandosi come il polimero più diffuso con il 36% del totale dei beni plastici analizzati (circa 670 Kton immesse al consumo). Parliamo di un materiale che sostiene l’economia reale, essendo parte integrante di filiere come l’edilizia, l’agricoltura, i casalinghi e l’arredo urbano.

Tuttavia, proprio su questa materia prima seconda pesa l’incognita normativa. La bozza di regolamento messa in consultazione dal MASE lo scorso 19 marzo introduce nuovi obblighi di tracciabilità e monitoraggio per i prodotti non da imballaggio. «Questa può essere una grande occasione – ha precisato Pedrazzi – ma il rischio è complicare la vita a cittadini e aziende. I cittadini saranno in grado di separare correttamente un bene in polietilene da un altro polimero? Una raccolta di scarsa qualità porta a costi maggiori e riciclo peggiore».

L’Italia, povera di materie prime vergini, possiede però grandi “miniere urbane”: i rifiuti plastici che, se gestiti correttamente, possono ridurre la dipendenza dall'estero. Ecopolietilene, in questo senso, ha scelto un approccio operativo. Come sottolineato dal Direttore Generale Giancarlo Dezio, il consorzio dal 2020 a oggi ha gestito oltre 150.000 tonnellate di rifiuti, raggiungendo nel 2025 un tasso di recupero prossimo al 50%.

La sfida resta dunque quella della fattibilità. Per evitare che la transizione ecologica diventi un insostenibile fardello economico, il comparto chiede regole leggibili e perimetri d'azione chiari. Solo così, come auspicato in chiusura dal presidente Pedrazzi, le norme potranno smettere di essere ostacoli burocratici e trasformarsi in reali opportunità di sviluppo sostenibile per l'intero Sistema Paese.