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«L’unica cosa certa sono le elezioni in Israele e quelle di midterm negli Usa». Nella situazione che cambia di ora in ora in Libano, con prospettive ancora confuse sulla possibile evoluzione delle cose, Bernard Selwan El-Khoury, italo libanese, maronita, fondatore e direttore di Cosmo, (Center for Oriental Strategic Monitoring), individua due punti cardine in grado di cambiare le cose.
«In particolare le elezioni israeliane» spiega, «avranno un impatto diretto su quello che accadrà nel sud del Libano. La politica di Netanyahu è quella di proseguire l’operazione militare nonostante formalmente ci sia la tregua. Se non ci sarà più lui al Governo la situazione potrà cambiare»
Perché formalmente?
«Perché Israele non permette di rientrare nei villaggi, al di sotto della linea gialla non si può accedere. L’idf sta creando disagi importanti ai villaggi, anche cristiani, che continuano a esistere nel Libano del Sud. Con i nostri partner in Libano, con le ong, cerchiamo di far arrivare degli aiuti coordinandoci anche con la Chiesa maronita, ma ci sono sempre più difficoltà, la situazione diventa di giorno in giorno sempre più drammatica. È evidente che la politica di Netanyahu non è finalizzata solo al disarmo di Hezbollah, ma a creare una zona cuscinetto dove nessun cittadino libanese possa più mettere piede».
Le cose potrebbero cambiare?
«Con le elezioni israeliane e un nuovo Governo ci auguriamo che Israele possa trattare più seriamente con il Libano e non solo su una tregua, ma su una pace definitiva. Da parte libanese ci sono tutte le condizioni. C’è una importante fetta del mondo sciita che si è reso conto che l’alleanza con l’Iran ha prodotto più danni che benefici alla popolazione e sta prendendo le distanze da Hezbollah. È chiaro, però, che se questa pressione militare dovesse continuare l’insofferenza verso un’occupazione israeliana prolungata potrebbe far cambiare nuovamente posizione e mettere il Libano in una posizione difficilissima, senza nessuno sbocco diplomatico, politico, sociale, economico e umanitario. Per questo penso che quello che succederà in Libano dipenderà principalmente da queste elezioni».
Il recente vertice di Parigi ha portato a qualche risultato?
«L’obiettivo era quello di rafforzare le Laf, l’esercito nazionale libanese. Un passo decisivo per garantire la sovranità dello Stato. Sappiamo tutti che la credibilità del Libano al tavolo negoziale passa attraverso la capacità di garantire stabilità in tutto il Paese anche in quell’area meridionale che storicamente non è mai stata sotto il pieno controllo dell’esercito. Non stiamo parlando degli ultimi anni. Negli anni Sessanta e Settanta, quella zona era nota come El Fatah Land, cioè era sotto il controllo dell’Olp di Arafat. Da lì le milizie armate palestinesi conducevano azioni contro Israele. Oltre che al rafforzamento dell’esercito libanese, però, bisogna leggere il vertice di Parigi anche sotto una lente politica».
Ci spiega meglio?
«L’incontro tra Macron e il presidente libanese è stato molto importante. Così come lo sono stati i negoziati ospitati a Roma. Dobbiamo leggere tutto questo anche considerando una sorta di competizione tra Francia e Italia. L’Italia è arrivata a ricoprire, in Libano, un ruolo che non aveva mai avuto così importante negli ultimi cinquant’anni, ed è disposta non soltanto a continuare a ospitare i negoziati, ma anche a supportare, per quanto necessario, il Governo libanese. La Francia, dal canto suo, ha un ruolo storico nel Libano, basti ricordare che fu la Francia a istituire il Grande Libano nel 1920 quando ne assunse il mandato dopo l’impero ottomano. Parigi si è mossa prima dell’Italia per avere il primato nel settore dell’esplorazione del gas lungo le coste meridionali che ne sarebbero molto ricche. Dall’alto lato, negli ultimi vent’anni, si è fatta largo anche la percezione che la Francia abbia tenuto aperto un doppio canale anche con Hezbollah e l’Iran. L’Italia, invece, anche grazie all’impegno molto equilibrato dei militari italiani in Unifil, è percepita come davvero terza. È sempre più evidente in Libano che l’Italia si presentano come un attore più neutrale e persino più vicino alla cultura libanese».
Qual è l’importanza del Libano per l’Italia?
«Il Libano continua a rivestire una centralità fondamentale per la politica mediterranea. E l’Italia è sempre stata in prima linea accanto al Paese. Oggi ha un’occasione storica per giocare un ruolo anche di natura economica. Il Paese andrà ricostruito, ci sono esplorazioni per il gas, c’è un settore bancario da rilanciare. Per questo possiamo giocare un ruolo diplomatico economico e commerciale importante».
In questo momento che ruolo ha un centro studi come Cosmo?
«Cosmo nasce con un obiettivo estremamente chiaro: costruire un ponte tra la sponda est del Mediterraneo e in particolare Beirut - che è naturalmente la porta tra Oriente e Occidente- e la città più “Mediterranea” dell’Occidente e dell’Europa che è Roma. Il Centro serve per facilitare le relazioni tra queste due sponde. Lo facciamo sia grazie al fatto che fisicamente abbiamo due sedi, una a Roma e una a Beirut, sia grazie al fatto che io sono italo-libanese e, dunque, rifletto entrambe le anime. Cerchiamo di aprire spazi di dialogo, come abbiamo fatto, per esempio, ospitando una delegazione sciita critica verso hezbollah. Ma anche dando supporto alle nostre istituzioni in Italia e incoraggiando le imprese italiane a tornare a investire in Libano. Inoltre ci occupiamo di formazione. È importantissimo che l’Italia supporti le Laf, ma servono anche programmi per la popolazione che affrontino temi come il senso civico, le politiche pubbliche, l’identità nazionale, la coesione sociale. Ricordiamo che stiamo parlando di un Paese grande quanto l’Abruzzo al cui interno ci sono 18 diverse confessioni religiose che convivono».
Una sponda con Roma significa anche una sponda con il Vaticano?
«Assolutamente sì. La Santa Sede è fondamentale. E questo lo riconoscono sia esponenti della comunità sciita che sunnita. La poolazione nel suo complesso, qualunque sia la sua fede religiosa è convinta che il suo protettore più importante sia proprio il Vaticano. Il Vaticano è percepito in Libano, da tutte le confessioni religiose, come un punto di riferimento. La visita di Papa Leone nel Paese ha dimostrato chiaramente a tutte le parti belligeranti, anche a Israele che, come più volte si è detto “il Libano è un messaggio per il mondo” e questo messaggio deve essere preservato. La Santa Sede dimostra quotidianamente la sua presenza anche attraverso le attività incessanti attività del Nunzio verso il Sud del Libano, rischiando anche di persona per portare gli aiuti necessari per far rimanere quei pochi abitanti rimasti nei villaggi cristiani».
Lei è venuto in Italia da bambino, durante la guerra civile. Che ricordi ha?
«Sono nato nel 1980, la guerra civile era iniziata da cinque anni. Ho ricordi della guerra e della grande resilienza del popolo libanese. Vedevo mia madre e mio padre, appena si annunciava la tregua, mettere i vestiti più belli per andare a ballare. È così anche adesso. Appena si annuncia la tregua la gente riprende immediatamente le sue attività, torna alla vita. Poi, quando avevo nove anni, un parente di mia madre ci ha invitati a passare qualche tempo a Roma. Siamo partiti con mia madre e mio fratello con solo i vestiti estivi. Ma la situazione in Libano è precipitata e non siamo riusciti a ritornare. Dopo qualche tempo mio padre è riuscito a raggiungerci. Ho proseguito i miei studi qui, ho fatto l’università, nel 2014 ho fondato Cosmo sempre con questa passione e questo orgoglio di appartenere a entrambi i popoli. Ho sposato una donna italiana, ho quattro figli italiani con il cognome un po’ arabeggiante. E constato tutti i giorni come nessun libanese si senta fuori dal Libano stando in Italia, così come nessun italiano si sente fuori dall’Italia stando in Libano. Questa sintonia è una grande forza per tutti».




