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A un mio cenno scatenate il grottesco. Roberto Vannacci pubblica sul suo profilo Instagram un becero video realizzato con l’Intelligenza Artificiale in cui compare al Colosseo duemila anni fa nei panni del gladiatore di Ridley Scott, scopiazzando la tecnica propagandistica e autocelebrativa di Donald Trump (la cosiddetta “slopaganda”, già il nome fa schifo). Il reel, che ha chiari intenti virali, porta la firma di un certo “Robertus Vannaccius” e mostra il nostro eroe nei panni di Russel Crowe mentre consegna a una fiera e a un tale con le sembianze di Giuseppe Barboni, (il manager giustiziere che ha menato un migrante per strada) i suoi acerrimi nemici Elly Schlein, Giuseppe Conte, Laura Boldrini e Romano Prodi vestiti e legati come i cristiani al Colosseo. Il presunto Barboni per ammazzarli usa la falce e martello per la pena del contrappasso («la falce e martello che non hanno mai usato»), capirete voi che risate. C’è anche la moglie di Vannacci che fa il dito medio all’indirizzo dei quattro (a proposito, la moglie di Vannacci è rumena, remigriamo anche lei?). In tribuna siedono la Meloni vestita da Scribonia o Livia Drusilla (fate voi, un’imperatrice vale l’altra) e La Russa nei panni di un console, molto compiacenti quando Massimo Decimo Meridio Vannaccius fa il pollice verso all’indirizzo dei malcapitati. Manca Matteus Salvinus Padanus, ci avete fatto caso? Forse se l’è mangiato il leone così come Futuro Nazionale si sta spolpando la Lega (i sondaggi la danno al 7 per cento). Il vero Vannacci in un post assolve il video come satira innocente. Come no, innocentissima. Voglio vedere se avessero ritratto lui nei panni di Attilio Regolo di ritorno da Cartagine.
La tecnica è quella collaudata da Donald Trump: occupare la scena, trasformare la politica in una saga personale, confondere il consenso con il tifo e la storia con il reparto costumi. Una volta si parlava al bar e ti ascoltavano in sei. Oggi puoi parlare dal Colosseo virtuale e raggiungerne sei milioni. Una mitologia sofisticata su una sceneggiatura da recita scolastica delle scuole medie. Del resto nel suo libro “Il mondo al contrario” Vannacci si era paragonato a Giulio Cesare. Ma l’importante è che funzioni, perché i social hanno la caratteristica virale e viscerale di propalare le peggiori stupidaggini con un effetto quasi ipnotico.
In altri tempi ci avremmo fatto una risata, oggi ridiamo un po’ meno perché dietro l’armatura virtuale affiora una simbologia meno innocente e i metamessaggi della propaganda vannacciana contengono una buona dose di violenza e si rifanno indirettamente al fascismo. Come è noto tutta la simbologia di Mussolini, dal fascio littorio al gladio, dai labari agli slogan latini, dal duce al saluto romano, fino alle parate, ai cortei ai trionfi e altre sceneggiate, pescava dalle tradizioni imperiali augustee (gliele aveva fatte scoprire la coltissima amante Margherita Sarfatti). Oggi ritornano, quasi fossero un “assaggio” nella figura di questo generale in congedo sceso in campo, mascherate da quell’ambiguità tipica dei politici che non si sa se ci sono o ci fanno: ammiccano, suggeriscono, esagerano, ma poi magari un giorno mettono in pratica, chissà.
Per sgonfiare Robertus Vannaccius basterebbe forse il principe De Curtis. In “Totò e Cleopatra”, davanti alle accuse provenienti dalla capitale, Marco Antonio sbottava: «A Roma mi calunniano, maledetti romanisti!». E quando gli annunciavano che il popolo chiedeva sesterzi, rispondeva: «No grazie, vado dritto». Totò aveva capito che il modo migliore per combattere la retorica imperiale era prenderla a pernacchie. Ma Totò sapeva di recitare. Qui, invece, l’operetta rischia di prendere sul serio sé stessa. E quando il grottesco raccoglie abbastanza likes, smette di essere soltanto ridicolo, man mano che raccoglie il consenso del filo nero mai scomparso presente in Italia, rischia di fare sul serio passando dall’operetta a chissà che altro. E il 22 ottobre si avvicina. Chissà che si inventa il Vannaccius.





