Nel pieno della guerra in Iran e della crisi in Medio Oriente, lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo, è tornato al centro dell’attenzione internazionale per la possibile presenza di mine navali e per i rischi legati alla sicurezza della navigazione. Secondo diverse valutazioni dell’intelligence statunitense, l’Iran disporrebbe ancora di un arsenale di migliaia di mine e potrebbe averne impiegate alcune in un contesto di escalation nell’area. Il corridoio marittimo che collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman èun passaggio obbligato per una quota rilevantissima del traffico energetico globale.

La petroliera 'Rich Starry', di proprietà cinese e con bandiera del Malawi, ha quasi completato l'attraversamento dello Stretto di Hormuz dopo il blocco imposto dagli Stati Uniti. E' quanto appare dai dati di tracciamento navale del sito MarineTraffic. https://www.vesselfinder.com + ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA + NPK
La petroliera 'Rich Starry', di proprietà cinese e con bandiera del Malawi, ha quasi completato l'attraversamento dello Stretto di Hormuz dopo il blocco imposto dagli Stati Uniti. E' quanto appare dai dati di tracciamento navale del sito MarineTraffic. https://www.vesselfinder.com + ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA + NPK
La petroliera “Rich Starry”, di proprietà cinese e battente bandiera del Malawi, ha quasi completato l’attraversamento dello Stretto di Hormuz dopo il blocco imposto dagli Stati Uniti. È quanto emerge dai dati di tracciamento navale del sito MarineTraffic (ANSA)

Le tipologie di mine nello Stretto di Hormuz

Le mine navali attribuite agli arsenali iraniani rientrano generalmente in quattro categorie principali: mine galleggianti, mine ancorate, mine di fondo e mine a influenza magnetica. Le mine ancorate restano sospese appena sotto la superficie grazie a un cavo collegato a un’ancora sul fondale. Le mine galleggianti possono invece derivare seguendo le correnti, risultando particolarmente difficili da tracciare. Le mine di fondo sono posizionate sul fondale marino e si attivano tramite sensori magnetici, acustici o di pressione. Le più sofisticate sono le mine a influenza magnetica, progettate per reagire alla “firma” elettromagnetica delle navi.

La geografia dello Stretto di Hormuz e delle acque circostanti gioca a vantaggio dell'Iran. La lunga costa meridionale offre ampie opportunità alle piccole imbarcazioni di lanciarsi al largo con mine, mentre le strette rotte di navigazione lasciano poco spazio per il passaggio delle navi. E l'acqua, nel punto più stretto del corridoio marittimo, è profonda solo circa 60 metri, abbastanza bassa da permettere la posa di campi minati.

La criticità principale non riguarda solo la posa, ma anche la successiva individuazione e rimozione, soprattutto in scenari in cui la mappatura dei dispositivi non sia completa o sia stata alterata dal tempo e dalle correnti.

Il nodo della localizzazione e lo sminamento

Secondo fonti militari statunitensi, citate dal New York Times, una delle difficoltà principali sarebbe legata al fatto che non tutte le mine verrebbero posizionate con una localizzazione precisa e stabile. Correnti marine e dinamiche del fondale potrebbero inoltre averne modificato la posizione originaria. Gli ufficiali americani che stanno seguendo il dossier sostengono che l’Iran abbia posizionato le mine in maniera del tutto casuale e che potrebbe non aver nemmeno segnato il punto esatto in cui le ha piazzate.

Su questo punto abbiamo sentito l’ingegnere Vito Alfieri Fontana, ex progettista e fabbricante di mine antiuomo poi diventato sminatore umanitario nei Balcani, che ha raccontato la sua storia nel libro Ero l’uomo della guerra (Laterza).

L'ingegnere Vito Alfieri Fontana durante un'operazione di sminamento in Bosnia nel 2002 e, a destra, la copertina del libro in cui raconta la sua storia di ex progettista di mine antiuomo poi diventato sminatore umanitario nei Balcani

Fontana sottolinea innanzitutto che la posa non è necessariamente casuale:

«Le mine non sono state messe a casaccio», spiega, «quelle galleggianti e quelle a deriva vanno con la corrente, vanno via. Praticamente si spostano, si vedono quelle, poi bastano dei sensori abbastanza sofisticati. I dragamine servono proprio a questo: aprire dei varchi sicuri. Non è necessario sapere dove sono tutte le mine, ma garantire passaggi protetti e sicuri per le navi ma questo dipende dagli accordi politici e diplomatici».

Mine sofisticate e sensori multipli

Il punto più delicato, secondo l’esperto, riguarda le mine a influenza magnetica e i sistemi più avanzati, che integrano più tipologie di sensori.

«Le mine a influenza elettromagnetica hanno sensori molto complessi. Io ci ho lavorato 40 anni fa e già allora erano armi sofisticate, oggi lo sono ancora di più per via dell’elettronica. Sono sistemi che utilizzano sensori magnetici e acustici e poi combinano i dati. In pratica fanno data fusion, che è alla base di tutti i sistemi di intelligenza artificiale». Fontana evidenzia come questi sistemi possano rendere estremamente difficile la bonifica completa: «Queste mine non scoppiano alla prima nave. Possono avere contatori di passaggio, possono attivarsi dopo 20, 30, 100 transiti. Alcune possono anche entrare in modalità standby e riattivarsi dopo un certo periodo. Questo le rende molto più difficile da individuare e neutralizzare».

epa12889038 An image made with a drone shows the Maltese registered Flyoz chemical and oil oil tankers delivering to gas and fuel storage units at the Navigator Terminal in Grays, Britain, 14 April 2026. Oil prices have risen above 100 US dollars a barrel again as the US Navy begins a blockade of the Strait of Hormuz following the collapse of ceasefire negotiations between Iran and the United States. Meanwhile, leasing of electric vehicles has surged across Europe amid rising petrol prices linked to the Iran war. EPA/NEIL HALL
epa12889038 An image made with a drone shows the Maltese registered Flyoz chemical and oil oil tankers delivering to gas and fuel storage units at the Navigator Terminal in Grays, Britain, 14 April 2026. Oil prices have risen above 100 US dollars a barrel again as the US Navy begins a blockade of the Strait of Hormuz following the collapse of ceasefire negotiations between Iran and the United States. Meanwhile, leasing of electric vehicles has surged across Europe amid rising petrol prices linked to the Iran war. EPA/NEIL HALL
Una petroliera in transito nello Stretto di Hormuz (EPA)

La necessità di collaborazione e i limiti dello sminamento

Un ulteriore elemento critico, secondo Fontana, riguarda la dimensione politica e la necessità di cooperazione per una bonifica realmente efficace.

«Bisogna arrivare a un accordo e collaborare con gli iraniani», sottolinea, «altrimenti resta sempre il sospetto che, magari tra un mese, possa saltare una nave e si debba ricominciare tutto da capo con le operazioni di sminamento. Si può anche pensare di dragare il fondale: può servire, certo, ma richiede tempi lunghissimi. E comunque non è una soluzione definitiva, perché durante le operazioni di dragaggio si rischia anche di muovere le mine. Alcune, infatti, devono restare in posizione verticale per funzionare correttamente, con i sensori orientati in un certo modo. Le più moderne, poi, sono dotate di sensori tridimensionali, capaci di rilevare i tre vettori del campo magnetico: sono mine di ultima generazione, molto più sofisticate. Per questo diventa estremamente complicato intervenire senza la collaborazione di chi le ha posate. Sempre ammesso, naturalmente, che siano state effettivamente posizionate».

Le contromisure e i limiti dello sminamento

Le tecniche di sminamento esistono, ma non garantiscono una sicurezza assoluta e immediata. In genere si procede aprendo corridoi di navigazione sicuri, piuttosto che eliminando ogni singolo ordigno: «Gli americani, per esempio, utilizzano elicotteri che trascinano sistemi con bobine e generatori di rumore, per simulare la firma magnetica e acustica di una nave», spiega, «in questo modo cercano di far detonare le mine in sicurezza. Ma il problema è che non puoi mai essere certo che tutte abbiano risposto». E aggiunge una considerazione sulla logica operativa dello sminamento: «L’obiettivo non è bonificare tutto il fondale subito, ma creare dei varchi. Però se le mine sono intelligenti e dotate di sistemi avanzati, anche questo non elimina completamente il rischio».

Una bonifica lunga e incerta

La messa in sicurezza completa dello Stretto di Hormuz sarebbe, secondo gli analisti, un’operazione lunga e complessa, potenzialmente dell’ordine di mesi o anni. Le difficoltà tecniche si intrecciano con quelle geopolitiche, rendendo il quadro ancora più instabile: «È una situazione molto complicata», sottolinea Fontana, «senza collaborazione, senza informazioni su dove sono state messe le mine, devi sempre convivere con il rischio che qualcosa sfugga. E anche dopo mesi e dopo aver raggiunto un accordo di pace, il pericolo di attacchi alle navi non può essere escluso del tutto». In questo scenario, la sicurezza del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz dipende non solo dalle operazioni militari di sminamento, ma anche dall’evoluzione del quadro politico e diplomatico nella regione. A inizio aprile, su iniziativa britannica si era già delineata una coalizione di una quarantina di volenterosi, da mobilitarsi a guerra finita. Ma dopo il fallimento del primo round di colloqui in Pakistan e un (probabile) secondo giro di tavolo, la fine del conflitto ancora non si intravede.