Tutti i messianismi politici si assomigliano, ma finiscono in modi diversi: la caduta di un muro, la fuga nella notte su un aereo militare, un processo sommario seguito da un’esecuzione a favore di telecamera. Fedele al personaggio, il messianismo politico di Trump finirà in una bancarotta: se non personale (ne ha fatto esperienza più volte), probabilmente delle casse del Paese. Sicuramente ha già portato alla bancarotta morale del Partito repubblicano.

La campagna elettorale per le elezioni di medio termine del 3 novembre 2026 per il rinnovo parziale del Congresso sta riproponendo ed estremizzando quanto visto dalla discesa in campo di Trump dal 2015 in poi: l’islamofobia (anche contro cittadini americani), le retate sommarie e deportazioni di immigrati verso paesi terzi grazie a modifiche retroattive della legge, l’individuazione di nemici ideologici interni (da ultimo, i toni maccartisti tesi a reprimere le proposte di tipo socialdemocratico che emergono nel Partito democratico).

L’inusuale convention repubblicana prima delle midterm a Dallas (9-10 settembre) ha accentuato ancora di più i toni religiosi dell’investitura di Donald Trump da parte di Dio, con messaggi che hanno usato un linguaggio che la Bibbia usa solo per Gesù. Lo spot del Republican National Committee trasmesso durante la convention a Dallas parla di Trump come il pastore del popolo scelto direttamente da Dio: “so God gave us Trump”, “so God made Trump”, e così via. Il messaggio è stato ripetuto e confermato da pastori protestanti evangelicali che hanno parlato dal palco della convention. In quella stessa assemblea, il presidente Trump (che formalmente non compare su nessuna scheda elettorale) ha promesso cinquemila dollari a ogni americano, nel caso i repubblicani vincano le elezioni. Anche senza considerare la legalità e moralità di tale do ut des, una regalìa del genere avrebbe effetti catastrofici sul bilancio dello Stato.

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Il tutto accade nel venticinquesimo anniversario degli attacchi dell’11 settembre 2001. Proprio in quel giorno, è giunta la notizia che non solo lo stretto di Hormuz ma anche quello del Mar Rosso sono vicini alla chiusura totale: uno degli effetti collaterali della guerra in Iran, che a giudizio di chi l’ha lanciata sarebbe un successo. Ma ormai la differenza verità e menzogna, tra fatti e propaganda, sembra essere completamente saltata. Il concetto stesso di “politica” risulta quasi inservibile.

La questione Trump coinvolge anche la chiesa in comunione con Leone XIV (oggi, la chiesa più grande negli USA), visto che a Dallas l’attuale vicepresidente, il cattolico JD Vance, ha cercato l’investitura come successore per le elezioni del 2028 (sempre che Trump non tenti di ricandidarsi per un terzo mandato, nonostante la Costituzione lo proibisca). È sempre più evidente la differenza tra il cattolicesimo MAGA di Vance e degli altri membri del Governo e del Partito repubblicano da un lato, e dall’altro lato la conferenza episcopale che è sempre più attiva – in modo prudente ma chiaro – nel cercare di difendere come può il popolo di Dio – cattolici e non cattolici, cristiani e non cristiani. È uno degli effetti dell’elezione di Leone XIV, il primo papa born in the USA.