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Ci sono promesse che si misurano in dollari, e promesse che si misurano in ciò che restano dopo che i dollari sono stati contati. A Dallas, mercoledì sera, sotto le luci basse dell'American Airlines Center, Donald Trump ha pronunciato la seconda: un numero tondo, sparato in mezzo a un discorso di quasi due ore, capace di trasformare in pochi secondi la cronaca politica di una convention di partito in un caso internazionale. «Posso promettervi una cosa», ha detto, con quella voce che sale di un'ottava quando sa di aver trovato la frase giusta: «se i repubblicani vinceranno la Camera e il Senato, distribuirò un dividendo da 5.000 dollari a tutti gli adulti, un po' come le aziende di successo erogano i dividendi ai loro azionisti».
Applauso lungo, bandiere, il pubblico in piedi. E poi il nome, perché ogni cosa in questa presidenza ha bisogno di un nome che suoni come un marchio: «Si chiamerà il dividendo Trump».


C'è, in questa frase, tutta la grammatica di un potere che non separa più la politica dall'azienda, il cittadino dall'azionista, il voto dal titolo in borsa. Trump non ha promesso un sussidio, non ha parlato di welfare, non ha usato la parola che userebbe un ministro delle Finanze europeo. Ha usato la parola dividendo, che appartiene ai consigli di amministrazione, alle chiusure di bilancio, ai quozienti tra utili e azioni. La nazione come società per azioni, il presidente come amministratore delegato che a fine esercizio ridistribuisce l'utile ai suoi azionisti-cittadini.
Non è un'immagine improvvisata: affonda in un pragmatismo mercantile molto americano, nell'idea antica che la ricchezza pubblica sia semplicemente la somma di tante ricchezze private, e che basti un buon anno di conti per trasformarla in un assegno. Peccato che i conti, quelli veri, raccontino un'altra storia.


Gli statunitensi adulti sono oggi circa 240 milioni. Cinquemila dollari a testa significano, con un'aritmetica che non lascia spazio a interpretazioni, oltre 1.200 miliardi di dollari: più dell'intera richiesta di bilancio del Pentagono per il 2026. Trump non ha spiegato dove trovarli. Ha detto soltanto che il denaro dovrà restare negli Stati Uniti, che riguarderà solo i cittadini, che «tutto quello che dobbiamo fare è vincere», come se la vittoria elettorale fosse già, di per sé, la fonte del finanziamento. Il vicepresidente Vance ha lasciato intendere che i dazi doganali imposti dall'amministrazione potrebbero coprire la spesa: il Tesoro stima che porteranno circa 406 miliardi di dollari nell'anno fiscale in corso.
Restano, fatti due conti, ottocento miliardi di buco. E resterebbe comunque necessario un voto del Congresso, che il presidente non può promettere da solo, e con ogni probabilità un contenzioso legale che si trascinerebbe ben oltre il giorno in cui gli assegni dovrebbero arrivare nelle cassette della posta.
Non è la prima volta. Chi ha seguito con attenzione il secondo mandato di Trump ricorderà il «dividendo DOGE», che avrebbe dovuto restituire ai cittadini i risparmi ottenuti dai tagli alla spesa pubblica firmati da Elon Musk: il dipartimento durò lo spazio di una stagione, lasciò dietro di sé macerie amministrative più che risparmi, e del dividendo non si è più parlato. Ricorderà il «rimborso dei dazi», promesso quando i dazi imposti nell'aprile del 2025 sembravano un fiume di denaro pubblico: la Corte Suprema li ha poi dichiarati illegali, molte aziende ne hanno chiesto la restituzione, e anche in quel caso la redistribuzione degli utili è rimasta sulla carta. Rispetto a questi due precedenti, la promessa di Dallas è per certi versi più radicale: non ha nemmeno una base di finanziamento presunta a cui appoggiarsi. È un numero detto ad alta voce davanti a una platea che aveva bisogno di sentirselo dire.


Perché di questo, in fondo, si tratta. I sondaggi che circolano a Washington in queste settimane non sono clementi con il presidente: la sua popolarità è ai minimi, appesantita dal costo della vita, dalla guerra in Medio Oriente, da un'inflazione che i dazi non hanno certo raffreddato. Mancano cinquantacinque giorni alle elezioni di metà mandato del 3 novembre, e gli scenari raccontano di una Camera che rischia di tornare ai democratici, forse persino il Senato. In una circostanza simile, la storia della politica americana insegna che si può scegliere fra due strade: correggere la rotta, oppure alzare la voce e promettere in fretta ciò che non si è riusciti a garantire con pazienza. Trump ha scelto, ancora una volta, la seconda.
Ha chiesto ai suoi di votare «facendo finta che sia io il candidato», ha invitato l'elettorato repubblicano a considerare il 3 novembre un referendum sulla propria presidenza. Ma è un appello che comincia a incrinarsi anche dentro la sua stessa famiglia politica: alcuni senatori repubblicani in cerca di rielezione, come Susan Collins nel Maine e Dan Sullivan in Alaska, hanno preferito non presentarsi alla convention di Dallas. Segno che la vicinanza al presidente, che per anni è stata la sola valuta spendibile nel partito, comincia in alcuni collegi a pesare come un debito più che come un credito.
Resta, sullo sfondo, un solo precedente di pagamento diretto realmente compiuto: i 600 dollari versati a ogni cittadino durante la pandemia, nel primo mandato di Trump, poi replicati e ampliati da Joe Biden con altri 1.400 dollari. Era un'emergenza sanitaria mondiale, un'economia ferma per decreto, una spesa pubblica giustificata dal contagio e dal lockdown. Qui non c'è un virus, non c'è un'economia in ginocchio da riavviare: c'è un'urna, e la volontà di riempirla di voti nel modo più diretto che la democrazia consenta, quello che passa per il portafoglio.


È qui che l'annuncio di Dallas smette di essere una notizia di cronaca economica e diventa una domanda sulla natura del patto fra un governante e il suo popolo. Si può comprare, con un assegno promesso e forse mai firmato, la fiducia che i fatti di due anni di amministrazione non sono riusciti a costruire? È una domanda che la storia ha già posto, in forme diverse, a ogni potere che ha sentito vacillare il proprio consenso: il pane e il circo di Roma antica, i sussidi elettorali di tante fragili democrazie del Novecento, le mance di Stato distribuite alla vigilia del voto in tanti angoli del mondo. Non è mai stata, quella domanda, un problema di aritmetica. È un problema di dignità: la dignità di un cittadino che si vorrebbe convincere con la ragione e i risultati, non con la promessa di un bonifico che nessuno sa firmare.
Forse, alla fine, la parte più onesta del discorso di Trump è proprio quella meno enfatizzata: quando ha detto che tutto quello che serve, per avere il dividendo, è vincere. Non costruire, non riformare, non risanare i conti pubblici già gravati da un deficit crescente. Vincere. È la sintesi di una politica che ha imparato a considerare il potere non come un servizio da rendere, ma come una rendita da difendere, e i cittadini non come una comunità a cui rispondere, ma come un pubblico da intrattenere, un'ultima volta, prima che il sipario di novembre si chiuda sul verdetto delle urne.















