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In questa immagine del giugno 2025 si vedono alcuni bambini mentre giocano davanti a un chiosco di acqua potabile fuori servizio, che avrebbe dovuto essere alimentato dal serbatoio idrico. Collegamenti idrici incompleti, dovuti ai tagli ai fondi USAID destinati all’ONG Mercy Corps, hanno causato continue carenze d’acqua a Goma, nella provincia del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo
La decisione del governo americano di Donald Trump di interrompere un contratto da 11 milioni di dollari con l’associazione non profit “Catholic Charities” dell’arcidiocesi di Miami rischia di lasciare senza assistenza centinaia di minori migranti non accompagnati. Bambini e ragazzi spesso segnati da traumi e violenze, che trovavano accoglienza, cure e un primo approdo sicuro negli Stati Uniti. Una decisione, comunicata a fine marzo, che pone fine a una collaborazione tra la Chiesa cattolica e il governo statunitense che dura da sessant’anni e risale ai primi arrivi degli esuli cubani nel Sud della Florida.


Il presidente americano Donald Trump
(REUTERS)L’arcivescovo di Miami, Thomas Wenski, ha spiegato al Miami Herald che senza quei fondi l’organizzazione sarà costretta a chiudere entro tre mesi: «I servizi per minori non accompagnati della nostra diocesi sono stati riconosciuti per la loro eccellenza e hanno rappresentato un modello per altre agenzie in tutto il Paese. Il nostro operato a favore di questa popolazione vulnerabile è senza pari. Eppure adesso senza finanziamenti non riusciremo ad andare avanti e non sappiamo dove andranno questi bambini». L’Office of Refugee Resettlement non ha chiarito il destino dei minori assistiti. In base al contratto, “Catholic Charities” gestisce a Miami un programma completo di assistenza all’infanzia. Una delle strutture – chiamata Msgr. Bryan O. Walsh Children’s Village, in onore di un pioniere nella tutela dei minori rifugiati – dispone di 81 posti letto per minori non accompagnati.
Il programma offre affido familiare, ricongiungimento familiare e servizi di supporto, «considerando i traumi che molti di questi bambini hanno subito prima di arrivare negli Stati Uniti», ha spiegato Wenski.
Una scelta, quella del governo di Donald Trump, che si inserisce in un quadro più ampio: il drastico ridimensionamento degli aiuti internazionali statunitensi, in particolare quelli destinati all’USAID, l’Agenzia governativa per lo sviluppo internazionale. Negli ultimi anni i finanziamenti sono crollati e l’anno scorso sono scesi a 7,8 miliardi di dollari rispetto ai 12 miliardi dell’anno prima segnando il livello più basso dell’ultimo decennio.
Questi tagli sono, d’altra parte, il prezzo da pagare per la nuova corsa al riarmo, definita «storica» dalla Casa Bianca che ha chiesto tagli per 73 miliardi, pari al 10% della spesa domestica discrezionale non rivolta al Pentagono, spalmati su enti e ministeri legati al welfare e all’ambiente. Corsa al riarmo che si racchiude in una cifra monstre: per il 2027, infatti,gli Stati Uniti puntano a un bilancio della difesa pari a 1.500 miliardi di dollari, con un incremento di almeno il 42% (circa 445 miliardi in più) rispetto all’anno in corso. Si tratterebbe di un aumento senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale, in un contesto in cui Washington già guida stabilmente la classifica globale della spesa militare. La proposta firmata da Trump ed è uno dei capitoli centrali della nuova legge di bilancio inviata dalla Casa Bianca al Congresso, che delinea le priorità dell’amministrazione. Un budget enorme in un quadro internazionale segnato anche dalla guerra in Iran, per le quali il presidente avrebbe già sollecitato un ulteriore pacchetto da 200 miliardi di dollari.


Una donna passa davanti alla sede chiusa della Civilian Joint Task Force (CJTF) a Dikwa, dopo il ritiro dell’USAID, a Dikwa, nello Stato del Borno, in Nigeria
(REUTERS)Effetto domino globale
Il segnale lanciato da Washington è stato seguito da altri grandi donatori – Francia, Germania, Regno Unito e Giappone – provocando una riduzione complessiva degli aiuti globali di circa il 20%. Un colpo durissimo soprattutto per l’Africa subsahariana, dove molti Paesi (come Sud Sudan, Somalia, Malawi, Liberia e altri ancora) dipendono fortemente dai fondi internazionali. Il quotidiano El País ha raccontato, ad esempio, che in Malawi circa 15mila persone Lgbt affette da aids non hanno più accesso alle cliniche dedicate e sono costrette a rivolgersi a strutture pubbliche dove subiscono discriminazioni. In un contesto in cui l’omosessualità è ancora illegale, questo significa spesso rinunciare alle cure.
Proprio dall’Africa, dove è in visita in questi giorni, papa Leone XIV ha denunciato, senza fare riferimenti diretti a questa situazione, la perversione di politiche che trovano i soldi per fare la guerra ma non per curare: «I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire», ha detto giovedì il Pontefice nell’incontro per la pace a Bamenda, in Camerun, «fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare. Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine. È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare».
L’allarme della comunità scientifica
A rendere ancora più drammatico il quadro è però l’allarme lanciato dalla comunità scientifica internazionale. Uno studio pubblicato di recente sulla rivista The Lancet ha stimato che i drastici tagli agli aiuti esteri potrebbero causare oltre 14 milioni di morti evitabili entro il 2030, tra cui circa 4,5 milioni di bambini sotto i cinque anni.
«I tagli ai finanziamenti rischiano di arrestare bruscamente, e persino invertire, due decenni di progressi nella salute tra le popolazioni vulnerabili», ha spiegato il ricercatore Davide Rasella, parlando di un impatto «paragonabile in scala a una pandemia globale o a un grande conflitto armato».
Secondo lo studio, tra il 2001 e il 2021 i programmi sostenuti da Usaid avevano contribuito a prevenire circa 91 milioni di morti, riducendo drasticamente i decessi per HIV/AIDS, malaria e malattie tropicali. Un patrimonio di risultati che oggi rischia di essere compromesso, soprattutto nei Paesi più fragili.
Il taglio ai fondi umanitari arriva in un momento di tensione crescente tra Trump e il Papa che nelle ultime settimane ha più volte richiamato la comunità internazionale alla responsabilità verso i più deboli e alla necessità di costruire pace e giustizia. Dagli Stati Uniti all’Africa, il rischio è che a pagare il prezzo più alto siano ancora una volta gli ultimi: i bambini migranti senza tutela e le popolazioni vulnerabili che dipendono dagli aiuti per sopravvivere. In un mondo sempre più segnato da conflitti e disuguaglianze, la riduzione della solidarietà internazionale rischia di trasformarsi in una crisi umanitaria di proporzioni ancora difficili da prevedere.






