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Il referendum dello scorso marzo per la separazione delle carriere ha fatto registrare un’affluenza record. Quasi il 60% degli aventi diritto si è recato alle urne per esprimere la propria opinione: un dato che non eravamo più abituati a vedere. A lanciare un segnale di incredibile partecipazione sono stati i più giovani. Tra fuorisede che macinano km per tornare a casa a votare, e ragazzi in cerca di risposte per il loro futuro, la Gen Z ha spinto il “no” alla vittoria. Per scoprire cosa si cela dietro questa voglia di voto, siamo andati a chiedere direttamente a loro. Grazie a questa tripla intervista sono state indagate tutte le varie sfaccettature: un ragazzo del nord, Pietro, una ragazza del sud, Stella, e una fuorisede, Blanca.


La prima domanda che abbiamo sottoposto cerca di carpire le motivazioni dietro al rispondere “presente” alla chiamata al voto. Solo senso civico o anche per mandare un segnale politico al governo? A spingere Blanca (24 anni, studente fuorisede a Bologna, ma nata e cresciuta ad Aosta, dove è tornata per votare) è stato «il mio dovere civico di cittadina e il fatto che si debba votare perché è un diritto che abbiamo». Lo stesso vale per Pietro (24 anni, milanese e futuro dottore in Giurisprudenza), «Penso che votare sia un dovere civico del cittadino, bisogna partecipare al voto sempre, indipendentemente dalla posta messa in gioco». Per Stella, 23enne studentessa di Giurisprudenza a Bari, i motivi sono molteplici: «da una parte per il rispetto che ho verso la Costituzione, che per me è la base di tutto, e dall'altra perché sentivo proprio il bisogno di dire la mia».
Quando veniamo a sapere come i ragazzi si sono informati, scopriamo che i social network sono stati usati solo in pochissima parte. Blanca ha infatti: «principalmente parlato con altre persone. Ho utilizzato anche i social, ma in realtà solo in minima parte; ho preferito confrontarmi molto con i miei genitori e con i miei coetanei». Per Stella l’approccio è stato misto, «da un lato il mio percorso universitario in giurisprudenza mi ha permesso di capire un po’ 'tecnicamente' cosa stavo votando, senza farmi influenzare troppo dagli slogan. Dall'altro, i social mi hanno aiutata a restare aggiornata e a sentire le diverse campane in modo più rapido e diretto». Anche Pietro si è valso delle sue conoscenze da laureando in Giurisprudenza, ma «pur conoscendo la materia, dato l'alto tecnicismo del referendum, mi sono dovuto recare a diversi convegni tenuti da magistrati e avvocati al fine di sentire le diverse ragione a favore o contro».
L’abbondante affluenza, è spiegata anche dal coinvolgimento dei ragazzi di questa generazione, in cui Blanca percepisce «un attivismo politico molto più forte nella nostra generazione rispetto a quelle precedenti». Opinione condivisa anche da Stella che «essendo della Generazione Z, ho percepito un forte attivismo: non volevamo votare 'per sentito dire', ma volevamo capire davvero le implicazioni del quesito». Anche a Pietro, tra i corridoi della Statale, è «capitato molto di discutere sul referendum con i miei coetanei, soprattutto in ambito universitario dove abbiamo approfondito molto l'argomento».
Ma come mai proprio questo referendum è stato così seguito mentre, per esempio, quello dello scorso anno in materia di disciplina del lavoro e cittadinanza no? Secondo Pietro, il motivo è da ricercare nelle differenze tra le due tornate alle urne, infatti «una delle ragioni della scarsa partecipazione dello scorso referendum sia anche dovuto al quorum che ha spinto molte persone contrarie a "boicottare" il referendum non andando a votare». Per Blanca «il referendum dello scorso anno è stato veicolato male: non riguardava solo la cittadinanza, ma c'erano anche quesiti sul lavoro che non sono stati spiegati bene dai mass media». Anche nell’opinione di Stella la differenza l’ha fatta il diverso trattamento ricevuto dai media per questo referendum, infatti secondo lei «stavolta c'è stata molta più partecipazione perché il tema è stato molto dibattuto».
I ragazzi quindi sono interessati: si informano in svariati modi, si confrontano tra di loro, vanno a incontri e sono pronti a battersi per esercitare i loro diritti. E quando gli chiediamo se eserciteranno il loro diritto anche alle prossime elezioni politiche, le risposte risuonano all’unisono «assolutamente sì, voteremo!».













