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Le reti di protezione anti-drone in una strada di Kherson.
Il rumore sordo delle raffiche di spari e delle esplosioni arriva con forza attraverso il telefono come se fosse a pochi metri di distanza. «Ciò che senti è la difesa ucraina che sta colpendo i droni russi, proprio a due passi da dove mi trovo io». Serhyi, 60enne di Kherson, parla dal locale sotterraneo della chiesa dove risiede. La sua voce è ancora agitata: la situazione nella città sul fronte meridionale dell’Ucraina, già estremamente difficile, negli ultimi tempi è ancora peggiorata diventando insostenibile.
Ex insegnante, da quando è cominciata la guerra Serhyi (del quale non scriviamo il cognome per motivi di sicurezza) presta servizio come assistente presso una delle chiese della città, capoluogo dell’omonima regione, affacciata sulla sponda nord (o riva destra) del fiume Dnipro, la zona della regione ancora sotto pieno controllo ucraino. Sulla sponda opposta del fiume incombono le forze russe, che occupano quella parte di regione e non danno tregua ai pochi abitanti rimasti con attacchi incessanti di sciami di droni che inseguono i civili per le strade, in un’autentica caccia all’uomo, un safari umano.
Serhyi stesso lo sa bene: «Poco fa sono uscito dalla chiesa per andare semplicemente a buttare la spazzatura. Mi sono ritrovato con i droni russi che volavano sopra di me, a cielo aperto, senza nessun tipo di protezione. Una situazione terribile, estremamente rischiosa. Ho dovuto correre per andare a trovare riparo, per rientrare il prima possibile, altrimenti mi avrebbero colpito e non avrei avuto scampo». Chiunque, per le strade della città, può diventare bersaglio, in qualunque momento, mentre va a fare la spesa, o una commissione, senza una ragione particolare. Una spietata strategia del terrore.
La vita quotidiana di Kherson è questa: ogni giorno gli attacchi, l’angoscia, la sensazione di essere braccati, gli abitanti che fuggono dai droni in una specie di macabro videogame. Per proteggere persone e veicoli sopra le strade sono state installate grandi reti protettive anti-drone.«Oggi, gli attacchi sono cominciati al mattino presto e sono andati avanti ininterrottamente fino a stasera. Dopo una pausa, in questo momento mentre parliamo sta cominciando una nuova ondata. Sembra brutto da dire, ma la gente si è abituata a vivere così, nell’emergenza e nel pericolo incessanti. Pare impossibile, ma ci si abitua a tutto. Del resto, chi non ha un posto dove andare, deve restare qui. Non ha altra scelta». Serhyi racconta del bellissimo edificio storico che, tanto tempo fa, in un’altra epoca, ospitava il Consolato d’Italia. Era stato danneggiato, ma ancora in buone condizioni. Adesso non esiste più, è stato ridotto in macerie.


I vigili spengono le fiamme dopo un raid russo nella regione di Kherson.
(via REUTERS)Le autorità di Kherson hanno invitato gli abitanti a evacuare di fronte all’intensificarsi degli attacchi russi che rischiano di lasciare la città senza elettricità e senza riscaldamento prima che arrivi un nuovo inverno. «Mi rivolgo ancora una volta agli abitanti di Kherson, in particolare alle famiglie con bambini e alle persone anziane: se ne avete la possibilità (...) andatevene, vi prego!», è l’appello accorato lanciato su Telegram dal governatore regionale Oleksandr Prokudin. «Il nemico intensifica ogni giorno i suoi attacchi contro le infrastrutture essenziali della regione», ha affermato il governatore, che ha esortato in particolare «le famiglie con i bambini e gli anziani» ad andarsene parlando di una «situazione estremamente difficile». Secondo lui, gli attacchi russi vengono condotti in misura crescente con droni a reazione e bombe aeree guidate, impossibili da intercettare: dallo scorso luglio ne sono state sganciate sulla regione circa 170, più che nei primi sei mesi dell’anno messi insieme. Poche ore dopo la diffusione dell’ordine di evacuazione, venerdì un uomo di 61 anni è stato ucciso da un drone russo.
Prima della guerra Kherson contava quasi 300mila abitanti. All’inizio dell’invasione russa, nel 2022, è stata l'unico capoluogo regionale a essere occupato dalle forze di Mosca. Dopo pochi mesi, a novembre dello stesso anno, è stata liberata, ma da allora si trova sulla linea del fronte. Oggi le strade della città sono quasi deserte. La maggior parte della popolazione se ne è progressivamente andata in questi anni. «Tanti degli abitanti rimasti negli ultimi mesi hanno lasciato la città», dice ancora Serhyi. «Nella nostra chiesa è rimasto soltanto un bambino con la sua famiglia. Altri due bambini, fratello e sorella, sono andati via, ma la loro mamma ogni giorno torna qui in città perché è un’infermiera dell’ospedale e non può lasciare il suo lavoro: ci sono troppe persone malate e ferite di cui prendersi cura. Ma per tanti è troppo costoso trasferirsi in un’altra città. E molti abitanti si trasferiscono da una parte all’altra all’interno di Kherson, cambiano quartiere; ad esempio, le persone che vivevano vicino al fiume Dnipro, troppo pericoloso perché alla portata degli attacchi russi che arrivano dall’altra sponda, si sono spostate in altre zone considerate più sicure».
La chiesa, racconta, è un punto di riferimento per gli abitanti rimasti, la maggior parte anziani e persone vulnerabili o con ridotta mobilità, che qui possono ricevere aiuti umanitari, a partire dall’acqua potabile. La funzione solidale dei luoghi di culto, a Kherson e nelle zone del fronte, continua a essere fondamentale per rispondere ai bisogni essenziali della gente, che rischia di restare senza cibo e senza acqua. Anche nella catastrofe, quando tutto sembra perduto, le chiese non negano la loro vicinanza alle persone che hanno bisogno.
Serhyi sa dell’ordine di evacuazione. Ma non pensa di andarsene. Lui ha un posto, in un’altra zona dell’Ucraina, vicino a Kyiv, che potrebbe accoglierlo e dargli anche un lavoro come insegnante, se volesse, avrebbe un’alternativa. «Ma io non me ne vado finché non se ne va il nostro sacerdote. Se lui sta qui, anche io sto qui. Lui non può rimanere da solo, sarebbe troppo difficile e pericoloso. La mia missione è al suo fianco, nella chiesa. E al momento restiamo a Kherson».


