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Il muro imponente si alza verso il cielo, lungo la strada che porta al checkpoint 300 e che separa Gerusalemme da Betlemme. Qui, proprio prima del confine, Alice Kisiya ci accoglie nel suo nuovo ufficio. E’ da queste mura che l’organizzazione cristiano-palestinese Save Al-Makhrour, di cui Alice è portavoce, ha lanciato una "Carta Nazionale per la protezione della terra e il rafforzamento della presenza cristiana in Terra Santa".


In Terra Santa, i numeri della presenza cristiana sono sempre più drammatici. Oggi, in Cisgiordania, a Gerusalemme e a Gerusalemme Est si contano circa 50.000 cristiani, e meno del 2% della popolazione israeliana appartiene a questa fede. Un calo vertiginoso che rischia di cancellare una storia millenaria. È proprio per arginare questa silenziosa emorragia che Alice ha ideato questo progetto con lo scopo di richiedere una maggiore tutela per le terre, le proprietà, il patrimonio e la continua presenza dei cristiani palestinesi in Palestina.
“L'idea è nata dopo la nostra lotta ad Al-Makhrour, in seguito agli attacchi dei coloni, del furto di terre e dei loro documenti contraffatti”, racconta Alice a Famiglia Cristiana.


La famiglia Kisiya ha trascorso anni a difendere la propria proprietà, subendo diverse demolizioni e l'insediamento di un avamposto di coloni israeliani nel 2019, smantellato solo nel 2025 dopo una lunga vittoria legale. Tuttavia, i tentativi di interferire con il possesso e l'accesso alle loro terre non si sono fermati, dimostrando che le vittorie legali devono essere accompagnate da tutele durature.
“L'obiettivo è proteggere le terre cristiane dall'essere trasferite illegalmente, o persino legalmente, alle organizzazioni dei coloni attraverso istituzioni religiose o qualsiasi altra persona che è al potere”, continua l’attivista, “poiché vogliamo proteggere la presenza cristiana, dobbiamo proteggere le nostre terre e il nostro patrimonio; la storia di queste terre e il nostro legame con la Palestina dai furti e da transazioni illegali fatte all'insaputa della società cristiana. Questa è l'idea alla base della nostra carta nazionale”.
La Carta evidenzia l'importanza della trasparenza e della responsabilità nelle transazioni che coinvolgono le proprietà cristiane e della Chiesa. L'iniziativa richiede una maggiore tutela delle proprietà cristiane e una revisione adeguata delle transazioni fondiarie contestate, in particolare laddove possano emergere dubbi in merito alla titolarità, alla documentazione, alla registrazione o al trasferimento delle proprietà. Lo scopo non è prendere di mira o accusare una specifica chiesa, istituzione o individuo, ma promuovere la trasparenza, la responsabilità e la salvaguardia della terra e del patrimonio cristiano.


L'organizzazione Save Al-Makhrour ha messo in luce, infatti, una complessa rete di acquisizioni fondiarie che coinvolge Himanuta, una società sussidiaria del Fondo Nazionale Ebraico (KKL-JNF) fondata durante il periodo del Mandato britannico sulla Palestina. Storicamente e ufficialmente, il KKL-JNF ha operato in gran parte all'interno della "Linea Verde" (i confini israeliani precedenti al 1967). Per il diritto internazionale, infatti, la Cisgiordania è considerata un territorio occupato e un coinvolgimento diretto e pubblico del Fondo avrebbe esposto l'organizzazione a pesanti condanne internazionali. Per aggirare queste limitazioni, il Fondo ha utilizzato Himanuta. Secondo quanto ha denunciato l’organizzazione israeliana per i diritti umani Peace Now tra il 2021 e il 2022, il KKL-JNF ha deciso di stanziare circa 100 milioni di shekel (NIS) in cinque anni per un massiccio progetto di registrazione dei terreni a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, gestito proprio tramite Himanuta.
Una delle accuse più gravi mosse da Save Al-Makhrour riguarda la presunta esistenza di documenti catastali falsificati o manipolati per legittimare la sottrazione delle terre alle storiche famiglie cristiane. A fronte di queste accuse, la Carta chiede un esame indipendente degli archivi storici (confrontando i vecchi registri giordani e britannici con quelli attuali) e un'indagine sui rapporti finanziari interni tra KKL-JNF e Himanuta per fare luce sulla reale catena dei titoli di proprietà.


Oltre all'espansione degli insediamenti israeliani, la comunità cristiana palestinese deve affrontare la dispersione del proprio patrimonio anche dall'interno. La Carta Nazionale solleva specifiche e pesanti preoccupazioni riguardo ad alcune controverse transazioni immobiliari che hanno coinvolto il Patriarcato greco-ortodosso e la figura del Patriarca Teofilo III. Dal 2017, in particolare, la cessione di storici immobili e terreni di proprietà della Chiesa è al centro di un acceso dibattito pubblico. Save Al-Makhrour sottolinea come la perdita di preziose terre avvenga a volte a causa di individui o intermediari interni alle istituzioni religiose stesse o alla società civile palestinese.
“Tutto questo nasce dalla paura che il cristianesimo scompaia dalla Terra Santa: il progetto che ho lanciato serve a salvare ciò che ne è rimasto”, continua Alice, “credo che proteggere la presenza cristiana palestinese in Terra Santa non possa dipendere solo da dichiarazioni o appelli politici. Ha bisogno di un forte quadro legale e internazionale. I cristiani palestinesi non sono semplicemente una minoranza religiosa apparsa di recente; siamo una comunità cristiana storicamente radicata, con profonde connessioni ancestrali, culturali, religiose e familiari con la terra.


Pertanto, voglio appellarmi ai principi internazionali esistenti riguardanti i popoli indigeni, le minoranze, i diritti umani, il patrimonio culturale e la protezione delle terre ancestrali. Il mio obiettivo è trasformare la questione da una preoccupazione della comunità locale a una questione legale e di diritti umani riconosciuta a livello internazionale. Se la comunità cristiana palestinese viene riconosciuta all'interno di questi quadri normativi, possiamo sostenere l'applicazione di adeguate tutele alla nostra terra, al nostro patrimonio, alla nostra identità e alla nostra presenza continua in questa terra”.
Adesso l'obiettivo di Alice e di Save Al-Makhrour è raccogliere più firme possibili, e poi presentare il documento ai tribunali locali e internazionali per fermare tutti gli accordi posti in essere sulle terre cristiane. “In seguito andremo a indagare sui precedenti accordi e su qualsiasi transazione dubbia che nasconda un furto o una cessione di terre a favore delle organizzazioni di coloni israeliani o di altri. In oltre vogliamo portare la questione alle Nazioni Unite, al Congresso degli Stati Uniti e ad altre istituzioni internazionali: per costruire prima di tutto un riconoscimento, collegare tale riconoscimento ai principi giuridici internazionali esistenti e poi lavorare per ottenere leggi e meccanismi concreti che proteggano la terra, il popolo, il patrimonio e il futuro dei cristiani palestinesi”, continua Alice, “in ultimo vogliamo includere anche i cristiani palestinesi nella diaspora.


Molte famiglie sono state sfollate o hanno lasciato la Terra Santa, ma il loro legame storico e familiare con la loro patria non è scomparso. Credo che dovrebbero avere un percorso riconosciuto per mantenere quel legame, visitare le loro comunità ancestrali, partecipare al loro sviluppo e, dove legalmente possibile, tornare e ristabilire le loro vite in Terra Santa”.
“Per me non si tratta di creare privilegi per i cristiani rispetto a chiunque altro", conclude la donna, “si tratta di proteggere una comunità storica dalla scomparsa e garantire che il suo popolo, coloro che rimangono e coloro che si trovano nella diaspora, possa mantenere un legame con la propria patria ancestrale”.














